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domenica 31 luglio 2011

L’inversione dei ruoli nella politica pugliese

La polemica sulla sicurezza tra Pdl ed Emiliano e la mancata nomina del Prefetto di Bari ripropongono per l’ennesima volta lo stesso copione nel centro-destra barese. La vicenda è presto detta: il Pdl da qualche settimana denuncia il problema sicurezza in città snocciolando dati, denunciando omissioni etc. In questo contesto si inserisce la marcia per la sicurezza promossa al quartiere Libertà. Emiliano da parte sua risponde che ci vuole una bella faccia tosta per sollevare una tale questione se da mesi la città di Bari è senza Prefetto per responsabilità delle beghe di due pezzi da novanta del centro-destra nazionale (entrambi salentini): Raffaele Fitto ed Alfredo Mantovano.

Al di là di quello che sarà l’esito di questa vicenda, ciò che emerge in maniera netta ed inequivocabile è lo stato del centro-destra barese e pugliese: stretto a metà tra personalità di rilievo nazionale ormai lontane dalla Puglia e disposte tutt’al più ad interessarsene da Roma (quasi sempre configgendo tra loro) ed una classe dirigente locale che pullula di mastini da opposizione ma latita di personalità capaci di unire l’opinione pubblica in una proposta politica. In questo l’infaticabile Ninni Cea ha molto in comune con “il soldato” Rocco Palese: capaci di fare le pulci ad Emiliano ed a Vendola, di marcarli stretti senza stancarsi mai, è davvero difficile pensare che possano risultare convincenti come sintesi di una coalizione che si propone di governare. Il risultato di Palese alle regionali ha parlato chiaro in proposito. Il tentativo del centro-destra barese di riproporre la minestra-riscaldata Di Cagno Abbrescia altrettanto.

L’effetto di tutto ciò sul centro-sinistra è lo smarrimento di quella che a mio parere era la cifra della Primavera pugliese: una strutturale e storica estraneità al potere, rimasta il punto di forza delle giunte Emiliano e Vendola almeno per il primo mandato durante il quale sembrava ancora incredibile aver vinto le elezioni e si temeva di dover assistere al ritorno alla normalità in poco tempo, il tempo della fine del mandato e di nuove elezioni per l'appunto. Alla scadenza elettorale sono però emersi i limiti del centro-destra di cui tutt'oggi questi sembra prigioniero e di cui ho parlato sopra, limiti che stanno riuscendo nel mai arduo compito di far prendere ai partiti al governo confidenza col potere, le sue lusinghe e le sue illusorie promesse di amore eterno.

La situazione di stallo è a tratti deprimente, soprattutto per un'opinione pubblica che, a destra come a sinistra, era abituata a considerarsi laboratorio politico nazionale.

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da LINKREDULO di DOMENICA 31 LUGLIO -
http://www.linkredulo.it/politica/2225-linversione-dei-ruoli-nella-politica-pugliese.html



venerdì 9 luglio 2010

Cassano, D’Alema e Reichlin a confronto sulla crisi della politica

Occasione del confronto la presentazione del libro di Alfredo Reichlin “Il midollo del leone”.

da barilive.it 9/7/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17834

Ieri pomeriggio presso la libreria Laterza si è svolta la presentazione del volume “Il midollo del leone” di Alfredo Reichlin, politico italiano di lungo corso, storico esponente del PCI oggi nel Partito Democratico. Quello di Reichlin a Bari è stato un ritorno: in passato quando si avvicinò alle posizioni della minoranza ingraiana ed entrò in attrito con la dirigenza del Partito venne diplomaticamente esiliato in Puglia a ricoprire il ruolo di segretario regionale. Qui ebbe modo di conoscere la nascente Ecole barisienne per la quale divenne un interlocutore privilegiato all’interno di quel PCI nei confronti del quale quei giovani intellettuali meridionali erano molto critici.
A discutere con lui del libro c’erano Franco Cassano, uno di quei giovani intellettuali, e Massimo D’Alema che circa vent’anni dopo Reichlin venne anch’egli spedito in Puglia come segretario regionale. La riflessione sulla crisi della politica e della sinistra, temi trattati dal testo di Reichlin, si è non a caso spesso intrecciata con i ricordi dei tre partecipanti al dibattito.

Franco Cassano ha aperto la discussione ponendo in evidenza la sproporzione delle forze in campo tra la politica e l’economia impostasi negli ultimi decenni. Per farlo ha impiegato una metafora calcistica dicendo che “prima la politica giocava in casa, ora gioca in casa dell’economia” e che quindi la crisi della sinistra non va letta solo nei termini di allentamento della tensione morale ma anche in quelli di un cambiamento strutturale delle forze in campo. La questione centrale per il dibattito politico a sinistra oggi, ha detto Cassano, dovrebbe essere incentrata intorno a quelle che, con un’espressione antica, vengono definite le “forze motrici della storia”, quelle capaci di rovesciare il fattore campo nel rapporto economia-politica rimettendo al centro il tema dei bisogni.

Il dibattito si è poi acceso tra D’Alema e Reichlin; riportare la totalità degli argomenti toccati è davvero impossibile. Entrambi esponenti di punta del partito democratico e sostenitori di Bersani all’ultimo congresso, hanno (soprattutto per merito di Reichlin che è intervenuto per secondo ed ha quindi potuto replicare) discusso a viso aperto proponendo due diverse visioni della situazione politica italiana. Se D’Alema ha posto l’accento sulla continuità tra la crisi delle forze progressiste in Italia e quella delle forze progressiste europee motivandola come crisi di sistema (in contrapposizione alla parte restante del pianeta in cui i progressisti guidano grandi processi emancipativi), Reichlin senza minimizzare il cambiamento di scenario internazione avvenuto nell’ultimo trentennio (ha non a caso citato le politiche di Ronald Regan e Margaret Tatcher dicendo che della loro rivoluzione la sinistra non ha ancora preso le misure) ha evidenziato la discontinuità con la situazione italiana. Il suo intervento è cominciato dicendo “non riesco a ridimensionare la crisi italiana”. Reichlin è stato non a caso il primo a pronunciare il nome di Berlusconi, dicendo che è imparagonabile il livello di analisi e di studio che gli esponenti del PCI avevano raggiunto negli anni ’30 in merito al fascismo con quello che oggi la sinistra italiana sta producendo in merito al berlusconismo.

giovedì 8 luglio 2010

Immigrazione e diritti: Nichi Vendola dialoga con don Sciortino

Ieri a Bari la presentazione del volume "Anche voi foste stranieri" alla libreria Laterza
da barilive.it 8/7/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17828


Si è svolta ieri pomeriggio presso la libreria Laterza la presentazione del testo “Anche voi foste stranieri” di Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana. I temi del libro e della presentazione erano stati il giorno precedente ampiamente discussi dallo stesso Don Sciortino in un'ampia e generosa intervista che ci ha concesso.
Il dibattito è stato aperto dall’introduzione di Alessandro Laterza che ha elogiato il libro in quanto tentativo di “raccontare il tema dell’immigrazione come un pezzo della nostra società”. Don Sciortino nel suo intervento ha parlato dei mass media e del loro modo di raccontare il fenomeno migratorio non favorendo pratiche di accoglienza ma sentimenti di razzismo; della posizione che la Chiesa cattolica deve avere a riguardo tornando ad essere profetica non piegandosi su se stessa nella difesa dei propri simboli e della propria identità. Citando il Cardinal Dionigi Tettamanzi ha detto che “innalzando muri non teniamo fuori gli altri, ma rendiamo prigionieri noi stessi”. Obiettivo polemico è stato anche il mancato riconoscimento della cittadinanza per quegli immigrati con i quali invece i bambini italiani condividono o hanno condiviso la culla, il banco di scuola e che parlano un italiano (e talvolta anche un dialetto) perfetto. Queste forme di discriminazione, se declinate nei termini del mancato diritto di voto per chi vive, lavora, paga i contributi ed ama l’Italia, appare ancora più paradossale se paragonata al diritto di voto che è stato concesso agli italiani all’estero: individui che talvolta hanno reciso ogni contatto con l’Italia, spesso non parlano più l’italiano e magari non hanno mai versato contributi allo stato italiano.
L’appassionato intervento di Vendola , che ha ringraziato Don Sciortino per l’occasione di discussione offertagli, ha rimarcato la necessità di pensare al welfare che l’Occidente ha costruito nell’ultimo secolo storicizzandolo e pensandolo come nato senza tutele per le donne, viste come “oggetto di assistenza e non come soggetto di libertà”, e per i migranti, visti come “problema e non come risorsa”. Rispondendo ad una domanda rivolta a Don Sciortino dall’uditorio in merito al primo comandamento (“non avrai altro Dio all’infuori di me”) ed a quanto questo sia in contraddizione con lo spirito di accoglienza, Vendola ha invece evidenziato la portata rivoluzionaria dello stesso in quanto monito a non divinizzare le cose e le persone ed a relativizzarne il potere.
Durante il dibattito è stato citato due volte da Don Sciortino il nome del Presidente della Camera Gianfranco Fini (una volta in quanto partecipante al "Patto di Capodarco" ed un’altra in quanto padrone di casa nella presentazione del testo tenutasi alla Camera). Di fronte ad una nostra domanda se egli ritenesse affidabile come interlocutore sul tema dell’immigrazione chi come Fini ha firmato una delle leggi più razziste dell’Occidente in materia ed in passato non è stato esente da responsabilità in merito all’imbarbarimento del dibattito pubblico sugli immigrati (vedi la vicenda datata 2007 dello stupro della Reggiani e della conferenza stampa tenuta sul luogo dello stupro a poche ore di distanza), Don Sciortino ha dapprima evitato di rispondere, poi ulteriormente sollecitato da Alessandro Laterza ha posto come priorità la necessità di coinvolgere tutti sul tema dell’accoglienza. Vendola ha invece preferito non esprimersi.

mercoledì 7 luglio 2010

“Il futuro sarà a colori” – Intervista a Don Antonio Sciortino

Immigrazione, politica e società al centro della riflessione del direttore di Famiglia Cristiana
da barilive.it 7/7/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17812


Don Antonio Sciortino è da undici anni direttore del periodico Famiglia Cristiana. La sua direzione si è fino ad oggi contraddistinta da una grande attenzione rivolta all’attualità politica. Oggi pomeriggio alle 18 sarà a Bari per presentare presso la libreria Laterza il suo ultimo libro “Anche voi foste stranieri. L’immigrazione, la Chiesa e la società italiana”. Ecco in anteprima i temi caldi della connversazione in Laterza.

Cominciamo dal titolo del suo libro “Anche voi foste stranieri”, che si riferisce all’esperienza di milioni di italiani emigrati durante il ‘900. Perché nell’Italia di oggi c’è un difetto di memoria storica nel ricordare questa pagina così dolorosa e dignitosa allo stesso tempo?
Il titolo del libro fa riferimento a un versetto della Bibbia (Dt 10,19), che per esteso recita: “Amate lo straniero perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”. Gli ebrei tornati in patria dopo gli anni di schiavitù sotto il Faraone erano invitati a far tesoro di quell’esperienza e trattare bene gli stranieri che vivevano in mezzo a loro. Stesso appello dovrebbe valere per l’Italia d’oggi, che sembra aver perso la memoria. Da terra di emigrazione, siamo diventati terra d’approdo per migliaia di stranieri che cercano sul nostro territorio una speranza di futuro per sé stessi e i propri familiari come facevano i nostri genitori e nonni, trattati male allora, così come noi oggi facciamo con gli immigrati. Ad essi, ad esempio, rendiamo difficile la vita, a cominciare dal ricongiungimento familiare che per loro è peggio di una impegnativa corsa a ostacoli. Eppure non possiamo più fare a meno della loro presenza e del loro lavoro, ma dimentichiamo che sono persone con diritti universali inalienabili. Con la scusa della sicurezza, enfatizzata dai media e dalle forze politiche che speculano sulle pelle degli stranieri per ottenere consensi, abbiamo messo in campo una politica dell’esclusione e dell’indesiderabilità, invece di governare il fenomeno migratorio, che è sì una “scomodità”, ma una scomodità che ci aiuta a crescere. Gli stranieri sono una risorsa anche demografica, per un paese quale l’Italia che ha il più basso tasso di natalità al mondo, e che se non inverte la rotta si avvia a un vero e proprio suicidio. L’Italia si sta ripiegando su se stessa, è sempre più egoista, a difesa del proprio benessere da non condividere con altri. Alla politica dei muri va contrapposta una politica dei ponti e della condivisione. Anche perché il fenomeno immigrazione non è più questione di scelta: è già radicato nella realtà. In Italia vivono più di quattro milioni e mezzo di stranieri. La politica dello struzzo non rende, è un terribile boomerang che ci tornerà addosso.

Non ritiene che nel rifiuto di accogliere gli immigrati occorra leggere un malessere sociale più ampio dovuto ai fenomeni di precarizzazione che abbiamo conosciuto nell’ultimo ventennio ed all’incertezza generalizzata portata dalla globalizzazione?
Gli stranieri spesso sono usati come “capro espiatorio” di tanti nostri malesseri. Occorre, però, sfatare tanti luoghi comuni e stereotipi, a cominciare dal dire che portano via il lavoro agli italiani. Nulla di più falso. Sono presenti in settori disertati dai nostri connazionali. Se gli stranieri, dalla sera al mattino, sparissero (come alcuni si augurerebbero), l’Italia sarebbe un paese in ginocchio, in tutti i settori dell’economia e dei servizi. Non starebbe in piedi un solo istante. Il dieci per cento della nostra ricchezza (Pil) è fatto dal loro lavoro. E le nostre pensioni sono pagate, in parte, dai loro contributi. In questo, danno molto di più di quanto ricevono, poiché sono popolazione molto giovane. Anche per la sicurezza va combattuta la convinzione, alimentata da una cattiva informazione, che ritiene ogni straniero un delinquente. È stato detto: “Un clandestino senza lavoro naturalmente delinque”. Gli stranieri non delinquono più di quanto non facciano i nostri connazionali, anche se la percezione è totalmente diversa. Come ricordava Giovanni Paolo II “quando una nazione ha il coraggio di aprirsi alle migrazioni, viene premiata da un accresciuto benessere, da un solido rinnovamento sociale e da una vigorosa spinta verso inediti traguardi economici e umani”. Una malintesa globalizzazione può renderci vicini, ma non fratelli. Oltre alle merci, vanno fatte girare le persone. E soprattutto la solidarietà, per una distribuzione più equa dei beni della terra. Altrimenti, come ricordava Paolo VI, prima o poi, “i popoli della fame” verranno a bussare alla nostra porta.

Nel suo libro lei parla di uno scontro di civiltà tutto interno all’Occidente imperniato attorno al tema dell’accoglienza della persona straniera. Non crede che parte della Chiesa cattolica quando insiste sulle radici cristiane d’Europa, quando si schiera contro la costruzione di luoghi di culto di altre religioni sul nostro territorio, quando fa le barricate sulla presenza del crocifisso nelle aule rischia di posizionarsi dalla parte sbagliata?
La religione non va mai strumentalizzata, in alcun modo. Il diritto alla preghiera è un diritto inalienabile, legato alla persona umana prima ancora che al cittadino. Così come è necessario un luogo di culto, anche se si può e si deve discutere dove costruirlo. Usare il crocifisso per darlo in testa a chi ha una fede diversa dalla nostra è tradire davvero il significato di amore universale che esso rappresenta. Spesso facciamo la battaglia del crocifisso per difendere un arredo nelle aule pubbliche dimenticando che quelle braccia aperte includono e non escludono nessuno. La stessa rivendicazione delle radici cristiane, se fatta in chiave di rivendicazione e opposizione, è quanto mai deleteria. Le religioni, se sono vere e non forme degenerate ed estremiste, difendono la vita, portano al dialogo, alla pace e alla costruzione di un mondo migliore. L’aveva ben compreso Giovanni Paolo II, nel 1986, quando convocò ad Assisi i capi di tutte le religioni per pregare per la pace. Non confondiamo allora il vero credente con chi strumentalizza la religione per usi politici e passa allegramente dall’essere un fedele del dio Po e dei riti celtici a paladino della cristianità.

Per concludere, secondo lei l’Italia è un paese razzista?
Oggi c’è chi soffia tanto sul fuoco e alimenta sentimenti di intolleranza, xenofobia e di vero e proprio razzismo. Ormai non si contano più i provvedimenti, a livello nazionale e locale, tesi a discriminare chi ha il colore della pelle diversa, una provenienza da altre nazioni e un differente credo. È per questo che non si capisce perché rendiamo così difficile la cittadinanza a figli di stranieri di seconda e terza generazione che sono nati in Italia, parlano bene la nostra lingua (se non addirittura i dialetti), amano il paese dove vogliono vivere, e dove i loro genitori pagano pure le tasse. L’Italia, se vuole avere un futuro, deve poterlo programmare non a prescindere, ma a partire dagli stranieri che sono in mezzo a noi, cominciando a considerarli una risorsa e non un problema. Il futuro sarà a colori e la società arcobaleno non potrà che stupirci. In meglio, naturalmente. A patto di adottare una politica più umana e civile. Nella sicurezza e nell’accoglienza.

mercoledì 26 maggio 2010

Pop filosofia e Pornosofia: Simone Regazzoni a Bari

Intervista al filosofo recentemente cacciato dalla Cattolica

da barilive.it 26/05/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17424

Simone Regazzoni è un giovane e promettente filosofo italiano. È stato allievo di Jacques Deridda, il filosofo francese che con il “decostruzionismo” ha messo in questione i “margini della filosofia” e della metafisica occidentale, riconsiderando temi da queste tenute al bando. È forse partendo da questo approccio che Regazzoni da qualche anno rivolge la sua attenzione a fenomeni di cultura di massa, quelli a cui da sempre il mondo accademico si accosta con snobismo. Ha trattato temi quali Harry Potter e la fortunata serie televisiva Lost, formando anche un gruppo di lavoro sui temi della serie televisiva (gruppo a cui ha preso parte anche la barese Francesca Romana Recchia Luciani). Questi giorni è a Bari per presentare i suoi ultimi due lavori: Pornosofia e l’opera collettanea Pop filosofia (ne discuterà stasera alle 18.00 presso la libreria Laterza). Il primo, un libro in cui analizza il fenomeno del mondo del porno, gli è valso la cacciata dall’Università Cattolica di Milano ; il secondo è un manifesto di riforma totale dello statuto della riflessione filosofica. Gli abbiamo chiesto di dirci qualcosa di più.

Un aspetto da cui è forse il caso di partire è quella che possiamo chiamare la legittimità di chiamare riflessione filosofica una riflessione sul mondo del pop, delle fiction televisive, del mondo del porno. Che cosa è successo nella storia del pensiero che oggi permette di chiamare “riflessione filosofica” una riflessione che ha ad oggetto Cicciolina, Lost accanto alla sostanza ed all’essere?
Ai miei occhi nulla di così rivoluzionario, benché è chiaro che delle novità ci siano. Perché dico nulla di rivoluzionario? Perché da un lato la filosofia oltre a occuparsi di essere, sostanza, senso, ecc. si è occupata di opere di fiction (ed è stata essa stessa opera di fiction: basti pensare ai dialoghi platonici), dall'altro perché vi sono stati filosofi che hanno usato la fiction come spazio per riflettere sulle grandi questioni filosofiche. Penso ad esempio al lavoro di lettura degli esprimibili ellittici degli stoici fatto da Deleuze attraverso "Alice nel paese delle meraviglie". Nessuna rivoluzione, dunque. La novità sta nel fatto che l'opposizione cultura alta/cultura bassa si è autodecostruita nel corso del Novecento aprendo la strada almeno alla possibilità (perché davvero siamo ancora agli inizi) di confrontarsi con la cultura di massa.

Nel secolo scorso Adorno condannavano la cultura di massa e l’arte ridotta ad oggetto di consumo. Oggi appare imprescindibile per chi voglia comprendere il mondo contemporaneo accostarsi ad essa senza pregiudizi. Il suo approccio fa però di più e sembra quasi entusiastico. Perché?
Forse entusiastico è eccessivo, non so. Ma non escludo che un certo entusiasmo filtri dalle pagine che scrivo. Perché? La risposta più seria è naturalmente: non lo so. C'è qualcuno in me che prova godimento a giocare filosoficamente con alcuni oggetti della cultura di massa, ma le ragioni di questo godimento il mio io non le conosce e non le vuole nemmeno conoscere. Io scrivo a partire da questo godimento. Al di là di questo c’è però un aspetto preciso di ciò che definisco “pop filosofia” che può indurre lei a parlare di entusiasmo: la pop filosofia non si accosta senza pregiudizi alla cultura di massa per analizzarla; la pop filosofia si contamina con la cultura di massa per dar vita a oggetti filosofici ibridi che sono essi stessi opere filosofiche pop. È un punto per me strategicamente essenziale. Si tratta di creare nuovi oggetti filosofici che esplorando generi di scrittura diversi abbiano la forza di circolare nello spazio pubblico.

Nell’Italia degli ultimi decenni stiamo assistendo alla crisi di credibilità del sistema universitario e contemporaneamente al boom di festival e rassegne (di letteratura, economia filosofia etc.) che portano intellettuali a riempire piazze ed auditorium. Se da un lato questo fenomeno appare come una democratizzazione del sapere, dall’altro rischia di portare all’abbandono di quella concezione dello studio come “mestiere, e molto faticoso” come lo definiva Gramsci. Lei come giudica questa situazione?
Molto semplicemente dicendo che le due cose non si escludono. E che di norma ad andare a parlare nelle piazze sono colore che hanno faticato sui libri e hanno avuto un pubblico riconoscimento del proprio lavoro intellettuale. Lo studio faticoso non basta; occorre, per citare Gramsci, “socializzare delle verità”. Tuttavia, affinché il tutto funzioni, occorre che lo Stato continui a finanziare l’Università e la ricerca. Il pericolo non sono le piazze o i festival sono le politiche che tagliano i fondi all’Università e, al contempo, un’Università incapace di rinnovarsi.

martedì 11 maggio 2010

La mobilitazione degli studenti che restituisce dignità alla politica

Dalle facoltà occupate escono proposte e temi di dibattito. L'opinione pubblica é disposta a coglierli?

da barilive.it 11/5/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17244

Per una deformazione del dibattito pubblico ed un impoverimento del nostro vocabolario riconosciamo legittimo l’uso della parola “politica” solo quando descrive un fenomeno in cui è coinvolto un pezzo di ceto politico. L’impoverimento che la politica ha conosciuto negli ultimi decenni è anche frutto di questa confusione che ci ha impedito di riconoscere in ciò che avveniva fuori dal palazzo dei fenomeni “politici”, riguardanti cioè la definizione e la rimodulazione continua delle forme di convivenza in una comunità.

Sotto gli occhi di tutti a Bari sta accendendo un fenomeno di questo tipo, accompagnato dal silenzio della stampa: di fronte ad un previsto aumento delle tasse universitarie come soluzione agli sprechi delle autorità accademiche ed ai tagli del governo, gli studenti di Scienze politiche ormai quasi quindici giorni fa hanno occupato la loro Facoltà, seguiti a breve distanza dai loro colleghi di Matematica. Di richieste di generiche diminuzioni delle tasse ne abbiamo già sentito parlare, gli studenti però fanno ben altro: propongono una forma di tassazione progressiva che permetta di aumentare il gettito diminuendo le tasse per le fasce deboli, quelle degli studenti che non potendo accedere ad una formazione post-laurea di qualità, sarebbero i più immediatamente penalizzati da un impoverimento dell’offerta didattica dell’Università, loro unica fonte di formazione e, quindi, di occupazione. A fianco di queste rivendicazioni economico-fiscali, aggiungono l’assunzione di responsabilità di parte delle autorità accademiche attraverso le dimissioni dagli incarichi che ricoprono e l’inasprimento dell’applicazione del codice etico nei confronti delle parentopoli e delle inadempienze del corpo docente.

Questa mobilitazione, leggendo tra le righe, usa parole e propone una visione della convivenza civile che chiama i causa anche chi è fuori dalle mura delle facoltà. Enuncia infatti due principi in maniera inequivocabile: in un contesto di dissesto economico, chi ricopre ruoli di responsabilità e di governo della barca che affonda non può non pagarne le conseguenze, ancor più se si è reso responsabile di scelte discutibili. Inoltre risistemata la barca, è necessario ridiscuterne le modalità di governo;
Inoltre in una comunità che si ritrova a vivere una situazione di crisi, i sacrifici non vanno chiesti a chi versa già in condizioni di difficoltà e quindi è più vulnerabile e ricattabile, ma a chi sta meglio e forse dal dissesto non verrà neanche sfiorato.
Sono proposte attuali e che riguardano tutti perché contengono un’idea di governo e di uscita dalle crisi in controtendenza con le scelte operate dai governi europei con la crisi economica. Un’eventuale vittoria degli studenti in mobilitazione non sarebbe una vittoria corporativa, ma una vittoria politica: la riaffermazione di alcuni principi di civiltà che ci siamo abituati a veder calpestati, per i quali invece vale la pena lottare. Per questo non si può non guardare a ciò che sta accadendo dentro quelle facoltà con speranza.

mercoledì 17 marzo 2010

Carlo Formigoni torna a Bari

Il maestro di un’intera generazione di attori e registi baresi è al Kismet con il Faust di Goethe

da barilive.it 17/03/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16674

Carlo Formigoni, attore e regista teatrale, dopo aver maturato un’importante esperienza al London Academy of Music and Dramatic Art, approdò al Berliner Ensemble, il teatro di Bertolt Brecht. Maestro di teatro, ha posto le basi del teatro-ragazzi italiano ed attraverso la sua opera di formazione sono nati il Teatro Kismet di Bari e la compagnia Il cerchio di gesso di Foggia. Tra le sue regie, caratterizzate sempre dalla semplicità brechtiana di un teatro morale e necessario, ultima arrivata è quella della Tragedia del dottor Faust, da Goethe, realizzata con la compagnia Teatro Le Forche di Massafra, stasera in programma al Teatro Kismet. Alla vigilia dello spettacolo abbiamo intervistato questo artista e professionista cui la città di Bari deve molto.

- Come mai hai deciso di portare in scena il Faust di Goethe?
- E’ un grande amore e il desiderio di portarlo in scena è sempre stato una costante, non una decisione improvvisa. L’ho messo in scena più volte, anche a Vienna, ed ha fatto maturare in me l’idea di essenzializzare il conflitto per renderlo più comprensibile al pubblico, perché quando metti in scena un’opera così mastodontica il nocciolo della questione rischia di essere sommerso da materiale eccessivo. Un’opera teatrale richiede economia, selezione; perciò puntando l’attenzione sul conflitto Faust-Mefisto, emerge il nocciolo della questione: la presentazione di due componenti di ogni essere umano, il lato che tende alla nobiltà, alla generosità ed il contrario, gli impulsi istintuali.
- Uno degli obiettivi che ti sei è sempre proposto è quello di avvicinare il teatro ai ragazzi: quali reazioni registri quando proponete questo spettacolo alle scuole?
- Lo seguono sempre con attenzione e questo è molto per dei giovani che sentono per la prima volta questo testo così complesso.

- Come ci si confronta con i classici? Non si corre il rischio, per renderli meno lontani, di ricadere in una ossessione per la contemporaneità?
- I classici sono classici perché contengono elementi di una tale profondità umana che più o meno puoi ritrovare in tempi diversi.
- Sei arrivato in Puglia nel 1965, in anni in cui fare teatro, cultura qui non doveva essere facile; eppure è riuscito a seminare tanto. Su cosa hai fatto forza?
- Mi fu affidato l’insegnamento di pratica teatrale a Santa Teresa dei Maschi, ed avendo avuto la fortuna di essere allevato al Berliner Ensamble, il teatro di Bertolt Brecht e perciò di aver assorbito una tecnica di grande aiuto per questa professione, è quella che ho cercato di trasmettere. Per due anni ho lavorato con i ragazzi che sono stati disciplinatissimi.
- Oggi torni al Kismet dopo circa trent’anni dalla sua fondazione nella quale ha avuto un ruolo decisamente fondamentale: che sensazioni provi?
- E’ emozionante perché ritorni in un luogo in cui hai cercato di dare tutto il meglio di te stesso. In questa situazione poi si è anche felici di mostrare quello che uno ritiene debba essere o possa essere il teatro.

sabato 6 marzo 2010

Una giornata senza immigrati?

L'espediente narrativo che smaschera la retorica xenofoba

da barilive.it 13/02/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16322

In un’Italia in cui il dibattito pubblico in materia di immigrazione langue e si limita ad arruolare grotteschi eserciti di favorevoli e contrari, è comparso da qualche settimana un libro che prova a fare un po’ di chiarezza sul tema. Il suo titolo è emblematico, “Blacks out. 20 marzo, ore 00.01. Un giorno senza immigrati”, ed a scriverlo è Vladimiro Polchi, giovane cronista de “La Repubblica” che è stato a Bari per discuterne presso la libreria “Laterza”.
L’autore ha provato ad immaginare cosa succederebbe in Italia se per ventiquattr’ore sparissero gli immigrati costringendo così l’intero paese alla paralisi. Questo stratagemma narrativo, a detta dell’autore, è nato dalla volontà di far avvicinare al tema un vasto pubblico mettendo in evidenza il ruolo che gli immigrati giocano nel muovere la nostra economia; ruolo che in cifre si traduce nella produzione del 10% del PIL, ed in 6 miliardi di euro di tasse pagate all’anno. E’ curioso come gran parte dei prodotti del tanto celebrato “made in Italy” (ad esempio il prosciutto di Parma, il Parmigiano reggiano, i vini più pregiati etc.) non esisterebbero più senza il contributo della manodopera dai lavoratori extra-comunitari.
Il dibattito, ravvivato dalle presenze di Giuliano Foschini e Don Angelo Cassano, si è poi spostato sul modo attraverso il quale l’Italia affronta la questione dell’immigrazione, fatto dell’assenza di un modello di integrazione, di strutture e politiche che garantiscano la seconda accoglienza per i richiedenti asilo, da leggi che impediscono la regolarizzazione della posizione degli immigrati e da un iter burocratico che allontana e complica la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno. Nell’analisi proposta dall’autore ciò è da attribuire oltre che all’opportunismo politico di chi sfrutta elettoralmente le paure della gente nei confronti del diverso anche all’impreparazione italiana di fronte ad un fenomeno sconosciuto in questa ampiezza fino a pochi anni fa.
Nell’impoverimento del dibattito politico degli ultimi vent’anni, in assenza di grandi progetti capaci di porre al proprio centro la solidarietà sociale e l’uguaglianza, l’attenzione dell’opinione pubblica è progressivamente scivolata sulla difesa del “privato”; non è un caso che il tema della sicurezza insieme a quello della deregolamentazione e dello smantellamento di qualunque vincolo solidaristico siano diventati i temi di dibattito prevalenti in occasione di ogni scadenza elettorale. La modalità con la quale il lavoro di Vladimiro Polchi affronta il tema dell’immigrazione contribuisce sicuramente a restituirgli la complessità e l’umanità che gli spetta e va considerato come una tappa di un più ampio percorso di smascheramento della retorica insita nella celebrazione del privato e di ricostruzione di un vocabolario collettivo.

Se a parlare di Shoa è la poesia

"Farfalle di spine" si aggiunge al già popolatissimo scaffale dedciato al genocidio degli Ebrei

da barilive.it 21/01/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16048


Era il Luglio del 2000 quando il Parlamento italiano, per ricordare le vittime dell'Olocausto e dei totalitarismi nazi-fascisti, votò a favore dell'istituzione della Giornata della Memoria il 27 Gennaio di ogni anno, celebrando in questo modo la data in cui nel 1945 furono aperti i cancelli di Auschwitz dalle truppe dell'esercito sovietico. A distanza di oltre 50 anni da quella tragica scoperta si intendeva con questa iniziativa rafforzare la memoria condivisa di quanto accaduto contemporaneamente al venir meno della quasi totalità dei testimoni diretti.

Da allora il 27 Gennaio chi si celebra nelle scuole, nelle associazioni ed in ogni ambito della vita pubblica il dramma della Shoa, trovandocisi a dover fare i conti con la necessità di custodirne e tramandarne la memoria e contemporaneamente quella di sottrarne il racconto alla banalizzazione di una ritualità istituzionalizzata.

Un contributo in questa direzione proviene quest'anno da un'antologia di testi poetici di testimoni diretti ed indiretti dell'Olocausto, presentata nel Salone degli Affreschi dell' Università degli Studi di Bari ed intitolata “Farfalle di spine. Poesie sulla Shoa”. Si tratta di un volume curato da Valeria Traversi ed edito dall'editore barese Palomar di Alternative, contenente testi di Levi, Auslander, Bruck, Celan, Weiss, Brecht, Pasolini ed altri testimoni e poeti.

Nella radice del volume vi è l'idea che l'arte abbia il pregio di restituire verità e umanità agli eventi narrati, sottraendoli a qualunque forma di banalizzazione. A sottolinearlo è stata proprio l'autrice che, nella presentazione, ha parlato dell'utilità della poesia come custode di una memoria che non si limiti ad enumerare il cumulo delle vittime, ma che invece si proponga di "creare un'identificazione umana", che ci ricordi che il dramma dei campi di concentramento e della soluzione finale ci riguardano in quanto siamo esseri umani.

Più volte proposta dall'autrice e condivisa da Pasquale Voza e Giuseppe Farese (che con lei hanno interloquito) è stata l'idea che l'Olocausto non debba essere uno strumento dell'arte, quasi una sua musa ispiratrice, ma che sia l'arte stessa a dover diventare strumento di memoria rivolgendosi al futuro. Forse è proprio questo lo spirito col quale dovremmo apprestarci a vivere l'imminente Giornata della Memoria: non la celebrazione di una dolorosa reliquia del passato, ma un'occasione per riflettere, forti della sua conoscenza e della sua consapevolezza, sul presente che stiamo vivendo e sul futuro che stiamo costruendo.

La presentazione si è conclusa con la lettura di alcuni brani poetici antologizzati curata dall'attrice Ermelinda Nasuto del Teatro “Le Forche” e dall'esecuzione di brani musicali composti nei campi di concentramento ad opera del Maestro violinista Luigi Zonni.

Il silenzio degli intellettuali in una società che cambia

Asor Rosa ha presentato il suo libro “Il grande silenzio” in libreria Laterza

da barilive.it 15/01/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=15973

Appuntamento di gran rilievo ieri sera in Laterza con la presentazione del libro-intervista “Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali” di Alberto Asor Rosa, noto critico letterario e protagonista del dibattito culturale e politico italiano dell’ultimo cinquantennio.
Il tema, apparentemente ozioso ed accademico, si è rivelato nel corso dell’incontro portatore di numerosi interrogativi circa i nostri tempi, i cambiamenti in atto nella nostra società e lo stato di salute delle democrazie occidentali. Non a caso Alessandro Laterza, nell’introdurre l’autore e Simonetta Fiori (autrice dell’intervista), ha sottolineato come il concetto di “scena politico-culturale”, terreno proprio degli intellettuali, non è più da considerarsi scontato.
Sollecitato dalla domande di Simonetta Fiori, l’autore ha proposto una ricostruzione storica che rifugge dalle classiche semplificazioni in uso in qualunque discorso riguardi gli intellettuali, configurandosi invece come un “ragionamento critico ma non lamentoso”. La sua ricostruzione è partita dagli inizi della modernità, da quella metà del XVIII secolo, quando “in Francia un gruppo sociale (la borghesia, nda) decide di orientare i mutamenti del mondo circostante”. Contestuale all’avvento al potere di questa classe è la nascita di una “tribù inquieta”, un gruppo di specialisti che decide di oltrepassare i confini epistemologici delle singole discipline e dedicare la propria attenzione alla società ed alla convivenza civile. Oggi invece, le trasformazioni in atto (globalizzazione e fine delle grandi ideologie su tutte) stanno invece decretando la sparizione di queste figure insieme a quella classe sociale cui erano legate.
La riflessione sulla storia degli intellettuali ha assunto poi tutt’altri toni quando si è parlato della storia italiana dal dopo-guerra ad oggi, storia di cui Asor Rosa è stato protagonista e testimone diretto: parlandone questi ha individuato negli anni ’80 l’inizio di una involuzione nel livello del dibattito pubblico e nei processi di alfabetizzazione che non ha conosciuto tregua fino ai giorni nostri, travolgendo ogni argine che gli si sia frapposto (democrazia e costituzione inclusi), culminando nel potere berlusconiano.
A chi ha obiettato, durante il dibattito, che l’analisi proposta sia stata eccessivamente pessimista, Asor Rosa ha delineato degli elementi di speranza: su tutti la scuola e l’università, due istituzioni fatte di luci ed ombre, che però non sono state permeate da questi processi involutivi e che oggi, insieme alla magistratura, costituiscono l’unica speranza di una “nuova resistenza”.
Una speranza infine l’autore l’ha riposta anche nei giovani. Il riferimento apparentemente scontato, lo è di meno conoscendo la storia intellettuale di Asor Rosa, le sue polemiche con il movimento studentesco e con tutta la sinistra di movimento. Egli stesso non ha nascosto questa sua diffidenza, ritenendo però che la fuoriuscita dall’attuale stato di cose avverrà solo attraverso una “frattura” operata dalle giovani generazioni. Con una discrezione che raramente si addice alla sua generazione, Asor Rosa ha chiuso il dibattito auspicando questa frattura, senza sollecitarla o prevederne i tempi, senza pretendere più o meno consciamente di assegnare compiti e destini alle giovani generazioni. Visti i tempi, non è poco.