Yes, we do!

"So che questi provvedimenti non andranno d'accordo con gli interessi dei lobbisti che hanno investito sulla vecchia maniera di fare affari e io so che si stanno preparando alla lotta. Il mio messaggio a loro è questo: anche io."

"So che l'industria assicurativa non amerà l'idea di dover diventare più competitiva per continuare a offrire la copertura medica."

"So che le compagnie petrolifere non ameranno l'interruzione delle facilitazioni fiscali per 30 miliardi di dollari, ma è così che possiamo permettere all'economia delle energie rinnovabili di creare nuovi progetti e posti di lavoro."

Barack Obama

giovedì 12 febbraio 2009

Ricostruzione partecipata della questione Englaro


Sono ormai diversi decenni che sparute avanguardie della vita civile del nostro paese propongono una legislazione in merito al fine-vite avendo come unica risposta un assordante silenzio, assecondato e stimolato dalle gerarchie ecclesiastiche e da quel sedicente mondo “pro-life” che nei giorni passati ha sostenuto un provvedimento d’urgenza in barba alla Costituzione repubblicana ed alla democrazia.

Il risultato di questo silenzio è stato un pauroso vuoto legislativo con in quale prima o poi ci saremmo trovati a dover fare i conti. Dapprima il caso di Piergiorgio Welby e poi quello di Eluana Englaro. Sono 17 anni infatti che papà Englaro ha posto la questione pubblica del fine-vita testimoniando insieme alla volontà di prendere maledettamente sul serio la volontà di sua figlia, l’intenzione di farlo nei confini del diritto, credendo nello stato italiano. Gli va dato atto di aver posto una questione pubblica con tutti i connotati che questa deve avere: senza ricorrere ai sensazionalismi e sfruttare dettagli pruriginosi neanche davanti alle più squallide provocazioni.

La risposta della politica, soprattutto di una destra rozza, all’affannata ricerca di un’identità e disposta a rinunciare ad ogni residuo di pensiero liberale ed a gettarsi tra le braccia della Chiesa cattolica sempre più lontana dall’evoluzione della società, è stata quella di fare orecchie da mercante, ignorando la questione. Non se ne è infatti promosso un dibattito pubblico (qualunque ne sarebbe stato l’esito), sempre in virtù della scivolosità del terreno su cui si dibatteva, lasciando sole le famiglie che trovandosi in condizioni simili preferiscono in quei momenti di dolore e smarrimento ricorrere ad una soluzione concordata sottobanco con medici ed infermieri di buon senso.

A questo atteggiamento ipocrita ha fatto da contraltare la dedizione di Beppino Englaro che è tenacemente andato avanti nell’intento suo e di sua figlia, senza mai perdere la fiducia nello stato e nelle istituzioni, restando convinto che “la libertà è nella società”.

Il 26 Gennaio è arrivato l’ultimo pronunciamento della magistratura che ritieneva legittima la richiesta di rifiutare l’alimentazione e l’idratazione attraverso il sondino naso-gastrico. Eluana è stata quindi trasferita ad Udine laddove avrebbe vissuto la liberazione da una schiavitù che ormai durava da 17 anni, secondo quella che era la sua volontà. Mentre l’opinione pubblica seguiva con grande coinvolgimento la vicenda, il Presidente del Consiglio (rimasto in indifferente silenzio sulla vicenda fino ad allora, ignorando anche una richiesta di aiuto giuntagli da Beppino Englaro nel 2004) ha deciso di approfittare di questa situazione per perseguire i suoi interessi di potere, scatenando uno scontro istituzionale senza precedenti con il Presidente della Repubblica che gli aveva chiesto di rispettare la Costituzione, ricattandolo dicendo di esser pronto a cambiare la stessa qualora non avesse firmato il decreto legge che imponeva di non interrompre l’alimentazione e l’idratazione. Napolitano non lo ha firmato e la maggioranza parlamentare ha iniziato un iter velocissimo per risolvere in due giorni la questione elusa per decenni.

Dopo solo 4 giorni dalla sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione Eluana è morta. Con la facilità e la leggerezza tipica della cultura machista della destra italiana sono stati utilizzati il termine ‘assassinio’ ed ‘assassini’ riferendoli rispettivamente al Presidente della Repubblica, ai medici che hanno assistito Eluana, alla magistratura, a Beppino Englaro ed al sindaco di Udine. Berlusconi, senza ritegno per il momento, pone un altro importante tassello sul cammino di delegittimazione del Presidente della Repubblica e di smantellamento di ogni potere da lui indipendente dichiarando “è grande il rammarico che sia stata resa impossibile l'azione del governo per salvare una vita”.

Il Senato della Repubblica ha concluso la seduta, apertasi con l’intento di forzare le tappe ed approvare una legge che bloccasse l’interruzione dell’alimentazione ad Eluana ed interrotta dalla morte della ragazza e da vari momenti di tensione, giungendo alla conclusione di avviare un percorso che in due settimane porti all’approvazione di una legge che regoli il fine-vita. E’ stato il minimo della decenza davanti allo sciacallaggio che sarebbe risultato approvare una legge esclusivamente sull’onda dell’emotività per quanto poco prima accaduto.

Ed ora? Che ora si cominci un dibattito pubblico serio sulla questione del fine-vita evitando ogni tipo di pornografia che chiami in gioco la vicenda di Eluana, particolari pruriginose ed insinuazioni vergognose per chi le avanza. Si apra un dibattito vero, che faccia sua la lezione di Beppino Englaro che per perorare la causa sua e di sua figlia non ha mai utilizzato quel corpo, il suo lento consumarsi, il suo dolore come arma per zittire il dissenso dalle sue posizioni; che ha avuto la capacità di trasformare (e non di trasportare) un dramma privato in una grande questione pubblica. Lo si faccia avendo come fine una presa di coscienza di tutti noi (sulla cui pelle tale legge andrà ad agire) di quella che è la posta in gioco. Lo di faccia ascoltando tutti, tentanto di spiegare a tutti le proprie ragioni e non facendo leva solo su maggioranze parlamentari o fingendo dibattiti nei salotti televisivi. Con questi ultimi si riesce ad imporre una legge, ma non a contribuire alla maturazione civile e morale di un paese.

sabato 3 gennaio 2009

Le ferite narcisistiche dei nostri tempi

Gli anni '90 sono finiti da quasi un decennio ed ancora oggi non siamo riusciti a dar loro una forma, a capire cosa erano, e quindi chi siamo noi che quegli anni abbiamo vissuto o nei quali vi siamo cresciuti. Un luogo comune ed un giudizio affrettato parlano degli anni '80 come di un periodo di decadenza, anti-estetico e caratterizzato da passioni avvizzite ed volgari. Cosa pensare allora di un decennio che tutt'oggi non ci richiama all'urgenza ne' di un'analisi ne' di un pregiudizio, ma che ci lascia pascere come se quegl’anni non ci fossero mai stati o, peggio ancora, non meritassero neanche la nostra attenzione? Su tutto ciò che viene dopo gli anni ’80 l’unica cosa che si sente dire è che "non è più come una volta": molto spesso siamo proprio noi, padroni dei nostri anni migliori negli ultimi due decenni a cedere a questa lettura auto-assolutoria senza tentare di riprenderceli con tutta la sana arroganza della giovinezza.
L'indifferenza assieme all'indocilità purtroppo non è però solo un dato generazionale: se così fosse sarebbe ben poca cosa. Sono sentimenti diffusi con i quali gli anni '90, con il loro benessere e nell'illusione ottimistica diffusa di stare seguendo il percorso giusto, hanno pericolosamente formato una generazione e fatto vivere ed operare tutte le altre.
Non abbiamo ancora preso coscienza di come invece il decennio che si sta concludendo sia decisamente diverso dal precedente. Apertosi con l'attentato alle Torri Gemelle ci ha posto innanzi eventi e fenomeni storici tragici di portata epocale, davanti ai quali non siamo stati in grado di rispondere adeguatamente (mettendoci in discussione, accettando le sfide e svegliandoci dal torpore). Negli anni '00 abbiamo pagato in indocilità politica l'indocilità morale degli anni '90. Presto prenderemo coscienza e dovremo fare un bilancio, improvvisamente, di due decenni profondamente diversi ma strettamente connessi. Ad oggi, qui in Italia, possiamo ripartire da tre fenomeni che su tre scale diverse, al pari di Copernico, Darwin e Freud, hanno impresso delle ferite narcisistiche al nostro torpore politico. Freud stesso usò quest'espressione per descrivere come, in epoche diverse, delle scoperte scientifiche avessero incrinato le certezze dell'uomo: Copernico aveva dimostrato che il suo mondo non era al centro dell'universo e Darwin che era fatto più a somiglianza delle scimmie che di Dio. Freud, ponendo la scoperta dell'inconscio in continuità con quelle fatte dai due studiosi, spiega come con essa l'uomo ha appreso di non essere padrone della sua coscienza.
Nell'ultimo decennio su tre livelli diversi è avvenuto qualcosa di simile: eventi accaduti e fenomeni maturati ci hanno violentemente ricordato come il nostro modello di vita vada rivisto assieme alla convinzione circa la "fine della storia" (che come immediato corollario ha avuto quello che non è necessario farla, ma basta guardarla dalla finestra; ovvero, basta guardare il nulla).
Mondo. L'11 Settembre, con l'annessa radicalizzazione dello scontro con il mondo islamico e l'enorme sviluppo (espressione che ha definitivamente sostituito "'l'emergere") di nuove economie nel mondo asiatico, ha dimostrato che non viviamo nell'unica parte del mondo destinata a dominare le altre, quella in cui si è diffuso l'unico modello di sviluppo possibile. Una sensazione di vulnerabilità ci è tornata a correre lungo la schiena e quando parliamo di Al Quaeda ed Iran o del mercato cinese o indiano nessuno pensa neppur lontanamente di abbozzare un sorriso di scherno verso la natura tribale di quelle pratiche religiose o di quel modello di sviluppo: ci sentiamo minacciati da entrambi e talvolta non sappiamo dove poter prendere le energie per reagire.
Occidente. La crisi economica dell'ultimo autunno e tutt'ora in corso è senz'altro un fenomeno complesso ed ancora in fase di decifrazione. Nell'opinione pubblica ha però diffuso, come naturale, un senso di profonda insicurezza a cui dovranno necessariamente giungere delle risposte non solo in termini economici, ma anche politici e culturali. Il nostro modello di sviluppo ha dimostrato di poter fallire: apparentemente una banalità, ma questa semplice consapevolezza può aprire gli orizzonti più vari. E già questa possibilità è una importante novità.
Italia. Il fallimento del governo Prodi 2 e del centro-sinistra che lo sosteneva, con il conseguente ritorno al governo di Berlusconi ha dimostrato come il berlusconismo non sia solo un fenomeno passeggero di cui è sufficiente aspettare la fine. Il berlusconismo incarna l'animo profondo dell'Italia, è un nodo irrisolto non della politica ma della società. Non basta turarsi il naso e demandare alla classe politica la risoluzione del problema. La sfiducia verso la classe politica ed in particolare modo verso le opposizioni, ha due lati della medaglia: uno costruttivo e l'altro completamente distruttivo. Quest’ultimo è in continuità con il berlusconismo perché utilizza la sfiducia come motivo valido per il ritiro agli affari privati; il primo lato invece si incanala in una presa di coscienza ed in una assunzione di responsabilità. Il secondo fa indigestione di retorica (ed a lungo andare si logora) ma a conti fatti non produce nulla, il primo si nutre di pratiche, studio, impegni, sacrifici, organizzazione. In una parola: di politica.
A legare questi tre livelli c’è sempre una maggiore divaricazione tra ceti sociali poveri ed elite ricche: situazione che, oltre a chiedere giustizia, produce inevitabilmente un clima sociale e politico instabile che non necessariamente sfocerà in una presa di coscienza collettiva. Troppo spesso nella storia è successo esattamente l’opposto.
Per oltre vent'anni l'illusione che le vite private andassero naturalmente nella direzione giusta ci ha legittimati a chiedere alla politica di fare passi indietro e di lasciare che quelle seguissero il loro naturale percorso. Nella prima metà di questi vent'anni questo atteggiamento aveva un senso, nella seconda metà è stato solo un automatismo autolesionista. Oggi non abbiamo altra strada da percorre se non quella di chiedere al mondo, ma soprattutto a noi stessi, più politica: abbiamo tutte le ragioni per farlo e nessuna scusa per esimercene.

giovedì 11 dicembre 2008

Elezioni universitarie


Quest'anno, ormai al mio VI anno in Università, avviandomi verso la conclusione, ho deciso di candidarmi a rappresentante degli studenti in Consiglio di Interclasse ed in Consiglio di Facoltà. Nell'attesa del responso elettorale, che arriverà presto, pubblico la lettera di presentazione della candidatura.

da corridoiofilosofia.blogspot.com

Quando ci troviamo davanti ad un problema pratico noi filosofi molto spesso ci sentiamo impossibilitati ad affrontarlo e risolverlo perché la nostra priorità resta un problema teorico, senza la risoluzione del quale è impossibile andare avanti.

Alla nobiltà di tale umile atteggiamento però, fa da contraltare il rischio che tanto spesso corriamo di pulirci la coscienza davanti alle cose che non vanno e che ci richiamano alle nostre responsabilità; il problema teorico assume in questa caso una perennità tale da permetterci di dire “ho le mie buone ragioni per non agire…”.

Non sono stato e non sono immune da questo tipo di atteggiamento. Quando mi sono iscritto al nostro corso di studi, ormai 5 anni fa, tutto pensavo fuorché di fare politica in Università. Passati gli anni però, mi sono reso conto di quante opportunità noi studenti stessimo perdendo, e di come gli unici responsabili di questa perdita fossimo noi stessi.

Il lasso di vita ed il percorso di studi che stiamo attraversando è purtroppo spesso vissuto solo ed esclusivamente come un momento di passaggio tra l’incoscienza dell’adolescenza e la serietà del tempo in cui lavoreremo ed avremo una famiglia (forse), non facendo caso alle enormi potenzialità e specificità che contraddistinguono questi anni. Non siamo ex-adolescenti o pre-adulti, ma giovani, studenti universitari: stiamo laddove la serietà dello studio deve necessariamente accompagnarsi con la forza, la lungimiranza, l’inquietudine, la gioia e la non-compromissione dei nostri anni. Stiamo laddove dovremmo aver perso l’ingenuità, ma dovremmo essere ancora ben lontani dall’età in cui possiamo dire di conoscere la vita in ogni sua sfaccettatura!

Tante cose contribuiscono a farci perdere la fiducia in noi stessi, ed è facile in un contesto desolante pensare di concentrare tutte le proprie restanti energie su se stessi. L’Università però resta un’enorme occasione di crescita collettiva oltre che individuale: è in questi corridoi che nei decenni passati sono nate e si sono sviluppate tendenze e proposte culturali e politiche rivolte a tutta la società. È per questo che fare politica in Università non può e non deve significare soltanto distribuire statini, orari prenotare esami.

In ogni campagna elettorale, di qualunque tipo, solitamente trionfa la retorica e la politica si propone come risolutrice dei problemi di un elettorato al quale viene promesso che dormirà sogni tranquilli mentre qualcun altro veglierà per lui. Purtroppo anche nelle mura delle Università, un tempo tempio quasi sacro di idealità e nobili intenti, questa vulgata qualunquista e impolitica ha guadagnato terreno tra le associazioni e le realtà studentesche e riesce a fare incetta di voti.

Durante la contestazione alla legge 133/08 abbiamo fatto tutt’altro che risolvere problemi: li abbiamo creati e sollevati chiedendo a tutti voi di alzarvi e reagire contro una legge ingiusta. Quando abbiamo cominciato a farlo eravamo una minoranza, ma il coraggio di prendere una posizione decisa e di proporvela non ci è mancato. Così continueremo ad agire da rappresentanti.

Per ribadire ancora una volta che questo è il nostro posto, è il nostro momento. Per ribadire che quest’Università è anche nostra.


Alfredo Ferrara
Candidato al Consiglio di Facoltà di Lettere e Filosofia
ed al Consiglio di Interclasse di Filosofia

domenica 23 novembre 2008

Nell' Onda oltre la cresta dell'onda

E' stato un mese importante l'ultimo. Dopo la grande delusione derivata dal fallimento del governo Prodi e le elezioni che ci hanno sbattuto in faccia come Berlusconi non sia più un incidente di percorso della nostra storia, ci è servita la scure del ministro Gelmini per ricostruire una partecipazione civile.
Molte cose si sono dette sull'Onda: paragoni, elogi, grandi aspettative. Per chi sta vivendo questa mobilitazione dall'interno però le cose significative sono altre. Personalmente uno degli aspetti che più mi ha motivato ed incoraggiato sono state le svariate storie ed esperienze che ho incontrato e conosciuto: colleghi studenti (tantissimi) e docenti di ogni grado (pochi). Ognuno mi ha insegnato qualcosa. In un'assemblea chiassosa è stato utile ad esempio ascoltare dalla bocca di un rappresentante dei Cobas un richiamo ad una riflessione politica seria sul momento che stavamo e che stiamo vivendo, scevra dall'urgenza organizzativa che ha eccitato il movimento in tanti momenti del suo percorso.
E' vero, nell'agire politico c'è bisogno di fermarsi e di riflettere sempre, anche quando il percorso che si sta compiendo sembra viaggiare su due binari lunghissimi e con una forte spinta motrice.
Non dobbiamo dimenticarci dove eravamo non più tardi di tre mesi fa: cittadini di un paese in cui non ci riconoscevamo, analfabeti di parole capaci di rimetterci in moto, disillusi circa la possibilità di creare un lessico che andasse un po' oltre il ristretto ambito del privato, dell'individuale. E laddove questo lessico c'era era tutto declinato al negativo: un anatema rivolto contro tutto e tutti che celava una lamentela auto-assolutiva.
Non dimentichiamoci quello che la nostra generazione faceva in questo contesto: era in larga parte a casa propria. Più volte nei mesi passati ho pensato che quando il vittimismo si impossessa delle energie fresche, quelle che nessun discorso qualunquista e cinico dovrebbe riuscire a zittire, l'orizzonte di quella generazione è davvero grigio. Siamo cresciuti arrabbiati e delusi nei confronti di una generazione nata incendiaria e morta pompiera senza tuttavia renderci conto che il nostro iper-criticismo privo di azione conseguente significava essere pompieri pronti a spegnere qualunque fuoco. Anche quello che ancora deve arrivare.
Poi c'è stata l'Onda anomala con i milioni di universitari in piazza, in assemblee, presenti ad ogni nuova convocazione. Nella nostra Bari in una settimana abbiamo indetto due manifestazione alle quasi hanno risposto quasi 10.000 persone in entrambe le occasioni, nonostante organizzate in pochissimo tempo e convocate con prospettive molto meno ampie. Forse neanche dopo la mattanza del G8 di Genova si è avuta così tanta partecipazione in tutta Italia.
E' stata davvero una sbornia collettiva. Qualcuno dei promotori ha pensato arrogantemente "finalmente hanno capito quello che noi diciamo da anni"; qualcuno della stampa ha detto che era un nuovo '68; qualcun'altro che il movimento ha riaperto una questione generazione.
Oggi il movimento è in calo, soprattutto di partecipazione ed in molti casi anche di entusiasmo. E' un effetto inevitabile: se le cifre continuavano ad essere quelle sarebbe davvero avvenuta una rivoluzione. D'altronde il prestar fiducia alle sirene dei media ed alla loro retorica rende facile la disillusione collettiva. Sparire dai media per molti può significare che tutto è finito, che abbiamo perso e che forse la prossima volta conviene pensarci due volte prima di cominciare.
La vera battaglia comincia oggi: oggi che occorre andare oltre il semplice atto di testimonianza, quello che non costa nulla fare, al massimo solo mezza giornata di studio o di cazzeggio. Comincia ora che è necessario far intrecciare e dialogare nella quotidianità le lezioni, lo studio e l'impegno. La nostra generazione non può essere cambiata così repentinamente in un mese: o avevamo sbagliato prima a leggerla timida, impaurita e quindi individualista, o sbagliavamo due settimane fa, davanti alle piazze stracolme ad inneggiare al risveglio delle coscienze, alla generazione che si alza e si mette in cammino. Io ritengo che l'analisi di due mesi fa era giusta e che tuttavia oggi abbiamo una opportunità che prima non avevamo.
In un dibattito sul '68 tenutosi in occasione del festival della filosofia di Roma Paolo Flores d'Arcais ha sostenuto che una delle principali responsabilità del movimento del '68 è stata l'incapacità di incanalare le proprie istanze nelle istituzioni, di averle lasciate nella fluidità del movimento (fidandosi della sua forza anche numerica). Oggi dobbiamo essere capaci di fare proprio questo. Di trasformare le nostre ragioni in proposte, di trasformare noi stessi da carne da macello incazzata a soggetti politici.
In questo mese ci siamo mossi sull'onda dell'indignazione, sulla parte più emotiva. Ora è dovere di chi in quello che diceva in assemblea e gridava in piazza crede davvero e vuole dargli una continuità, continuare a lavorare e ad elaborare. I tentativi di elaborazione e di discussioni privi di un interlocutore polemico o di una controparte esterna sono una gran responsabilità, per questo la maggior parte dei movimenti si inceppano proprio qui: i rischi di frammentazione e spaccature sono dietro l'angolo, qualcuno inevitabilmente resterà scontento. Non c'è però scelta se non vogliamo essere ricordato come il movimento più breve della storia d'Italia.
Dal tema dell'Università e della ricerca la nostra riflessione può espandersi a tutti i temi che ci riguardano, riscoprendo anche il modo nel quale ci riguardano e ci toccano. Nei primi giorni di mobilitazione è stato bello vedere come si affermava sempre di più l'idea che le motivazioni per le quali facevamo volantinaggio, fermavamo la gente per intervistarla, affiggevamo manifesti, non erano goliardate o motivi per perdere tempo ma tematiche che ci toccavano da vicino. Perché ora non dovremmo provare a fare lo stesso parlando anche della crisi e del lavoro (il nostro di domani e quello degli altri nell'oggi)? Perché non estendere il discorso alla grande emergenza democratica che vive in nostro paese? Abbiamo davvero la possibilità di risollevare una questione generazionale (impegno che richiede qualcosa di un più di un mese) ricreando un lessico e delle esperienze comuni. Alcune forse ci sono già, ma non parlandoci e non confrontandoci non ne siamo consapevoli.
Un motivo per non farlo ci sarebbe: senza il referente polemico e senza l'urgenza di un decreto legge in via di approvazione è praticamente impossibile pensare di portare in piazza nello stesso tempo le stesse persone con la stessa consapevolezza. La politica però non è fatta di vette continue, in larga parte è fatta da una semina che non si sa se porterà al raccolto ed a che raccolto porterà. Se non si continua a seminare però, non lo si scoprirà mai.

mercoledì 13 agosto 2008

Gli intellettuali e la politica


Da sempre è uno dei rapporti più indagati, invocati o maledetti. E' abbastanza scontato a questo proposito citare Gramsci e la sua teoria dell'egemonia culturale. La sua vicenda personale nel complesso poi (personaggio politico di spicco e grande intellettuale) è un raro esempio di come le due tendenze possano unirsi. Molto più interessante può essere vedere come un grande anarchico quale Fabrizio De Andrè, in un'intervista apparsa su A rivista anarchica abbia dichiarato pressappoco che il governo di tecnici sia l'unico governo che vedeva possibile. Innumerevoli analisi si potrebbero proporre su queste due esperienze.
Con la presenza forte delle ideologie, determinanti non solo in ambito politico, ma soprattutto in quello intellettuale, il rapporto tra gli intellettuali e la politica era decisamente più facile di quanto invece lo sia adesso. Con la contestazione degli anni '68-'77, ed in particolar modo quella dell'ultimo anno citato, quando i giovani contestarono ferocemente l'istituzione della sinistra dell'epoca (il PCI), l'intellettuale è diventato un cane sciolto con annesse virtù e vizi del caso. Siamo tutti pronti a celebrare l'autonomia della ricerca intellettuale in assenza di gabbie ideologiche, ma dobbiamo essere altrettanto onesti nel riconoscere l'arroganza che la figura dell'intellettuale può assumere o ha assunto in questo contesto. Se in presenza dell'ideologia, il politico e l'intellettuale non avevano nulla di nuovo da imparare dall'esperienza (l'ideologia non si lasciava sfuggire niente, e tutto quello che accadeva non poteva che esserne solo una conferma), in sua assenza il politico si trova a dover fare i conti, privo di una visione globale della società, con le mareggiate delle dinamiche globali e con l'obbligo di dover prendere delle decisioni e delle responsabilità (senza mai trascurare l'impatto che queste hanno sull'opinione pubblica, ancor più nei sistemi bipolari), mentre l'intellettuale può riflettere serenamente sulle cose, dare risposte che non siano urgenti e che non hanno l'urgenza di accaparrarsi consensi. Può anche criticare il politico che non ha dato la risposta giusta.
Una situazione di sicuro privilegio, inevitabile per altro. Aggiungerei però, una condizione che è patrimonio che gli intellettuali stessi non devono e non possono sperperare dimenticandosi di essere dei privilegiati rispetto ai politici. L'errore più grande consiste proprio nel ritenere che la politica debba limitarsi ad adeguarsi alle analisi che l'accademia (in senso davvero lato) produce. Consiste nel ritenere che la politica (con la sua dialettica, con la sua ricerca dei consensi, con il suo dover fare i conti con noiose e stancanti contingenze) agli intellettuali (a chi sa le cose...) non abbia nulla da insegnare.
Alle primarie del Pd è stato candidato ed eletto Piergiorgio Odifreddi, che nelle sue ultime pubblicazioni ed esternazioni pubbliche, non ha mai fatto mancare la sua sui cosìdetti temi etici attaccando duramente le posizioni della Chiesa e le sue ingerenze sulla politica italiana. Sono passati pochi mesi ed Odifreddi è uscito dal Pd, attaccando duramente Veltroni reo di non operare scelte. Mi chiedo: come poteva sperare Odifreddi in pochi mesi di attività politica di imprimere una linea culturale ad un partito che conta circa 12 milioni di elettori?
In nessun'altro luogo come nella politica è necessario pensare che ci si sta mettendo in gioco, che nulla è scontato o inutile. E questa è cosa ben diversa dall'accettare aprioristicamente un compromesso al ribasso. Significa avere la consapevolezza della complessità con la quale si ha a che fare, complessità di cui spesso chi si accinge a fare/trattare di politica deve sapere che potrebbe esserne vittima.

martedì 15 luglio 2008

1010, 1100, 2000 editoriali di Furio Colombo

Tutti coloro che si sono seriamente interessati alla manifestazione di Piazza Navona non hanno potuto ignorare l'intervento di un signore brizzolato sessantasettenne che prendeva le distanze dal lessico scurrile usato prima di lui e dagli attacchi al presidente della Repubblica. Si tratta di Furio Colombo, deputato Pd, già direttore ri-fondatore de l'Unità. Con le sue parole ci ha ricordato che la politica è una cosa seria e che la partecipazione civile, anche quando avviene libera dai filtri dei partiti e della loro burocrazia, non può e non deve essere qualcosa di esclusivamente emotivo e viscerale.
Avevo all'incirca 16 anni quando rinasceva l'Unità e da qualche anno mi interessavo alla politica essendo iscritto alla Sinistra giovanile (i giovani dei Ds). Guardai a quell'evento con estrema curiosità, visto che si riapriva un giornale vicino al mio partito: il manifesto era tutt'altro che tenero con il centro-sinistra appena reduce dai 5 anni di governo e la repubblica era qualcosa di diverso, che allora, da adolescente di sinistra, vedevo da lontano. Non conoscevo Furio Colombo e non fu subito sintonia con lui, appunto perché nei suoi editoriali difficilmente ci trovi qualcosa che ti aspetti, che esalta esclusivamente la tua indignazione civile senza spiazzarti e indurti a riflettere.
Sono passati gli anni ed ho imparato ad apprezzare sempre più quel signore brizzolato, sia per la sua attività politica, sia per le posizioni intellettuali, sia per lo stile personale che testimonia (uno stile che oserei definire prodiano o donadoniano). Col passare degli anni infatti non ha mai fatto mancare la sua adesione e partecipazione all'Ulivo prima, all'Unione poi ed al Pd infine, senza mai rivendicare protagonismi o poltrone in nome di orientamenti, posizioni etc. Ha sempre avuto come suo unico referente politico la sua visione del paese e della sinistra, visione davvero ampia, sempre al passo con nuove sfide e prospettive.
E' davvero difficile ricordare strappi o rotture da lui perpetrati eppure è da molti considerato una voce critica del Pd ed un anti-berlusconiano di ferro. In un periodo di transizione culturale della sinistra italiana è riuscito attraverso l'Unità e la sua attività parlamentare a ritagliare organicità politica e culturale alla lotta contro il berlusconismo, collocandola tra le urgenze della sinistra, da lui mai trascurate (i morti sul lavoro, la questione ambientale, la laicità dello stato, l'antifascismo). Simbolo di questa capacità sono la collaborazione con Marco Travaglio (liberale e allievo di Indro Montanelli) e la notizia della prematura morte di Tom Benettollo (storico presidente dell'Arci), ignorata da tutti i quotidiani italiani tranne che dalla sua l'Unità. Probabilmente l'aver lavorato proprio presso il quotidiano fondato da Antonio Gramsci l'hai aiutato in questo. Sicuramente se avesse tentato di far ciò attraverso correnti interne, provocazioni ed ultimatum ne avrebbe giovato il suo ego, forse il suo portafoglio, ma sicuramente non sarebbe mai riuscito a costruire tutto ciò.
Gli anni di soggiorno e di lavoro negli Stati Uniti d'America gli hanno permesso di elaborare un'idea nuova di sinistra che sposa le istanze del socialismo del vecchio continente alle più grandi esperienze di democrazia e partecipazione degli States. Il suo ultimo editoriale si apre proprio con un elogio del veterano Ted Kennedy (77 anni), rientrato da un intervento per tumore al cervello in Senato per votare contro la privatizzazione delle cure mediche per anziani. Dal suo arrivo a l'Unità è sempre stato un promotore dell'avvicinamento tra la sinistra ed i radicali riconoscendo la ricchezza delle battaglie combattute da questi in campo nazionale ed internazionale, nonostante si siano sempre collocati al di fuori della sinistra classica.
Riguardo il suo modo di operare ho già detto del suo battersi dentro il recinto, tenacemente ma con discrezione, senza indebolire la sua parte politica. Ci è riuscito proprio perché è rifuggito da rendite di posizione, rivendicazioni personali e correntismi. Ha portato silenziosamente il suo contributo dimostrando che "in maniera silenziosa" non è sinonimo di "in maniera servile". Oserei dire che rappresenta una delle grandi eccezioni all'interno della sinistra italiana: non divide mai, ma allo stesso tempo non arretra mai. Domenica 13 Luglio 2008 ha pubblicato il suo millesimo editoriale, ancora una volta analizzando la situazione italiana in maniera assolutamente disincantata. Grazie Furio.

giovedì 10 luglio 2008

Per un osservatorio sui Tg Mediaset

Personalmente non condivido alcuni toni utilizzati nella manifestazione a Piazza Navona: trovo assolutamente fuori luogo l'attacco di Grillo a Napolitano e poco furbo l'intervento di Sabina Guzzanti. Quando si vogliono fare accuse gravi e forti le si fà col contagocce: prendi un obiettivo e cerchi di centrarlo, dando la possibilità all'uditorio ed a chi vuole partecipare al dibattito nei giorni seguenti di concentrarsi su quello; chi è d'accordo e chi è contrario può così portare la sua motivazione e la sua testimonianza. Quando spari a zero su tutto e tutti, il tuo appare più uno sfogo fine a se stesso. Se voleva essere informazione l'intervento della Guzzanti non ci è riuscito, perché, come possiamo pretendere che chi le cose non le sa, non se ne interessa, provi improvvisamente curiosità davanti ad una valanga di informazioni? In più, e questo è un ulteriore ostacolo sulla strada che l'informazione deve percorrere, è stata data la possibilità a chiunque di attaccare la manifestazione facendo apparire quella rabbia e quella indignazione come un problema personale di approccio alla vita ed alla politica di Guzzanti, Di Pietro e Travaglio. In sostanza: se attacchi uno vado a controllare se il problema è lui. Se attacchi tutti, mi annoio ed attribuisco a te il problema.
Ad esempio la Guzzanti ha fatto importanti accuse alla chiesa in merito alla responsabilità morale che questa dovrebbe prendersi nei confronti dei pestaggi di omosessuali. E' stata la prima a porre la questione in questi termini. E' naturale però che un'accusa così circostanziata e precisa passi in secondo piano rispetto alle battute sul papa all'inferno o sulla Carfagna e Berlusconi. Purtroppo...

Questa però è un'altra questione. Vorrei invece porre l'attenzione su come Emilio Fede ha parlato della manifestazione. Ecco il video.



Non sono legati all'attualità questi altri due video ma vorrei proporveli lo stesso:





E' inutile comunicarci la rabbia e l'indignazione che viene a qualunque persona di buon gusto vedendo questi video ed assistendo al senso di impunità con il quale Fede lancia accuse totalmente gratutite basandosi su dati falsi. Trovo inuitile anche gridare che questo non è un giornalista ma un servo.
Vorrei invece lanciare una proposta: perché non mettere su un osservatorio sui tg Mediaset? Da quando al Tg5 è arrivato Mimun, anche quel Tg è diventato sempre più scandaloso. Trovando un gruppo di persone abbastanza folto, disponibili a vedersi i Tg mediaset ed ad evidenziarne le faziosità o i deliri (come nel caso di Fede), sarebbe possibile realizzare ogni settimana un libro nero con tutte le bestialità dette.
Se c'è anche qualcuno capace di operare bene con i video e sa da dove si possono scaricare le puntate dei Tg, si potrebbe realizzare ogni settimana un video di una decina di minuti in cui raccogliamo tutti questi spezzoni e li sbugiardiamo con i sottotitoli o prendendo immagini e dati da fonti più attendibili. Trovo davvero fatto bene nel montaggio del primo video (quello sul No Cav) il momento in cui viene sbugiardato Fede attraverso un fermo immagine ed un sottotitolo quando dice che l'intero parlamento ha applaudito alle parole di Schifani Può essere questo un modo per cominciare a lavorare.