martedì 17 luglio 2012
Il referendum anti-casta: politica e anti-politica al tempo della crisi
giovedì 8 marzo 2012
L'emancipazione strozzata tra centro e periferia
Le recenti elezioni in Russia ed in Iran pur avvenendo in contesti geopolitici profondamente diversi hanno manifestato un dato comune: la differenza del voto tra centro e periferia.
In Iran le forze riformiste erano state tagliate fuori dalla competizione elettorale, i loro leader sono in carcere ed a sfidarsi erano i conservatori tradizionalisti guidati da Ali Khamenei ed i fondamentalisti fedeli al presidente Ahmadinejad. La sfida era quindi tutta incentrata sull'affluenza al voto: una scarsa affluenza avrebbe indicato la sfiducia dell'opinione pubblica nei confronti dei due contendenti ed una vicinanza ai riformisti esclusi. Si è recato alle urne il 64,2% degli aventi diritto, un risultato ben al di là delle previsioni che ha legittimato la competizione elettorale sancendo la marginalizzazione dei riformisti. Il risultato è stato omogeneo in tutto il territorio nazionale eccezion fatta per Teheran (dove l'affluenza si è fermata al 48%) ed ai territori circostanti (dove è arrivata al 52%).
In Russia alle elezioni partecipavano quasi tutte le forze politiche nazionali (esclusa solo una lista), ma la consultazione aveva il sapore del plebiscito a favore di Vladimir Putin. Per vincere al primo turno era sufficiente il 50% dei voti ma Putin è arrivato al 64,3%. Discorso a parte meriterebbero le accuse di brogli elettorali e le manifestazioni di protesta che le liste sconfitte hanno fatto partire subito dopo l'ufficializzazione dei risultati (arrivando con il leader comunista Zuganov a non riconoscere il risultato). Qui vogliamo però soffermarci sul fatto che a Mosca Putin ha ottenuto il 47,2% dei voti, non raggiungendo così l'agognato 50%.
Questo fenomeno l'avevamo fino a qualche tempo fa conosciuto soprattutto in Occidente. Alle elezioni americane che assegnarono il secondo mandato a G. W. Bush fu decisiva la “pancia dell'America”, quella degli stati dell'entroterra, che votò compattamente per i repubblicani. Questo fenomeno lo conosciamo anche in Italia: nella prima repubblica il Sud Italia, soprattutto in provincia, votò dapprima a favore della monarchia nel referendum del '48, poi continuò a regalare lusinghieri risultati all'Msi e a assegnare ampie maggioranze alla Dc. Nella seconda repubblica tale fenomeno si è addirittura ampliato: i sindaci delle grandi città hanno in più fasi incarnato grandi momenti di (quantomeno creduta) emancipazione collettiva, segnando inversioni di tendenza e suscitando speranze in tutta la nazione. A metà degli anni '90 questo fenomeno divenne così significativo da far parlare di “partito dei sindaci”. Il fenomeno della Lega nord è anche spiegabile con questa chiave di lettura: il grosso del suo bacino elettorale è in provincia. Non è un caso che nel recente 2010 alle elezioni regionali venete stravinse Luca Zaia (con più del 60% dei voti) mentre alle comunali a Venezia vinse al primo turno il candidato di centro-sinistra Orsoni.
David Harvey nell'analizzare i successi elettorali delle destre tra i ceti popolari in Occidente ha messo in evidenza il fatto che queste sostenevano politiche neoliberiste che accrescevano la povertà e ridimensionavano lo stato sociale. Avveniva quindi che la parte di società maggiormente colpita da queste politiche sosteneva la vittoria delle coalizioni che le praticavano, votando cioè contro i propri interessi materiali. Harvey spiega questa apparente contraddizione con la circostanza che queste destre hanno saputo miscelare a questa politica economica il tradizionalismo religioso e politiche securitarie volte ad esorcizzare le paure figlie della globalizzazione (immigrazione, esclusione sociale ed aumento della criminalità etc.).
Nel corso dell'ultimo anno abbiamo assistito all'estendersi di questo fenomeno anche alla Tunisia ed all'Egitto. Fino a prima della primavera araba eravamo abituati a pensare a quelle società come a dei monoliti arretrati e cementificati dall'integralismo islamico. I movimenti che hanno portato alla cacciata di Ben Alì e Mubarak ci hanno mostrato delle società giovani e inquiete. Tali movimenti hanno avuto però una forte connotazione urbana, sviluppandosi nei grandi centri se non addirittura, come nel caso egiziano, arrivando a prendere il nome da una piazza centrale della capitale. Alle elezioni che si sono svolte successivamente però hanno prevalso le liste islamiche (Ennada in Tunisia ed i Fratelli musulmani in Egitto), le uniche presenti capillarmente in tutto il paese.
Il discorso di Harvey può in parte essere esteso a Tunisia, Egitto, Iran e Russia? Ritengo di si, se si aggiungono alcuni elementi al mix che permette alle forze integraliste e/o conservatrici di vincere: prima di tutto nuove ondate di nazionalismo e il legittimo risentimento nei confronti dell'Occidente prima colonialista poi alleato dei dittatori.
Visto questo contesto chi ha a cuore l'emancipazione dei popoli e la lotta alle disuguaglianze può guardare con soddisfazione al fatto che queste istanze prevalgono nei grandi centri, laddove c'è una ricca vita culturale, un tessuto associativo vivace, un mercato del lavoro recettivo? Ritengo di no. Nelle periferie vi sono i candidati naturali a diventare (laddove non lo siano già diventati) le vittime della globalizzazione e delle politiche neoliberiste. Qualunque movimento di emancipazione collettiva deve porsi il problema di coinvolgerli, abbandonando ogni moralismo pronto a condannare il loro consegnarsi a sentimenti razzisti e a ondate integraliste, ogni snobismo pronto a celebrare l'avanguardia dei movimenti metropolitani che proclamano la propria autosufficenza per poi scontrarsi con l'incapacità di radicarsi laddove le contraddizioni che denunciano provocano più sofferenza.
sabato 25 febbraio 2012
Governo Monti: insensibili a chi?
Ieri Mario Monti, di fronte ai finanzieri italiani cui ha fatto visita Piazza Affari, ha commentato l'ipotesi che i sindacati si dichiarino indisponibili a discutere di una riforma del mercato del lavoro che metta in discussione l'articolo 18 con queste parole: “Cerchiamo di essere sensibili, sul piano intellettuale, ad argomentazioni da qualsiasi parte provengano. Allo stesso tempo ci sforziamo di essere insensibili alle pressioni”. L'insensibilità alle pressioni è coerente con l'immagine data fin'ora dal governo Monti, quella cioè di un governo del buon senso che mette da parte le contrapposizioni, le rivendicazioni corporative e pensa al bene dell'Italia.
Ci troveremmo quindi di fronte ad un governo venuto da Marte, senza il bisogno di rispondere a nessuno del proprio operato e libero di ignorare i piagnistei di tutti, e tra questi tutti ci sono anche i sindacati. Il problema in questo sillogismo risiede proprio in quel “tutti”, e per coglierlo non c'è bisogno di ricorrere a teorie del complotto
: la realtà è sotto i nostri occhi. A cosa serve lo spread se non ad indicare ai governi quanto e come devo essere “sensibili” alla volontà degli investitori istituzionali? E cosa chiedono gli investitori istituzionali: la garanzia che i crediti che hanno contratto vengano onorati da tutti, stati compresi ed a qualunque costo sociale. David Harvey nel suo “Breve storia del neoliberismo” individua come passaggio dall'egemonia keynesiana a quella neoliberista la sostituzione della priorità della piena occupazione (e quindi degli investimenti necessari a garantirla) con quella del pareggio di bilancio delle pubbliche amministrazioni (che quindi devono operare dei tagli per garantirlo).
Dall'estate abbiamo imparato a conoscere lo spread come termometro dell'appetibilità finanziaria dei nostri titoli di stato. Lungi dall'essere insensibile alle pressioni, il governo Monti è nato proprio come risposta alle pressioni che gli investitori istituzionali, seguiti da Francia e Germania e dal Fmi, hanno fatto sulla politica italiana dimostrando inequivocabilmente di non fidarsi più del governo Berlusconi. Alla vigilia dell'affidamento dell'incarico di formare il governo a Monti, l'economista Giacomo Vaciago, vicino al futuro premier, dichiarò in un'intervista al Fatto quotidiano che il futuro governo sarebbe dovuto “piacere più al resto del mondo che agli italiani”, intendendo per “resto del mondo” proprio le cancellerie europee e gli investitori istituzionali.
Altro che insensibile alle pressioni, il governo Monti è, come qualunque altro governo, figlio di ben specifiche pressioni. Il che non lo rende di per sé cattivo, ma non lo autorizza neanche a delegittimare il ruolo del sindacato relegando le rivendicazioni che questo avanza alla stregua di quelle dei farmacisti, degli evasori e dei notai, catalogate tutte genericamente sotto l'etichetta 'interessi corporativi'. Dalla caduta del muro di Berlino (ma in parte già dal decennio precedente) assistiamo alla mistificazione di chi si presenta post-ideologico descrivendo le leggi del mercato come una specie di stato di natura a cui non si può far altro che adeguarcisi. Se c'è una discontinuità di cui abbiamo bisogno non è quella della sobrietà e del loden ma quella che consiste nel riprenderci la sovranità che ci è stata sottratta dalle mistificazioni dei sedicenti insensibili.
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da LINKREDULO del 21/2/12 - http://linkredulo.it/giornale/politica/2480-governo-monti-insensibili-a-chi.html
Ancora contro i lavoratori?
L'idea che facilitando i licenziamenti si favorisca la crescita è vecchia, ed oltre ad essere vecchia ha dimostrato di essere fallimentare.
L'Italia, in ritardo rispetto agli altri paesi occidentali ha cominciato a sperimentare la flessibilità alla fine degli anni '90 col pacchetto Treu e nel 2003 con la Legge 30. L'effetto è stato un impoverimento generale, una generazione che non entrerà mai nel mercato del lavoro stabilmente e che quindi non riuscirà mai a versare i contributi previdenziali, un calo dei consumi. In questo scenario è chiaro che gli Stati sono stati obbligati a ricorrere al debito per finanziare ciò che resta del loro welfare, mentre proseguivano silenziosamente a smantellarlo passo dopo passo.
L'abolizione dell'articolo 18 era stato un cavallo di battaglia del governo Berlusconi nel 2002, poi non se ne fece niente per l'opposizione ferrea della Cgil che riuscì a coinvolgere anche gli altri sindacati in uno storico sciopero generale. Fu una vittoria di Pirro perché di lì a poco arrivò per l'appunto la Legge 30 che ha reso inesigibile l'articolo 18 per i nuovi assunti.
La crisi del 2008 ha svelato quanto questo modello, reazione alla globalizzazione dei mercati ed alle illusioni della Finanza, fosse insostenibile. Ma le èlites finanziarie di un'Europa che non vuole diventare grande (cioè diventare politica) invece di invertire la rotta sembrano correre come un treno sulla rotta tracciata dal neo-liberismo che fin qui ci ha condotto: tagli al welfare e deregolamentazione del mercato del lavoro. I conti pubblici saranno salvi ancora per un altro po', ma il paese continuerà ad impoverirsi. Tra breve torneremo a stupirci che le cose non sono andate come speravamo. Ma forse sarà troppo tardi.
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da LINKREDULO del 27/10/11 - http://linkredulo.it/giornale/politica/2320-ancora-contro-i-lavoratori.html
giovedì 16 giugno 2011
PRECARIO SARÀ LEI! - La questione sociale al centro del dibattito politico
La crisi esplosa nell'autunno 2008 è stato un vero spartiacque, un cambio d'epoca di cui forse non è ancora possibile cogliere appieno la portata. Lo testimonia il brusco cambiamento del dibattito politico, per circa un ventennio tutto imperniato attorno a proposte di privatizzazione dei beni pubblici, tagli a pubblica istruzione e sanità, flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, deregolamentazione del mercato e della finanza etc. La destra la faceva da padrona mostrando il volto rampante ed aggressivo di chi ha capito i tempi e ne è l'interprete naturale, la sinistra provava a rincorrerla su questo terreno mostrando una sconfortante subalternità.
Il 15 Agosto 2009 all'indomani delle elezioni europee che avevano sancito un'ennesima sconfitta delle forse riformiste, in un editoriale sul Messaggero, col sconsueto fiuto politico Romano Prodi diceva:
"la causa della sconfitta di questa grande stagione è da individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour e l’ulivo mondiale erano una fucina di novità, nella prassi di governo di Tony Blair e i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio.
Per circa un ventennio questo è stato il tenore del dibattito politico e non a caso lo spartiacque tra i buoni ed i cattivi era dato dalla collocazione antecedente alla caduta del Muro di Berlino: l'accusa di esser stati comunisti (o, come si dice in America, socialisti) significava essere estranei ai tempi nuovi in cui invece la panacea di tutti i mali era il mercato liberato da ogni freno. L'idea che il dibattito politico (e sottolineo, non quello tra gli intellettuali che, poco ascoltati, hanno invece lanciato più d'un campanello d'allarme) propugnava era quella che fino all'89 avevamo assistito ad un film in cui si fronteggiava l'occidente capitalista al socialismo reale. Alla fine del film il secondo aveva irrimediabilmente vinto ed essendo rimasto sul campo solo il primo per rappresentare il mondo bastava una fotografia, statica, immobile che raffigurava il vincitore. Peccato che gli anni passavano e quel vincitore a guardarne le metamorfosi da vicino e senza pregiudizi diventava più brutto, più ingiusto, più diseguale. Come un treno in corsa il mantra neo-liberista continuava però indisturbato: 'ce lo chiede la globalizzazione' ripetevano i conducenti di ogni colore.Nello stesso articolo Prodi scriveva:
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da LINKREDULO DI Mercoledì 01 Giugno 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/2121-precario-sara-lei-la-questione-sociale-al-centro-del-dibattito-poltico.html