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martedì 17 luglio 2012

Il referendum anti-casta: politica e anti-politica al tempo della crisi



Per capire il momento che l'Italia sta vivendo occorre fare un passo indietro a quegli anni '80 nei quali tutto il mondo, belpaese incluso, hanno vissuto una brusca inversione di tendenza nelle politiche pubbliche e nelle culture politiche egemoni. Farlo non è facile, perché significa raccontare una storia di cui siamo ancora, ahi-noi, parte. Provarci però è a mio avviso l'unico tentativo possibile per uscire da un labirinto all'interno del quale vaghiamo confusi, talvolta cedendo al fatalismo, talaltra prestando il fianco a frustrazioni e retoriche semplicistiche.
Negli anni '80 l'Italia ha accumulato un immenso debito pubblico in una modalità che di keynesiano ha davvero poco: se nella dottrina del grande economista l'indebitamento era funzionale a finanziare politiche capaci di generare occupazione, quindi potere d'acquisto e una crescita economica capace di onorare i debiti contratti, negli anni '80 le forze politiche al governo (DC e PSI) hanno contratto debiti per fare regalie che gli garantissero ritorni elettorali sul breve termine. Quella fase ha ingenerato nell'opinione pubblica italiana un'equazione (con la quale tutt'ora siamo costretti a fare i conti) secondo la quale la spesa pubblica sarebbe tout court uno spreco e che tagliarla indistintamente servirebbe a liberare le energie del sistema produttivo.
Durante gli anni '90 questa eredità ideologica tutta nostrana si è sposata con la rivoluzione neo-conservatrice partita nel decennio precedente in ambito anglo-americano con le presidenze di Margareth Tatcher e Ronald Regan. Questo impasto era cementificato e tenuto assieme dal mito dell'imprenditore di se stesso, dall'idea che la competizione fosse l'unica forma possibile di convivenza e dalla sfiducia nell'intervento pubblico. La destra ha trovato in Berlusconi il suo interprete ideale e la sinistra si è divisa tra chi tentava di governare globalizzazione e neo-liberismo mitigandole con delle pillole di una socialdemocrazia in crisi e chi invece rifiutava ciò mostrandosi però incapace di formulare una proposta politica capace di affrancarsi dal minoritarismo.
L'unica utopia risolutrice sbandierata dal centro-sinistra italiano è stata quella dell'unificazione europea: il trasferimento di poteri dagli stati nazionali agli organismi comunitari è stato però tanto celere laddove creava nuove opportunità per il commercio e la speculazione finanziaria quanto immobile laddove si trattava di costruire gli strumenti politici per governare questa transizione e non lasciare i capitali liberi di ricattare gli stati membri.
Poi è arrivata la crisi economica americana del 2008 ed ha spazzato via tutto ciò, a tal punto che oggi, a soli 4 anni di distanza, sembra passato un secolo. Quando la crisi è arrivata in Europa, colpendo gli anelli deboli della catena (a cui abbiamo entusiasticamente preso parte non prendendo atto della mutata situazione), ha avuto gioco facile ad inserirsi negli interstizi lasciati da quel processo di unificazione incompiuto.
Oggi, con questo governo tecnico, stiamo procedendo su una strada che la Francia ha già ampiamente sconfessato nelle ultime elezioni e che si appresta a subire lo stesso destino in Germania. Possiamo così riassumerne la dottrina: per contrastare la fuga dei grandi investitori istituzionali (fondi pensione, fondi di investimento, compagnie assicurative e banche di investimento) bisogna assicurare che il rischio default sia scongiurato tagliando la spesa sociale ovunque (la spending review ne è un esempio) e, laddove è possibile, svendendo patrimonio pubblico. Il dettaglio che così facendo si tampona la situazione d'emergenza ma non si pongono le condizioni per una uscita strutturale dalla crisi non viene preso in considerazione: a distanza di pochi mesi ci stiamo abituando a ritrovarci con il disagio sociale provocato dalle misure lacrime e sangue, in recessione, nuovamente sotto il ricatto dei mercati e con un pezzo di patrimonio pubblico e di tutela sociale in meno da svendere o da ridimensionare.
Le carte da giocare per il nostro paese sono poche: solo una politica economica europea, la riscrittura delle regole del rapporto politica-finanza su base europea (a cominciare dalla Tobin Tax, passando per una riforma della BCE e delle reali misure anti-spread che mettano da parte l'austerity) possono provare a invertire la rotta. Per farlo servirebbe un equilibrio politico in Europa profondamente diverso da quello attuale (e che, almeno per quanto riguarda la Germania è possibile nel breve periodo, sperando che non sia troppo tardi!); equilibrio al quale l'Italia non può non partecipare. Nel frattempo però non si capisce quale forza politica italiana dovrebbe farsi carico di queste istanze, visto che il Pd sostiene questo governo che ha fatto diventare l'austerity dottrina costituzionale e i partiti alla sua sinistra si stanno dimostrando ancora incapaci di proporre un discorso capace di parlare a tutta la società.
L'opinione pubblica italiana d'altronde, in virtù soprattutto del silenzio dei grandi partiti e del conformismo dei grandi giornali, non sembra minimamente consapevole di quanto drammatica sia la situazione e laddove non cede al fatalismo individua come unica causa di mali a cui è incapace di dare una forma e una spiegazione i costi della casta e come unico elemento di rivendicazione la sua riduzione (vedi il referendum promosso dall'Unione popolare), riproponendo un riflesso condizionato che persino un animale, in una situazione di emergenza, riuscirebbe a rivedere e correggere.

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domenica 6 maggio 2012

Pareggio di bilancio in Costituzione: un errore storico



17 Aprile 2012: una data qualunque nella storia politica italiana a giudicare dai giornali, perfettamente inscrivibile in una fase in cui i tecnici cercano di salvare l'Italia, si discute dell'Imu, i partiti sono travolti dagli scandali e l'asta sulle frequenze televisive è la riprova di una mutato clima politico. Eppure di questa data torneremo a parlarne in futuro perché al Senato è stata approvato l'inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione. Senza un dibattito pubblico, senza che giornali, intellettuali e partiti si esprimessero e discutessero di una misura che cambia profondamente il volto dello Stato italiano. Niente di più distante dall'importanza e dalla sacralità che nella storia d'Italia ricopre l'assemblea costituente e le interminabili discussioni che ne caratterizzarono i lavori. Un dibattito che impegnava appieno dei partiti che erano ampiamente rappresentativi della società italiana e che da essa ricevevano la legittimazione convinta a scrivere le leggi del vivere civile.
Eppure il pareggio di bilancio in Costituzione ne contraddice apertamente lo spirito, registra formalmente un'inversione di tendenza nella cultura politico-economico che l'ha ispirata a partire da quell'articolo 1 che recita “L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Quelli della Costituzione erano gli anni in cui il keynesismo ricostruiva l'equilibrio sociale in un'Europa uscita distrutta dalla seconda guerra mondiale. Anni in cui l'obiettivo dello Stato era garantire la piena occupazione, facendo investimenti finanziati dal debito per garantire una crescita economica reale (non quella fantomatica che dovrebbe scaturire oggi dall'abolizione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori), i cui effetti, in virtù di un protagonismo e di una vigilanza del mondo del lavoro oggi impensabile, contribuivano a creare una classe media, a permetterle di mandare i propri figli a scuola ed all'università, a comprar casa, a far crescere i consumi. Non è un caso che dopo il boom economico venne il '68: quel modello sociale inclusivo aveva prodotto una generazione consapevole di se stessa e volenterosa di imporsi sulla scena pubblica.
Il keynesismo è entrato in crisi negli anni '70, con le crisi petrolifere che mettevano in discussione la crescita infinita dei paesi occidentali, con la sospensione degli accordi di Bretton Woods che sancivano la fine di un equilibrio geopolitico, con le crisi fiscali che cominciano a rendere meno scontato il welfare state. In questo quadro le destre occidentali si riorganizzarono e tentarono di reagire alla marginalità a cui il dopoguerra le aveva condannate e a quel '68 che metteva addirittura in discussione 'da sinistra' l'equilibrio sociale occidentale. La presidenza di Nixon negli Usa fu il laboratorio politico del futuro: se da un lato il presidente del Watergate dischiarava “siamo tutti keynesiani” dall'altro fu proprio lui a sancire la fine di Bretton Woods e a favorire un colpo di stato in Cile che permetterà di sperimentare la dottrina neoliberista al governo. Fu durante quegli anni che la crisi fiscale della città di New York venne affrontata con durissime misure di austerity che produrranno l'esclusione sociale su cui poi il sindaco Giuliani costruirà la sua fortuna elettorale. Fu durante quegli anni che la nacque la Commissione Trilaterale: un potentissimo gruppo di intellettuali e politici di cultura neo-liberista ed imprenditori provenienti da Usa, Europa e Giappone. Emblematico del mutamento di clima politico fu il fatto che dopo il repubblicano che si dichiara keynesiano (e dopo una breve parentesi di Ford) a salire alla Casa Bianca fu Jimmy Carter, un democratico organico alla Trilaterale. Dopo di lui torneranno al governo i repubblicani con Reagan e a quel punto dal laboratorio si passerà a un'egemonia effettiva della dottrina neoliberista. La piena occupazione venne derubricata dall'agenda politica, sostituita dalla lotta all'inflazione e dalla contrazione della spesa sociale.
In Italia queste novità arrivarono in ritardo; in contemporanea con questa imponente evoluzione dello scenario geopolitico da noi prevalse l'immobilismo e l'equilibrio politico che aveva partorito la Costituzione entrò in cancrena: lo Stato governato dalla Dc e dal Psi negli anni '80 continuava a indebitarsi, ma i suoi investimenti non producevano crescita, servivano soltanto a finanziare misure corporative e clientelari per frenare la fuga di voti verso il Pci. Non a caso coincidevano quasi sempre con le vigilie elettorali. La sfiducia nei confronti dello stato e l'austerithy arrivarono in Italia più tardi, ma anche molto più violentemente, in quanto figlie anche della delegittimazione di una classe politica dimostratasi interessata solo a garantire la propria sopravvivenza elettorale. Ed è così che nel giro di 5-6 anni l'Italia conobbe l'auterity, tangentopoli, la fine della prima repubblica e l'ingresso nell'euro. Non bisogna dimenticare che tutto ciò avvenne negli anni in cui il mondo conobbe il fenomeno della globalizzazione.
Il centro-sinistra italiano in questo contesto fece propria la bandiera della lotta al debito pubblico, costruendosi l'immagine della forza politica responsabile e non populista, cavalcando l'idea che liberarsene significava riconquistare sovranità. Inoltre adottare misure di austerithy significava ricollegare l'Italia al grande progetto di un'Europa unita.
A questo decalogo di buone intenzioni è però mancata la rivendicazione di una distinzione tra spesa pubblica clientelare e spesa pubblica volta a garantire crescita ed inclusione sociale. In merito all'utopia europeista la costruzione dell'unione economica e quella dell'unione politica hanno viaggiato con due marce diverse e l'effetto è stato quello dello svuotamento progressivo del potere degli stati nazionali e della crescita di poteri tecnocratici sovranazionali privi di qualunque legittimazione democratica. “Ce lo chiede l'Europa” è diventato il mantra col quale legittimare qualunque taglio, qualunque privatizzazione, qualunque restrizione dello stato sociale.
Il fiscal compact che impegna gli stati europei ad inserire il pareggio di bilancio nelle proprie costituzioni entro marzo 2013 è stato il paradossale epilogo di questo racconto: lo svuotamento di potere degli stati nazione li ha resi vulnerabili agli attacchi speculativi ed obbligati a varare misure che sciogliessero il vincolo solidaristico; per rispondere alla crisi che da ciò è scaturita si vincolano costituzionalmente gli stessi stati al pareggio di bilancio, riducendoli ancor più al rango di amministratori di condominio e rendendoli ancora meno autonomi.
Da domani qualunque imprenditore privato potrà indebitarsi con una banca per finanziare una nuova linea di produzione che potrà permettergli di restituire il debito e garantirgli profitti, mentre lo stato italiano no: dovrà spendere ciò che incassa dal prelievo fiscale, rinunciando in tal modo al compito politico per eccellenza, progettare e costruire la società del domani.
Del 17 Aprile 2012 torneremo a parlare quando di fronte alle proteste per tagli alla sanità, all'istruzione, ai trasporti, alla cultura, quando al malcontento per una disoccupazione che non diminuirà con l'abolizione dell'articolo 18 e in assenza di una politica economica (cioè in assenza di investimenti), i governi risponderanno: 'ma non possiamo fare altrimenti, dobbiamo rispettare il pareggio di bilancio'. E a quel punto a sinistra molti si chiederanno 'Pareggio di bilancio? Cos'è 'sta cosa? A quando risale?' e solo allora scopriranno che è stata votata nel silenzio generale, col voto favorevole del Partito Democratico, mentre la maggior parte degli italiani si indignava per gli scandali della casta e guardava al governo tecnico come a una salvezza.

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venerdì 15 luglio 2011

Un italiano di ritorno da un viaggio all'estero


Mi capita sempre più frequentemente di questi tempi di parlare con amici e conoscenti di ritorno da un viaggio all'estero, un erasmus, un periodo di lavoro. Si tratta quasi sempre di figli di famiglie benestanti, ben inseriti nella società.

I loro racconti mi sembrano quasi sempre uguali: 'loro' (un non meglio specificato popolo europeo o occidentale) hanno università che funzionano, strade pulite, sistemi di trasporto efficienti, biblioteche fornite, un reddito di cittadinanza, un welfare serio, un sistema sanitario non fatiscente, una classe politica migliore, biblioteche fornite ed accoglienti, teatri con ricche programmazioni, incentivi per l'occupazione, un sistema industriale solido, una lotta all'evasione fiscale seria, monumenti ben curati etc. La lista è in continuo aggiornamento e dipende dal paese da cui si fa rientro.

Sia chiaro: sono ben lieto dal fatto che un viaggio all'estero aiuti chiunque a cogliere le innumerevoli cose che nel nostro paese non vanno. Mi snervo però quando la compilazione di questa lista infinita si limita ad essere un esercizio di auto-compiacimento, quasi che l'Italia non fossimo anche noi e che il suo degrado non rappresentasse prima di tutto la nostra sconfitta (di tutti, nessuno escluso). Piuttosto che la lista di ciò che non abbiamo dovremmo qualche volta pensare in maniera autocritica a ciò che maledettamente non riusciamo ad essere: dei buoni cittadini. Ripartendo da ciò forse sarebbe più facile cominciare a spuntare qualche voce dalla lista di ciò che non abbiamo .

Essere e avere appunto... una questione di priorità!


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da LINKREDULO di MERCOLEDÌ 13 LUGLIO - http://www.linkredulo.it/opinioni/2207-un-italiano-di-ritorno-da-un-viaggio-allestero.html


lunedì 21 febbraio 2011

“L’esegesi di Benigni? Un’appassionata apologia del nazionalismo risorgimentale”. Intervista ad Alberto Mario Banti.

Albero Mario Banti è Ordinario di Storia contemporanea presso l’Università di Pisa. Ha recentemente pubblicato per Laterza “Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo”, un testo fortemente critico nei confronti dell’idea di nazione che muove il Risorgimento, imperniata su quelle che lui chiama tre “figure profonde”: la nazione come famiglia, come comunità sacrificale e come comunità sessuata. Dopo l’esegesi dell’Inno di Mameli proposta da Roberto Benigni al Festival di Sanremo l’abbiamo contattato per sentire cose ne pensasse.

Cantando l’inno di Mameli come l’avrebbe cantato un ragazzo che partecipava ai moti risorgimentali, Benigni ha detto “lo canta pensando al futuro, il futuro che siamo noi”. A che futuro pensava chi ha partecipato al Risorgimento?

Chi ha partecipato al Risorgimento pensava a un futuro con uno Stato dotato di una Costituzione, di istituti rappresentativi, naturalmente nella cornice di uno Stato unitario. Il problema è che lo Stato che si forma dall’esperienza risorgimentale è anche uno Stato-Nazione e cioè l’idea fondante dell’esperienza risorgimentale è un’idea nazionale declinata con valori simbolici che non so come altro definire se non nazionalistici. Mi sembra che l’altra sera Benigni nella rilettura di un testo fortemente nazionalista come quello di Mameli non si sia limitato a fare l’esegesi, ma abbia fatto una specie di appassionata apologia del nazionalismo risorgimentale.

Cosa non condivide di questa “appassionata apologia”?

Benigni ha preso al valore facciale tutto ciò che c’è nell’Inno di Mameli, quindi ha accettato come valido il discorso nazionalista ottocentesco che è un discorso dal quale si scoprono le seguenti cose: noi italiani e italiane del 2011 deriviamo dai romani che avevano un esercito bellissimo e che faceva paura a tutti, che deriviamo anche, evidentemente in linea diretta, dai combattenti dei comuni della Lega lombarda (tardo XXII secolo); poi deriviamo anche dai palermitani che si ribellano contro gli angioini, da Francesco Ferrucci, da Balilla. Questa è una visione della storia tipica del nazionalismo ottocentesco, ma più di un secolo di storiografia scientifica ha mostrato essere infondata: che rapporto abbiamo con i romani? Quale sarebbe il nesso che ci lega ai romani se non una mitografia che nasce nel Risorgimento e prospera ed esplode durante il fascismo? Che rapporto abbiamo con chi ha combattuto nel 1176 contro l’imperatore Barbarossa? Di certo quelle persone, o chi si è ribellato a Palermo per i Vespri, chi difendeva la Repubblica di Firenze nel 1530 combattevano per motivi del tutto altri rispetto all’idea di Italia o di nazione italiana. Pertanto ripresentare il corso storico dell’Italia in questa forma mi sembra una grave distorsione; per di più significa ripresentare la storia d’Italia come se fosse una grande, infinita battaglia. Poi l’aspetto veramente inquietante del discorso di Benigni, non so quanto ne fosse consapevole, è che uno dei punti fondamentali dell’Inno di Mameli è l’esaltazione dell’eroismo sacrificale, il dover morire per la patria come valore fondante. È chiaro che questo è un valore fondante per un movimento politico-militare, cioè che deve organizzare delle azioni militari per realizzare i propri obiettivi politici. Ma noi oggi, nella Repubblica italiana nel 2011 dobbiamo porre al centro del nostro orizzonte valoriale l’eroismo sacrificale? Che voleva dire Benigni: che quando Bossi evoca i fucili, le pallottole, i lombardi che scendono per strada, quelli che invece si sentono italiani devono stringersi a coorte, pigliare i fucili e offrire il petto ai proiettili nemici? Sono discorsi enormemente pericolosi, detti con leggerezza ed accolti dalle più alte cariche dello Stato con una leggerezza che mi spaventa molto.

In ogni mito fondativo c’è una componente di violenza. Perché in quella risorgimentale dovrebbe essere più problematico riconoscersi rispetto a quella di altri miti fondativi?

Intanto non capisco perché, se proprio abbiamo bisogno di trovare un epos fondativo violento, dobbiamo tornare al Risorgimento. A meno che non vogliamo rilanciare un’ideologia nazionalista. Perché dobbiamo andare al Risorgimento? La risposta è semplice: perché riteniamo collettivamente, in particolare intellettuali, giornalisti e politici del centro-sinistra hanno ritenuto negli ultimi 15 anni, che la Resistenza non sia un mito fondativo che può andar bene perché disturba il fascista che è in noi, o i fascisti che sono tra noi. È paradossale ma è così. Io pensavo l’altra sera mentre ascoltavo Benigni: ma se sente il bisogno di coltivare un epos sacrificale perché non ha fatto il commento di Bella ciao invece di fare il commento dell’Inno di Mameli? Certo, è un testo che è anche l’inno nazionale della Repubblica italiana, ma giustamente c’era stata una rimozione collettiva del contenuto del testo e dei valori e nessuno se lo ricordava veramente, o al massimo si ricordava la prima strofa. Perché andare a pescare il nazionalismo risorgimentale? O perché fare l’altra cosa assolutamente tremenda che Benigni faceva con grande leggerezza l’altra sera di dire ‘gli italiani sono buoni, sono stati sfruttati dalla Lega lombarda in avanti mentre gli stranieri sono violenti, brutali, selvaggi, stupratori’, e questi stranieri sarebbero tedeschi, francesi, spagnoli, austriaci: mi pare un modo strano di coltivare l’apertura all’Europa che invece è stata positivamente coltivata negli ultimi quarant’anni in Italia. Io da tempo penso che riassumere il Risorgimento in modo acritico come mito fondativo del nostro vivere comune contiene il rischio di rilanciare un nazionalismo selvaggio e l’altra sera questo rischio è diventata realtà.

Su due elementi messi in evidenza da Benigni è difficile non trovarsi tutti d’accordo: l’unificazione nazionale come momento di emancipazione sullo scenario internazionale e di straordinaria partecipazione civile. Quella di Benigni sembrava più un’esortazione per il presente che un discorso sul passato. Come pensa a riguardo?

Se la partecipazione civica si traduce nel fare la guerra… Capisco che è una partecipazione civica che appartiene a una stagione che ha scandito l’Occidente in cui i movimenti politici erano anche movimenti militari: era così per il Risorgimento, è stato così per il comunismo bolscevico, per il fascismo, per il nazismo e per molti altri. Adesso però forse avremmo altri modi di declinare la partecipazione civica che non sia un fantasticare di ‘stringerci a coorte’, ed elogiare la bellezza e la grandezza dell’esercito romano e star lì a ragionare sul fatto che ‘è bello morire in battaglia’ e che ‘è una cosa meravigliosa’: no, è uno schifo, è un orrore! I militanti del Risorgimento meritano rispetto come chiunque altro abbia militato in un movimento politico-militare, ma che tutto ciò serva a noi oggi mi sembra strano: stiamo in guerra con qualcuno? O dobbiamo esser pronti a difenderci dall’attacco di qualcuno? O quella è una delle priorità politiche che la nostra collettività ha? Oppure si pensa che in caso di secessione dobbiamo cominciare a spararci reciprocamente?

Cosa ne pensa del riferimento fatto da Benigni al ruolo delle donne nel Risorgimento citando i casi di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, Virginia Oldoini, Anita Garibaldi?

È un modo banalizzante e manipolatorio di presentare questa vicenda. C’erano delle donne, molte donne, che partecipavano con entusiasmo aspettandosi, sperando, argomentando intorno alla loro partecipazione piena alla vita della comunità che avrebbe dovuto trasformarsi uno stato unitario. Il punto è che le donne sono sistematicamente marginalizzate: quando Cristina Trivulzio di Belgiojoso va a Roma a difendere la Repubblica romana insieme ad altre note patriote di primo piano le mettono a curare i servizi di infermeria, mica le fanno partecipare ai lavori della Costituente! A Stato unitario compiuto le donne non hanno diritti politici e i diritti civili sono una catastrofe: se si va a vedere il trattamento delle donne nel Codice civile del 1865, non hanno alcuno spazio, alcuna autonomia civile, non posso fare le avvocate, le magistrate, non possono svolgere determinate professioni perché in Italia, come in tutta l’Europa del XIX secolo, circola una cultura pesantemente misogina. Allora celebrare la partecipazione delle donne è pura retorica, retorica distorsiva per altro, perché decontestualizza un elemento dal quadro complessivo della società del XIX secolo.

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da Linkredulo di Lunedì 21 Febbraio 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/1781-lesegesi-di-benigni-unappassionata-apologia-del-nazionalismo-risorgimentale-intervista-di-alberto-mario-banti.html

venerdì 6 agosto 2010

L'evoluzione di Fini a spese del Paese

da LINKREDULO di Martedì 03 Agosto 2010 13:40 - http://www.linkredulo.it/politica/1381-levoluzione-di-fini-a-spese-del-paese.html

Le parole usate da Fini nella conferenza stampa post-cacciata dal Pdl suscitano giustamente la domanda ‘ma se ne accorge solo oggi che Berlusconi è illiberale?’. Se così fosse ci troveremmo di fronte ad un politico di bassissimo livello, incapace di capire quello che negli anni hanno denunciato svariati analisti di cultura liberale o anche conservatrice. La realtà è a mio parere profondamente diversa dall’ipotesi che Fini non avesse capito, ma non è detto che sia migliore.

Alla discesa in campo di Berlusconi, questi riuscì a far stare dalla sua parte tre forze provenienti da diverse parti dell’arco parlamentare e con prospettive diverse:

1) l’arcipelago centrista, poi unitosi nell’Udc attorno alla leadership di Pier Ferdinando Casini, parte della diaspora democristiana che riteneva lo scudo crociato irrimediabilmente alternativo alla sinistra. Si collocò a fianco di Berlusconi con la speranza che la pratica di governo contribuisse a “costituzionalizzarlo” o che tutt’al più lo logorasse aprendo una nuova fase politica in cui potevano giocare un ruolo da protagonisti senza la macchia di un’alleanza con la sinistra;

2) la Lega Nord, unita a Berlusconi da un comune sentimento anti-statale e dall’estraneità al ceto politico della Prima Repubblica. Dopo il divorzio di fine ’94 la Lega ha preso le misure a Berlusconi capendo che questi non avrebbe opposto alcun tipo di freno alle politiche federalistiche a patto che l’alleato nordista non mettesse in discussione la sua leadership, l’attacco alla giustizia come viatico all’impunità e le leggi ad personam per favorire le sua aziende;

3) Alleanza Nazionale, cui il Cavaliere sapeva di fare un’offerta che non potevano rifiutare: sdoganare il vecchio MSI permettendo ad uomini provenienti da quella storia di ricoprire incarichi di governo sempre più importanti, dimostrando così di aver definitivamente superato la nostalgia del ventennio. Alleanza Nazionale era sostenitrice inoltre del sistema bipolare, ampiamente affermatosi proprio grazie all’ingresso di Berlusconi in politica: unendo le due cose se ne ottiene che una fase storica fatta di affermazione del bipolarismo e sdoganamento dei fascisti sarebbe prevedibilmente stata foriera di un’altra fase, ad essa successiva, in cui quello che era il vecchio MSI avrebbe potuto giocarsi le sue carte fino in fondo, fino magari a proporre una leadership.

Sappiamo come si è conclusa l’alleanza con l’Udc: la speranza di una costituzionalizzazione di Berlusconi si è infranta in anni di pratiche eversive e di leggi ad personam; inoltre l’evo berlusconiano nel 2008, anno della rottura dell’alleanza, dimostrava di non essere una fase transitoria della storia politica italiana, un boccone amaro da buttar giù per i democristiani alternativi alla sinistra per aprire una fase nuova dalla parte giusta. Col passare degli anni e con l’accelerazione impressa dal predellino anzi l’evo berlusconiano dimostrava la sua insaziabile voracità, di fronte alla quale l’Udc ha deciso di proseguire il suo cammino altrove.

La Lega è indubbiamente l’alleato più fedele di Berlusconi. Disinteressata ad imporre una leadership alla coalizione, ne’ a dimostrare la propria appartenenza a qualche nobile famiglia politica europea (intento che inevitabilmente entra in contrasto con l’alleanza con Berlusconi), il suo unico interesse è corrodere lentamente l’unità nazionale ed acquisire posizioni di forza sul territorio. Ogni giorno in più dell’evo berlusconiano, così privo di un disegno politico capace di imporsi e di configgere con i progetti leghisti, così interessato all’impunità ed ai profitti del Capo (quindi pronto a cedere su tutte le altre questioni) è un giorno in più per proseguire su questo doppio binario: corrosione dell’unità nazionale e posizionamento in sempre nuove amministrazioni locali. Solo quando Berlusconi sparirà dalla scena politica potremo renderci conto davvero della lungimiranza eversiva di questo disegno.

Il discorso su Alleanza nazionale è un po’ più complesso: è rimasta al fianco di Berlusconi, avallando ogni nefandezza, ogni legge ad personam, ogni tentativo di eversione e di delegittimazione dell’ordine costituzionale, consapevole che abbandonarlo significava ritornare ad essere “i soliti fascisti” cui non affidare le chiavi delle istituzioni o, peggio ancora nella loro prospettiva, dei trasformisti che rinnegavano la vocazione bipolare. Questo accordo ha finito per tenere Alleanza nazionale a fianco del Cavaliere per oltre un quindicennio, permettendo a quest’ultimo di entrare in contatto con gli ex-colonnelli e di lusingarli con gioielli che nella loro militanza missina mai avrebbero pensato di poter toccare: comparsate tv capaci di renderli popolari e simpatici, Ministeri, schitarrate di Apicella etc. In questo percorso i Gasparri, i La Russa, gli Alemanno si sono dovuti porre il quesito su quale dei due leaders seguire: entrambi autoritari e poco disposti ad una qualche cessione di sovranità, gli ex-colonnelli hanno scelto di fare i signorsì di Berlusconi, consapevoli che almeno erano ricompensati con il potere ed incensati nei salotti televisivi, veri viatici al consenso.

La cinica operazione finiana (cinica soprattutto per lo stato di salute della democrazia italiana) era parsa negli anni infrangersi ogni qualvolta emergeva un nuovo lacchè di Berlusconi all’interno di Alleanza Nazionale. In quest’ottica probabilmente mandare alle ortiche un partito che ormai non lo seguiva più e giocarsi il tutto per tutto ricoprendo la terza carica dello Stato forse è stata tutt’altro che un’ingenuità.

Oggi infatti l’immagine di Fini, tralasciando i fan più sfegatati di Berlusconi (sulla cui eclissi punta il disegno finiano), è totalmente imparagonabile a quella che lo stesso aveva nel ’94: oggi Fini si presenta come l’uomo delle istituzioni, alfiere di una destra moderna ed europea, ben accetto nel PPE e nei salotti buoni, capace di convincere ed essere applaudito persino da quello stesso popolo antimafia che 18 anni fa lo cacciava dal funerale di Paolo Borsellino.

Degli interrogativi sul senso di questa metamorfosi però non possiamo non porceli senza difettare in memoria storica. A fianco della metamorfosi di Fini in questo quindicennio, decisamente favorevole al prestigio del Presidente della Camera, va posta la metamorfosi del paese, divenuto più cinico, più povero, con delle istituzioni più deboli ed una democrazia molto più fragile. Probabilmente in un paese meno disperato e con un’opinione pubblica più forte il tentativo di Fini di accreditarsi come una destra credibile sarebbe immediatamente stoppato dalla domanda: ne valeva la pena per interessi di bottega (lo sdoganamento della destra) essere complici dell’eversione berlusconiana per un quindicennio? Probabilmente però in un paese diverso non sarebbe neanche necessario porre questa domanda perché qualunque forma di complicità con il berlusconismo sarebbe tout court incompatibile con una qualsiasi forma di credibilità pubblica.

martedì 3 agosto 2010

Sulle spiagge di Ostia siamo rimasti soli

da LINKREDULO di Lunedì 02 Agosto 2010 18:08 - http://www.linkredulo.it/opinioni/1379-sulle-spiagge-di-ostia-siamo-rimasti-soli.html

In un’Italia in cui è completamente scomparso il dibattito sulla questione sociale e sulla scena pubblica si alternano solo parole e personaggi patinati, l’improvvisa comparsa di qualunque fenomeno diverso da questo standard viene spesso etichettata con l’aggettivo “pasoliniano”. Comincio col dire che questo riferimento al maestro che i sobborghi, le periferie urbane, il sottoproletariato lo conosceva bene con tutta la sua complessità, i suoi drammi ed anche la sua poesia è la riprova di un vuoto di dibattito e di strumenti ermeneutici per leggere il presente. È anche però un tradimento ed un uso distorto dell’opera di Pasolini.


Nelle ultime settimane sta impazzando su Youtube ed in televisione il video di due ragazze di Ostia che intervistate da SkyTg24 hanno risposto con espressione colorite ed in un dialetto che ha indotto al riso centinaia di migliaia di persone sul web ed attirato l’attenzione di giornali, telegiornali e telebuffoni. Il Tg2 e Carlo Verdone, tra gli altri, le hanno prontamente definite “pasoliniane”.

Ho parlato di tradimento dell’opera di Pasolini perché questi parlava del sottoproletariato qualche decennio fa, celebrando la sua estraneità alla Storia, il suo essere rimasto immune da tutte le metamorfosi che avevano attraversato la società italiana ed occidentale, ripiegato in un’intimità che lo rendeva estraneo al Mondo e alle sue lusinghe, profondamente cinico ed estraneo alle ritualità ed al perbenismo del mondo borghese. In quell’estraneità Pasolini ci leggeva un’ingenuità tutt’altro che arrogante: quel popolo mancava di curiosità nei confronti del Mondo ma allo stesso tempo non si sentiva migliore di esso. Il Mondo e la Storia non erano per essi un altrove da cui avevano scelto coscientemente di estromettersi: semplicemente non esistevano. La poesia che Pasolini vi leggeva nasceva proprio da questo.

Allo stesso tempo però il maestro era tutt’altro che un inebetito spettatore di un sepolcro da ammirare e cantare: di quel Mondo e di quella Storia cui il suo popolo era estraneo il maestro era un critico feroce, capace di vederne la violenza e la pervasività a cui stava giungendo con il consumismo che minacciava di travolgere l’ingenuità e l’estraneità del suo amato popolo. Bello e fragile il popolo, aggressiva e senza scrupoli la Storia: il fascino del primo dipendeva integralmente dall’estraneità dalla seconda e dall’assenza di ogni qual minimo strumento per difendersene.

Pasolini non ha assistito al dilagare del mondo dello spettacolo, divenuto lo strumento più forte col quale il mercato ha terminato l’opera di omologazione che egli denunciava. I corpi e le vite sono diventate non solo piallate dagli oggetti di consumo, ma esse stesse oggetto di consumo di un pubblico a cui vengono mostrate e vendute. Oggi non siamo ancora riusciti a decifrare l’enormità dell’operazione ideologica messa in campo da reality show e programmi affini che con l’ostensione del corpo e del successo di qualunque signor nessuno che con qualche buffonata riesce a diventare qualcuno, a “realizzarsi”, testimonia ad ogni subalternità (sociale, culturale, geografica) la lusinga del successo individuale e l’inutilità di un’emancipazione collettiva che metta in discussione gli squilibri del presente. Questa trasformazione in oggetti di consumo delle vite e dei corpi ha sancito il trionfo di quel processo di omologazione di cui Pasolini aveva profeticamente visto l’inizio.

Le ragazze di Ostia sono l’acme di questo processo. Guardatele prima ancora di sentirle parlare e provate a mettere su una bilancia i tratti di estraneità al mondo e quelli di continuità. La bilancia penderà senza appello sul piatto su cui sono adagiati i punti di continuità, di omologazione, a cominciare dalla loro fisicità forgiata sui canoni televisivi a dispetto del maestro che parlava del corpo come ultimo punto di resistenza della classe operaia all’omologazione borghese. Altro che spontaneità, sembrano passata da trucco e parrucco, preparate a comparire davanti ad una telecamera ancor prima di sapere se c'è o meno una telecamera.

Quel canto di dolore di Pasolini che quasi quarant’anni fa vedeva l’ineluttabilità dell’omologazione e del consumismo è tradito oggi dalla nostra incapacità di leggere il presente accecati dalle luci della ribalta e dalle insegne luminose dei negozi, incapaci di servirci delle preziose lanterne che il novecento ci ha consegnato, sconfitte. Pasolini si collocava dalla parte del mondo che egli si accorgeva andare incontro ad una sconfitta, ma manteneva la lucidità di capirlo ed il coraggio di cantarlo; noi che oggi abbiamo perso, assordati dalle risa che accompagnano la parlata ed i modi di queste due ragazze ci accodiamo con silenziosi distinguo, timorosi di apparire radical chic e di accorgerci di esser rimasti soli.

mercoledì 7 luglio 2010

“Il futuro sarà a colori” – Intervista a Don Antonio Sciortino

Immigrazione, politica e società al centro della riflessione del direttore di Famiglia Cristiana
da barilive.it 7/7/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17812


Don Antonio Sciortino è da undici anni direttore del periodico Famiglia Cristiana. La sua direzione si è fino ad oggi contraddistinta da una grande attenzione rivolta all’attualità politica. Oggi pomeriggio alle 18 sarà a Bari per presentare presso la libreria Laterza il suo ultimo libro “Anche voi foste stranieri. L’immigrazione, la Chiesa e la società italiana”. Ecco in anteprima i temi caldi della connversazione in Laterza.

Cominciamo dal titolo del suo libro “Anche voi foste stranieri”, che si riferisce all’esperienza di milioni di italiani emigrati durante il ‘900. Perché nell’Italia di oggi c’è un difetto di memoria storica nel ricordare questa pagina così dolorosa e dignitosa allo stesso tempo?
Il titolo del libro fa riferimento a un versetto della Bibbia (Dt 10,19), che per esteso recita: “Amate lo straniero perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”. Gli ebrei tornati in patria dopo gli anni di schiavitù sotto il Faraone erano invitati a far tesoro di quell’esperienza e trattare bene gli stranieri che vivevano in mezzo a loro. Stesso appello dovrebbe valere per l’Italia d’oggi, che sembra aver perso la memoria. Da terra di emigrazione, siamo diventati terra d’approdo per migliaia di stranieri che cercano sul nostro territorio una speranza di futuro per sé stessi e i propri familiari come facevano i nostri genitori e nonni, trattati male allora, così come noi oggi facciamo con gli immigrati. Ad essi, ad esempio, rendiamo difficile la vita, a cominciare dal ricongiungimento familiare che per loro è peggio di una impegnativa corsa a ostacoli. Eppure non possiamo più fare a meno della loro presenza e del loro lavoro, ma dimentichiamo che sono persone con diritti universali inalienabili. Con la scusa della sicurezza, enfatizzata dai media e dalle forze politiche che speculano sulle pelle degli stranieri per ottenere consensi, abbiamo messo in campo una politica dell’esclusione e dell’indesiderabilità, invece di governare il fenomeno migratorio, che è sì una “scomodità”, ma una scomodità che ci aiuta a crescere. Gli stranieri sono una risorsa anche demografica, per un paese quale l’Italia che ha il più basso tasso di natalità al mondo, e che se non inverte la rotta si avvia a un vero e proprio suicidio. L’Italia si sta ripiegando su se stessa, è sempre più egoista, a difesa del proprio benessere da non condividere con altri. Alla politica dei muri va contrapposta una politica dei ponti e della condivisione. Anche perché il fenomeno immigrazione non è più questione di scelta: è già radicato nella realtà. In Italia vivono più di quattro milioni e mezzo di stranieri. La politica dello struzzo non rende, è un terribile boomerang che ci tornerà addosso.

Non ritiene che nel rifiuto di accogliere gli immigrati occorra leggere un malessere sociale più ampio dovuto ai fenomeni di precarizzazione che abbiamo conosciuto nell’ultimo ventennio ed all’incertezza generalizzata portata dalla globalizzazione?
Gli stranieri spesso sono usati come “capro espiatorio” di tanti nostri malesseri. Occorre, però, sfatare tanti luoghi comuni e stereotipi, a cominciare dal dire che portano via il lavoro agli italiani. Nulla di più falso. Sono presenti in settori disertati dai nostri connazionali. Se gli stranieri, dalla sera al mattino, sparissero (come alcuni si augurerebbero), l’Italia sarebbe un paese in ginocchio, in tutti i settori dell’economia e dei servizi. Non starebbe in piedi un solo istante. Il dieci per cento della nostra ricchezza (Pil) è fatto dal loro lavoro. E le nostre pensioni sono pagate, in parte, dai loro contributi. In questo, danno molto di più di quanto ricevono, poiché sono popolazione molto giovane. Anche per la sicurezza va combattuta la convinzione, alimentata da una cattiva informazione, che ritiene ogni straniero un delinquente. È stato detto: “Un clandestino senza lavoro naturalmente delinque”. Gli stranieri non delinquono più di quanto non facciano i nostri connazionali, anche se la percezione è totalmente diversa. Come ricordava Giovanni Paolo II “quando una nazione ha il coraggio di aprirsi alle migrazioni, viene premiata da un accresciuto benessere, da un solido rinnovamento sociale e da una vigorosa spinta verso inediti traguardi economici e umani”. Una malintesa globalizzazione può renderci vicini, ma non fratelli. Oltre alle merci, vanno fatte girare le persone. E soprattutto la solidarietà, per una distribuzione più equa dei beni della terra. Altrimenti, come ricordava Paolo VI, prima o poi, “i popoli della fame” verranno a bussare alla nostra porta.

Nel suo libro lei parla di uno scontro di civiltà tutto interno all’Occidente imperniato attorno al tema dell’accoglienza della persona straniera. Non crede che parte della Chiesa cattolica quando insiste sulle radici cristiane d’Europa, quando si schiera contro la costruzione di luoghi di culto di altre religioni sul nostro territorio, quando fa le barricate sulla presenza del crocifisso nelle aule rischia di posizionarsi dalla parte sbagliata?
La religione non va mai strumentalizzata, in alcun modo. Il diritto alla preghiera è un diritto inalienabile, legato alla persona umana prima ancora che al cittadino. Così come è necessario un luogo di culto, anche se si può e si deve discutere dove costruirlo. Usare il crocifisso per darlo in testa a chi ha una fede diversa dalla nostra è tradire davvero il significato di amore universale che esso rappresenta. Spesso facciamo la battaglia del crocifisso per difendere un arredo nelle aule pubbliche dimenticando che quelle braccia aperte includono e non escludono nessuno. La stessa rivendicazione delle radici cristiane, se fatta in chiave di rivendicazione e opposizione, è quanto mai deleteria. Le religioni, se sono vere e non forme degenerate ed estremiste, difendono la vita, portano al dialogo, alla pace e alla costruzione di un mondo migliore. L’aveva ben compreso Giovanni Paolo II, nel 1986, quando convocò ad Assisi i capi di tutte le religioni per pregare per la pace. Non confondiamo allora il vero credente con chi strumentalizza la religione per usi politici e passa allegramente dall’essere un fedele del dio Po e dei riti celtici a paladino della cristianità.

Per concludere, secondo lei l’Italia è un paese razzista?
Oggi c’è chi soffia tanto sul fuoco e alimenta sentimenti di intolleranza, xenofobia e di vero e proprio razzismo. Ormai non si contano più i provvedimenti, a livello nazionale e locale, tesi a discriminare chi ha il colore della pelle diversa, una provenienza da altre nazioni e un differente credo. È per questo che non si capisce perché rendiamo così difficile la cittadinanza a figli di stranieri di seconda e terza generazione che sono nati in Italia, parlano bene la nostra lingua (se non addirittura i dialetti), amano il paese dove vogliono vivere, e dove i loro genitori pagano pure le tasse. L’Italia, se vuole avere un futuro, deve poterlo programmare non a prescindere, ma a partire dagli stranieri che sono in mezzo a noi, cominciando a considerarli una risorsa e non un problema. Il futuro sarà a colori e la società arcobaleno non potrà che stupirci. In meglio, naturalmente. A patto di adottare una politica più umana e civile. Nella sicurezza e nell’accoglienza.

martedì 25 maggio 2010

David Lane: restare per lottare, lottare per restare

Intervista con il giornalista dell'Economist ospite della Libreria Laterza

da barilive.it 24/05/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17406

David Lane è da trent’anni corrispondente dall’Italia per L’Economist, diventando col tempo un raffinato osservatore del nostro paese. Suo è l’articolo del 2001 cui il settimanale londinese dedicò la copertina col titolo “Perché Berlusconi è inadatto a guidare l’Italia” e che suscitò vasta eco. Per la Laterza ha recentemente pubblicato “Terre profanate. Viaggio al cuore della mafia”, un taccuino di viaggio nel Mezzogiorno d’Italia che ne racconta la presenza mafiosa ed i tentativi di resistenza. Stasera sarà a Bari per discutere del suo libro presso la libreria Laterza. Ci ha rilasciato un’intervista.

1) Lei ha deciso di raccontare la presenza della mafia in Italia attraverso un viaggio nel Mezzogiorno che parte da Gela e finisce a Roma. Perché questa scelta proprio oggi che si parla sempre più delle infiltrazioni mafiose nel centro e nel nord Italia?

Nel ‘700 e nell’800 gli inglesi e altri stranieri facevano il "grand tour", viaggiando nel Mezzogiorno d'Italia e scrivevano i loro racconti dopo i loro rientri in patria. Il Mezzogiorno ha avuto sempre un fascino, oggi come ieri. Anche se il mio libro ha la mafia come filo costante, e la mafia è al centro dell'attenzione, è molto più di un libro sulla mafia. È un libro sul Mezzogiorno, con tutti i suoi contrasti e problemi, di cui la mafia mi sembra uno dei principali. E per la verità, anche se il libro finisce a Roma, il mio viaggio nel Mezzogiorno finisce a Teano dove 150 anni fa Garibaldi ha incontrato il re piemontese e consegnato il regno borbonico a casa Savoia.

2) Il Governo, in materia di lotta alla criminalità organizzata, si sta caratterizzando da un lato con le politiche di Maroni (elogiate da intellettuali lontani dal centro-destra come Isahia Sales e Saviano) e dall’altro con provvedimenti come la messa all’asta dei beni confiscati, le restrizioni sulle intercettazioni, il caso Fondi. Lei come interpreta complessivamente questi interventi?

Abbiamo letto le preoccupazioni di esperti su queste misure e gli effetti negativi che avranno sulla lotta contro la mafia - solo oggi (il 21/5/10, ndr) i giornali riportano le parole dei PM Ingroia e Di Matteo, ma altri magistrati hanno anche detto che le misure proposte non aiuteranno a battere la criminalità organizzata. Mi sembra che invece di indicare un rafforzamento di impegno contro la mafia queste misure indicano il contrario. Inoltre vale la pena osservare che le risorse data in questa battaglia per la legalità nel Sud non sembrano comunque sufficienti.

3) Mantenendo ferma una condanna per le sottovalutazioni della questione, ritiene del tutto sbagliata la percezione della società civile pugliese di confrontarsi con una criminalità organizzata più debole rispetto a quelle presenti in altre parti del Mezzogiorno?

Certamente la mafia pugliese è stata meno in vista di Cosa Nostra, della 'Ndrangheta e della Camorra - ci sono motivi storici, organizzativi e sociali - e questo fatto potrebbe indurre la società civile a pensare che non rappresenta una grande minaccia all'economia, alla politica e alla vita civile della regione.

4) Quanto pesa nella lotta alla criminalità organizzata l’assenza di un dibattito politico di lungo respiro, capace di pensare al domani e ad una società più inclusiva, con più opportunità per tutti?
La mafia è un argomento che infastidisce certi settori della politica che preferirebbero il silenzio invece del dibattito. Va detto anche che c'è una parte della società civile meridionale che non vuole parlarne, ma per paura, perche parlare della mafia porta dei rischi. Direi che una grande opportunità di sconfiggere la mafia è stata persa nel periodo dopo le strage di Palermo e l'esplosione di tangentopoli nel 1992. Ma senza la sconfitta della mafia, il Mezzogiorno continuerà a soffrire una mancanza di investimento, di posti di lavoro ed una emigrazione dei giovani che vedono un futuro senza speranza nelle proprie terre.

5) Qual è l’esperienza di antimafia sociale che ha incontrato in questo viaggio che più l’ha stupita?

Mi ha fatto un grande piacere visitare diverse cooperative di giovani che lavorano terre confiscate dalla mafia, sia in Sicilia che in Calabria, nonostante le tante difficoltà e rischi che questo impegno comporta. Purtroppo a loro non vengono dati i giusti appoggi. Dicono loro: "lottare per rimanere, rimanere per lottare". Meritano di più dalle autorità.