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mercoledì 8 giugno 2011

PRECARIO SARÀ LEI! - Noi giovani europei e i nostri fratelli sulla sponda sud del Mediterraneo

Proclamo preliminarmente tutta la mia difficoltà a scrivere degli indignados spagnoli e di qualunque movimento spontaneo che unisca le giovani generazioni occidentali. La situazione dei nati dagli anni '80 in poi è drammatica (me ne occupo in questa rubrica tutte le settimane) e qualunque tentativo essa faccia di riappropriarsi del proprio destino e della propria felicità collettivamente non può che entusiasmarci tutti.

Il vuoto politico dell'ultimo trentennio ed il progressivo peggioramento delle prospettive di vita e di benessere può però spingere ad un'esaltazione incondizionata di tutto ciò che proviene dai giovani (con quante g, prototipo dei luoghi comuni sui giovani, decidetelo voi). È emblematico che sentimenti di simpatia nei confronti degli indignados spagnoli (come in precedenza in Italia nei confronti degli studenti dell'Onda o di quelli mobilitatisi nell'ultimo autunno) provengano da giornali e settori dell'opinione pubblica tutt'altro che contrari negli anni passati alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro ed a tutte le politiche che hanno costruito l'attuale situazione.

Il mio disagio nasce da un ulteriore sospetto: non è che forse tale entusiastico sostegno e spazio che viene dato ai giovani in rivolta sia deleterio proprio per le ragioni di quelle rivolte contribuendo a fenomeni di normalizzazione? L'esaltazione di una generazione in rivolta non rischia di fornire un'immagine troppo consolatoria per le vecchie generazioni che hanno costruito questo mondo ed auto-assolutoria per quelle giovani che possono tornare a casa soddisfatte di essere oggetto d'attenzione del mainstream con un volto pulito?

Pertanto in questo articolo non voglio unirmi al coro di entusiastici sostenitori degli indigados ma voglio provare a porre qualche questione in merito alla loro mobilitazione.

La loro esperienza è estremamente interessante, soprattutto perché segue di pochi mesi quelle avvenute in Tunisia in Egitto (sulla Libia è d'obbligo sospendere il giudizio), culminate con la fuga dei dittatori e l'apertura di una delicata quanto interessante fase di transizione. Il fascino di ciò che è avvenuto in Maghreb dipende anche dall'aver rovesciato l'immagine di un Occidente alfiere dell'unica modernità possibile e del resto del mondo all'affannosa rincorsa dei modelli da esso propugnati o proiettato verso ondate regressive quali il fondamentalismo e l'integralismo islamico. La Rivoluzione dei gelsomini è un fenomeno tutto maghrebino al quale parte dell'Occidente ha guardato come a un'esperienza capace di salvarlo. Da qui all'idea che sia possibile esportare quell'esperienza senza problemi però ce ne passa parecchio.

Ciò non significa che non sia possibile: entrambe le società (quella europea e quella nord-africana) sono unite dall'aver costruito nei decenni passati, per motivi diversi, sistemi sociali che non ha preso in considerazione la questione delle future generazioni ed oggi si trovano a dover fare i conti con il loro senso di esclusione e la loro indignazione. Su quest'affinità c'è da lavorarci cercando di costruire una coscienza mediterranea del problema e delle possibili alternative, senza però dimenticare in tale costruzione le divergenze tra la nostra e la loro condizione. Tale omissione, fatta in nome di un equivoco umanesimo egualitaristico, rischia di compromettere la possibilità di tradurre l'esperienza maghrebina in Europa. E come sanno bene i traduttori, il loro è un lavoro faticoso, tutt'altro che una semplice trasposizione.

Propongo qui tre differenze tra la sponda sud e la sponda nord del Mediterraneo, nella speranza che tenendole presenti sia più facile continuare a guardare alla Rivoluzione dei gelsomini con una maggiore consapevolezza, agevolando e non pregiudicando la possibilità di averla come faro.

Boom economico. Nella storia recente delle società europee c'è il periodo post-bellico ed una produzione di ricchezza e di benessere protrattasi fino alla metà degli anni '70. Le differenze e le ingiustizie sociali sono rimaste (e tante!), ma più di una generazione è riuscita attraverso l'istruzione ed il lavoro ad emanciparsi, comprarsi una casa, permettere ai figli di studiare, comprarsi oltre ai beni di prima necessità una televisione, una macchina etc. Sulla ricchezza prodotta in quel periodo si regge ancora in gran parte l'equilibrio sociale attuale: le giovani generazioni oggi entrano tardi nel mondo del lavoro, guadagno poco con contratti che scadono presto; se non muoiono di fame o vanno a dormire sotto i ponti è solo in virtù delle, sempre più esigue, disponibilità economiche dei genitori accumulate a partire dagli anni del boom. Della situazione sulla sponda sud del Mediterraneo l'esperienza di Mohamed Bouazizi è emblematica: dopo la scuola Mohamed non continua gli studi perché non ha una famiglia capace di sostenerne le spese ed inizia a lavorare. È il capofamiglia (il padre è morto) e dal suo lavoro dipende la sopravvivenza di sette persone. Come lui ce ne sono tantissimi in Tunisia; la situazione oltre che umiliante e senza prospettive di lungo periodo (come in Europa) è anche disperata: se non si lavora non si rischia solo di non costruirsi un futuro, di rimandare (forse all'infinito) la propria indipendenza restando sotto l'ombrello protettivo della famiglia; se non si lavora si rischia tutto, per sé e per i propri cari. Da qui è facile capire la radicalità della rivolta sociale trasformatasi in breve tempo in rivoluzione politica; è facile capire come era impossibile per le autorità lasciarla sfumare aspettando che i giovani tornassero alle loro case ed alle loro cose, ai loro sogni di realizzazione individuale finanziata a tempo indeterminato dalla famiglia.

Democrazia. Porre come discrimine tra l'Occidente ed il resto del mondo la democrazia caricando ciò con un giudizio di valore (del tipo 'noi, in quanto democratici, siamo migliori') è approssimativo oltreché criminale. È invece utile non omettere questo dato in senso analitico, quantomeno per capire quali siano stati il coinvolgimento e le responsabilità delle opinioni pubbliche nella storia politica dei singoli stati e come devono strutturarsi in essi le prospettive emancipative. Le opinioni pubbliche sono sempre responsabili, in democrazia o sotto dittatura, per il voto che esprimono o per il silenzio e la docilità che esercitano. Paradossalmente in presenza di un regime democratico di lunga durata è più difficile voltare radicalmente pagina, chiudere i conti con una fase, anche quando essa sia stata palesemente dannosa. La legittimazione popolare, il consenso attivo dell'opinione pubblica è una perenne assoluzione collettiva. L'epopea neo-liberista, la flessibilità sul mercato del lavoro, il degrado a cui sono stati abbandonati i beni pubblici (quando non sono stati direttamente svenduti), il rifiuto di governare la globalizzazione in nome della razionalità e della giustizia del mercato, in breve, i fenomeni che hanno impoverito l'Occidente gettando tutto il fardello sulle giovani generazioni non sono state realizzate malgrado l'opinione pubblica, ma grazie al sostegno ed all'entusiasmo di quest'ultima. Oggi la transizione democratica in Maghreb (soprattutto in Tunisia) parte da un'equazione che noi non possiamo permetterci: quella tra la dittatura e l'iniquità sociale da un lato e la democrazia e l'uguaglianza dall'altra.

Lavoro e globalizzazione. È il punto a mio parere più delicato: noi siamo in quella parte di mondo ricattata dalla globalizzazione, loro in quella sedotta. Una delle principali novità della globalizzazione è stata la possibilità per le aziende di delocalizzare la produzione negli stati che gli offrivano le condizioni migliori del fisco e non solo (basti pensare alle normative sulla sicurezza sul lavoro). Hanno così tenuto sotto ricatto gli stati dove si erano insediati nel passato, che oggi gli offrono invece condizioni svantaggiose (come ci hanno ribadito le recenti vicende di Pomigliano e Mirafiori). Nei paesi un tempo detti in via di sviluppo che hanno conosciuto una transizione o una maturazione democratica in contemporanea con l'inizio della globalizzazione si sono avviati processi di emancipazione collettiva e di redistribuzione della ricchezza molto interessanti. Ad esempio ciò è successo in Brasile. In quei casi le grandi aziende occidentali hanno deciso di aprire degli stabilimenti produttivi consapevoli che il livello delle tutele, dei salari e della fiscalità era talmente più basso rispetto agli standard occidentali che erano persino possibile concedere delle migliorie, rivoluzionarie per le popolazioni locali ma poco onerose per le corporation se confrontate al loro costo nei paesi industrializzati. Dietro quella spinta emancipativa vi sono quindi anche questioni materiali che non vanno ignorate. Da sole tali condizioni materiali non bastano, non a caso altrove hanno prodotto ulteriore accentramento del potere e concentrazione della ricchezza, ma quando incontrano delle forze operaie e progressiste organizzate sono capaci di far partire delle esaltanti esperienze politiche come quella di Lula in Brasile. In Tunisia ed in Egitto il fenomeno dell'apertura agli investimenti stranieri era cominciato timidamente, frenato soprattutto dall'incognita dell'integralismo islamismo. Non aveva però dato vita a fenomeni redistributivi, contribuendo infatti a creare grandi concentrazioni della ricchezza (basti provare a confrontare la situazione di due cittadini tunisini: Mohammed Bouazizi e Tarek Ben Ammar, miliardario socio in affari di Berlusconi). La rivolta delle giovani generazioni in quei paesi sembra anche dire: vogliamo essere parte di queste novità ed opportunità che la globalizzazione offre e di cui voi, elitès corrotte ed autoritarie, ci espropriate. Qualcosa che noi non possiamo dire perché siamo in quella parte di mondo cui la globalizzazione ha messo in discussione gli standard di benessere prodotti in precedenza.

Prima di chiudere mi preme sottolineare come queste tre questioni sono ben lungi dall'essere dei motivi per i quali noi giovani europei non dovremmo indignarci. Anzi, proprio perché ci stiamo impoverendo, le nostre democrazie sono ostaggio dei poteri economici e mediatici ed il nostro confronto con la globalizzazione ha oscillato tra un balbettio e la regressione verso fenomeni neo-tribali dovremmo ribellarci ancor di più.

Dobbiamo farlo senza ignorare le differenze, con la consapevolezza della nostra condizione e lo sguardo sempre rivolto ai nostri fratelli dall'altra parte del Mediterraneo che hanno sicuramente qualcosa da insegnarci.


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da LINKREDULO di MERCOLEDÌ 25 MAGGIO 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/2101-noi-giovani-europei-ed-i-nostri-fratelli-sulla-sponda-sud-del-mediterraneo.html

PRECARIO SARÀ LEI! - Autocoscienza precaria

In un libro del 1997, pubblicato in Italia nel 2008 con il titolo “Costruire la propria vita”, il sociologo Ulrich Beck parlando della povertà e della percezione che di essa se ne aveva in quegli anni scriveva: come forzare la porta del treno su cui siamo imprigionati ma sappiamo di doverlo farlo urgentemente.

“È un po’ come stare sulla metropolitana: si viaggia insieme ad altri per un paio di stazioni e poi si scende. Nel momento in cui si sale, si pensa già alla discesa, e ciascuno porta con sé il desiderio di scendere, così come il racconto della propria particolare salita. Incontrandosi, le persone provano grande imbarazzo. La nuova povertà si rintana tra le proprie quattro pareti, cercando di nascondere lo sgradevole sentore di scandalo che essa possiede.”

Questa metafora nata per la povertà credo descriva perfettamente l’autocoscienza della propria condizione professione che per un decennio circa ha accompagnato i giovani precari. Proprio nel ’97 veniva approvato in Italia il pacchetto Treu e la flessibilità faceva il suo esordio nel diritto del lavoro sostenuta e legittimata da tutto l’establishment: la flessibilità, si sosteneva, avrebbe facilitato l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e sarebbe stata una condizione temporanea, utile a saggiarne le qualità, a motivarli e spronarli al miglioramento. Da allora, e ancor di più dopo la legge 30, un’intera generazione non ha fatto altro che salire e scendere dalla metropolitana della povertà, intervallando contratti a termine con periodi di disoccupazione. La cosa che però più di tutte l’ha condannata a tale andirivieni è stato proprio il grande imbarazzo di cui parla Beck: le motivazioni pretestuose addotte per legittimare la flessibilità, in assenza di grandi oppositori e critici, sono state condivise dall’opinione pubblica tutta (anche da chi le subiva). Il meccanismo psicologico che ciò ha innescato è stato dei più perversi: 1) se la precarietà è buona, giusta e temporanea, chi non riesce ad uscirne non può prendersela che con se stesso; 2) se la condizione di precarietà è temporanea come la compagnia di un viaggio in metropolitana è legittimo negare di appartenere alla categoria dei precari contrapponendo ad essa quella della propria identità professionale in costruzione (ad es. non precari della ricerca ma aspiranti luminari/baroni).

Il bagaglio di dolore e frustrazione taciuto per un decennio sotto l’imbarazzo reciproco è stato un fiume carsico che ha distrutto una generazione. Oggi, dopo una crisi che ha svelato l’insostenibilità del modello sociale che ha prodotto la precarietà (e che l’ha difesa proprio in nome della propria sostenibilità) e dopo svariati movimenti giovanili spontanei che hanno rotto la cortina di silenzio su questi temi è davvero difficile ignorare il dramma della precarietà. Ancor più di quei due fattori però pesa l’esempio di fratelli e sorelle maggiori, cugini ed amici più grandi: conosciamo il loro valore ed abbiamo visto il loro entusiasmo sfiorire dopo gli studi giorno dopo giorno insieme alla speranza che questi tempi gli avrebbero potuto offrire qualcosa di buono.

Oggi chi frequenta le scuole e l’università sa che non l’attende niente di buono lì fuori, per chi entra nel mondo del lavoro l’imbarazzo nel guardarsi negli occhi e dirsi precari sentendosi in colpa è scomparso. Non sappiamo ancora come forzare la porta del treno su cui siamo imprigionati ma sappiamo di doverlo farlo urgentemente.

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mercoledì 11 maggio 2011

PRECARIO SARA' LEI! - Gli applausi di Bergamo sono un programma politico

Quando ho letto degli applausi ricevuti da Harald Espenhahn, amministratore delegato della ThyssenKrupp, al meeting di Confindustria tenutosi a Bergamo ho pensato di titolare la rubrica di questa settimana con una citazione dotta: “Hanno la faccia come il culo”, riprendendo una celeberrima copertina di Cuore di qualche anno fa.

Espenhan è stato recentemente condannato a 16 anni per omicidio volontario per l'incendio divampato nello stabilimento torinese della ThyssenKrupp del 6 dicembre 2007, quando persero la vita sette operai. Il tribunale ha ritenuto l'amministratore delegato consapevole e quindi colpevole dell'insicurezza delle linea su cui è scoppiato l'incendio.

Alla rabbia che cresceva istante dopo istante immaginando questa platea di manager che, privi di ogni senso del pudore, applaudivano le loro brame di denaro, è subentrata la consapevolezza di dover riflettere sull'accaduto.

La storia della ThyssenKrupp è la classica storia di un

colosso industriale nell'età globale. Inizia nel 1999 con una fusione tra la Thyssen Stahl AG e la Krupp Stahl AG: attraverso le fusioni più o meno forzate le corporations consolidano monopoli evitando la concorrenza che li costringerebbe a dover far ricorso alla ricerca scientifica, a prodotti innovativi e prezzi convenienti. Nello stabilimento di Torino, prossimo alla chiusura per trasferimento (altra prassi della governance aziendale nell'età globale) il 6 dicembre 2007, sulla linea 5 alcuni operai lavorano ininterrottamente da 12 ore (4 di straordinario), rimediando in proprio ai salari bassi frutto dell'impoverimento progressivo del reddito da lavoro che abbiamo conosciuto nell'ultimo trentennio. Le misure di sicurezza sono completamente ignorate, cosa che avverrebbe difficilmente in fabbrica se il sindacato fosse forte. Purtroppo però non siamo negli anni '60-'70, siamo nel 2007 e per una serie di fenomeni tra loro connessi (su tutti: diminuzione della domanda di lavoro in conseguenza delle innovazioni sul ciclo produttivo, enorme disponibilità di esercito di lavoro di riserva e finanziarizzazione del capitalismo industriale) il sindacato ha molto meno potere, molti meno iscritti e quindi molta meno voce. La normativa sulla sicurezza sul lavoro può così essere tranquillamente ignorata, ai lavoratori si possono assegnare turni che definire schiavistici non è un'esagerazione (ricordo che era il 1864 quando gli operai inglesi vinsero la battaglia per ottenere turni giornalieri di 10 ore!) essendo pressoché certi di farla franca. Per il capitale,d'altronde, farla franca accrescendo i profitti è la regola nei nostri tempi balordi.
Uno di loro però è incappato in uno di quei vecchi arnesi del diritto del lavoro cui non sono ancora riusciti a far fare la fine della contrattazione collettiva o a rendere inefficaci come l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, il diritto di sciopero, le ferie ed i giorni di malattia retribuiti etc: la marcia trionfale cui si erano abituati da qualche decennio si è fermata bruscamente in qualche oggetto polveroso di cui non si danno pace.

Quegli applausi, lungi dall'essere uno sfogo di gioventù, sono un vero e proprio programma politico. Le conquiste passate, per chi non fosse ancora riuscito a capirlo nei decenni passati, sono revocabili in qualunque momento, non appena l'equilibrio delle forze in campo muta. E le forze in campo sono radicalmente mutate dagli anni '80 in poi a sfavore del lavoro. Le tutele ed i diritti conquistati in Italia con il sacrificio e la lotta del più grande movimento operaio d'Occidente sono state erose negli anni passati dalle politiche un centro-destra riunito attorno alla leadership forte di Berlusconi (perfetto eroe eponimo, in versione kitch, dell'epopea neo-liberista) e da un centro-sinistra che, non unico in Occidente, non ha compreso per tempo quanto epocale fosse la sconfitta inflittagli non dal crollo del muro di Berlino, ma dall'egemonia reganian-tatcheriana in voga dall'inizio degli anni '80. I 'faccia-come-il-culo' di Bergamo hanno sia sostenuto gli uni che legittimato gli altri. Oggi, che la crisi economico-finanziaria ha rimescolato le carte a sinistra e la leadership berlusconiana nel centro-destra è appannata e statica, si guardano attorno, alla ricerca di qualcuno che possa offrirgli garanzie e farsi interprete della loro epopea, svecchiandola e lanciandola verso nuove sfide.

Di quell'applauso dobbiamo ringraziarli: ce ne ricorderemo e glielo ricorderemo ogni qualvolta verranno a dirci di abbassare i toni, di 'non essere ideologici', che 'con la globalizzazione è finita la lotta di classe' (cit. Tremonti), che 'il conflitto sociale è vecchio è brutto', che 'reclamare diritti per i più poveri significa essere animati da invidia sociale' e che 'per vincere bisogna sfondare al centro', 'conquistare i moderati', 'dialogare con il mondo produttivo'.

A pensarci bene sono d'accordo con loro: al diavolo le ipocrisie. Che la lotta continui!


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da LINKREDULO di MERCOLEDÌ 11 MAGGIO 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/2056-precario-sara-lei-gli-applausi-di-bergamo-sono-un-programma-politico.html

mercoledì 4 maggio 2011

PRECARIO SARÀ LEI! – Il conflitto sociale all'epoca del Finanzcapitalismo

La precarietà delle condizioni materiali delle giovani generazioni dovute alla flessibilizzazione del mercato del lavoro è il luogo in cui il privato di ognuno entra in contatto e viene travolto da macro-questioni globali. È la classica faccenda del battito d’ali in una holding situata a Singapore che genera un ciclone in una famiglia della media borghesia barese. La pluralità dei battiti d’ali possibili con i quali la globalizzazione ha messo in contatto ogni individuo e la complessità del sistema all’interno dei quali questi interagiscono tra loro con una razionalità tutta da indagare contribuiscono non poco ad acuire la frustrazione delle vittime dei cicloni (finanziari, ecologici, politici etc.).

Il libro di Luciano Gallino, Finanzcapitalismo, la civiltà del denaro in crisi, edito recentemente da Einaudi, aiuta a fare un po’ di chiarezza sul mondo in cui viviamo e su quali siano (e siano stati) i processi di ristrutturazione del capitalismo che ci hanno portato alla situazione attuale. Gallino non è nuovo ad analisi sul tema e la monumentalità dell’opera è tale che probabilmente ci tornerò nei prossimi articoli della rubrica.

In questo primo focus mi preme sottolineare il cambio di paradigma che Gallino suggerisce: quello del passaggio dal capitalismo industriale, fondato sulla “produzione di valore” al finanzcapitalismo, basato sull’“estrazione di valore”. Il passaggio è esemplificato dal superamento della forma triadica coniata da Marx D1 – M – D2 secondo la quale si investe denaro (manodopera + materie prime D1) per produrre della merce (M) e trarne un profitto superiore a quello investito (D2) alla formula diadica D1-D2, nella quale la crescita del denaro è dovuta esclusivamente ad operazioni speculative. Scrive Gallino: “il denaro viene impiegato, investito, fatto circolare sui mercati finanziari allo scopo di produrre immediatamente una maggior quantità di denaro”. Tra i dati riportati vi è quello secondo il quale i cosiddetti “investitori istituzionali” (fondi pensione, fondi comuni di investimento e compagnie assicurative) detengono, in media, il 55% del capitale di tutte le società presenti in borsa, determinando con una quota così alta tutte le strategie di governance delle stesse. Fine di tali strategie non è quello di fare degli investimenti oculati per produrre un prodotto credibile, ma quello di accrescere, a brevissimo termine, il valore delle azioni. In tale ottica anche solo l’annuncio di piani ristrutturazioni aziendali volti a ridurre le spese (attraverso delocalizzazioni, esternalizzazioni, intensificazione dei turni di lavoro, tagli ai cosiddetti ‘rami secchi’ etc.) aumenta immediatamente il valore delle azioni.

Nel processo di produzione della ricchezza attraverso la trasformazione di materie prime in merci il capitale aveva bisogno di manodopera e su questo bisogno il mondo del lavoro ha costruito il conflitto e conquistato le tutele ed i diritti durante il ‘900; invece nello schema diadico il lavoro non è più strumento prioritario del capitale per produrre ricchezza: il rapporto tra domanda e offerta viene rovesciato ed i diritti erosi continuamente anche grazie ad uno sterminato esercito del lavoro di riserva che la globalizzazione ha offerto.

La ricostruzione di un conflitto non può che partire dalla consapevolezza di questa situazione, senza la quale qualunque iniziativa rischia di contribuire ad accrescere la frustrazione delle vittime del Finanzcapitalismo e la loro sensazione che il presente sia impolitico ed inemendabile.


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da LINKREDULO di Mercoledì 04 Maggio 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/2029-precario-sara-lei--d1-d2-ed-il-lavoro-non-serve-piu.html

mercoledì 27 aprile 2011

PRECARIO SARÀ LEI! – Cercando il nostro 5 Marzo

Il 5 Marzo 1943, oltre vent’anni dopo il biennio rosso, dopo la Legge n. 563 del 3 Aprile 1926 che aboliva il diritto di sciopero e le libertà sindacali, gli operai di Mirafiori avevano deciso di rompere il silenzio organizzando uno sciopero. Le rivendicazioni che ponevano erano di natura salariale ma non potevano che incrociare questioni politiche e di libertà, non fosse altro perché sfidavano un regime che aveva ridotto al silenzio il mondo del lavoro e che minacciava il lager per chiunque avesse disobbedito.
Il segnale concordato per far partire lo sciopero era il suono della sirena ma la direzione, informata di ciò, l’aveva disinnescata. A quel punto Leo Lanfranco, operaio comunista, si fermò ed attraversò la fabbrica invitando gli altri operai a fare altrettanto. In pochi giorni quella miccia accesa a Mirafiori divampò in tutto il Nord Italia in quello che sarà il primo atto, per certi versi costituente, della resistenza antifascista. In pochi giorni circa 100.000 lavoratori scioperarono. In una canzone degli Stormy six che narra quei fatti si ascolta “e corre qua e là /un ragazzo a dar la voce / si ferma un'altra fabbrica le braccia vanno in croce”. Il silenzio degli intellettuali mandati al confino, dei partiti e dei sindacati sciolti, della borghesia connivente col regime, venne rotto dagli operai. Da lì ebbe inizio il lungo cammino che arriverà infine a quel 25 Aprile oggi tanto maltrattato.

Sta tutta in quelle due immagini, Lanfranco che attraversa la fabbrica invitando allo sciopero ed il ragazzo che corre a dar la voce alle altre fabbriche di quel che accade a Mirafiori, la portata potenzialmente rivoluzionaria del lavoro come luogo di costruzione di un’identità collettiva, di una socialità in cui si comincia a dare un nome ai problemi, a condividerli ed a capire che li si può risolvere solo con la lotta. I regimi possono ingannare la borghesia cittadina, comprarsi i grandi industriali ma non i lavoratori: le rivolte sociali basate su questioni materiali, quando divampano, fanno presto a trasformarsi in rivoluzioni politiche. Da qui è facile anche dedurre la portata eversiva dei nostri tempi, laddove con la precarietà si è invece svuotato il lavoro di ogni dimensione collettiva, isolando i lavoratori ed annichilendo la loro capacità di organizzarsi e comparire sulla scena pubblica mettendo in crisi gli equilibri che di fronte all’impoverimento di chi lavora vanno in frantumi insieme alle parole spese per difenderli.

Chi inviterebbe Lanfranco oggi ad incrociare le braccia? Dove correrebbe quel ragazzo e che reazioni incontrerebbe? Gran parte del dramma dell’Italia (e non solo) di oggi è tutto qui: che non può esserci un 25 Aprile senza prima un 5 Marzo, un nostro 5 Marzo ancora difficile da immaginare.



---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------da LINKREDULO di mercoledì 26 aprile 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/2003-precario-sara-lei--cercando-il-nostro-5-marzo.html

mercoledì 20 aprile 2011

PRECARIO SARÀ LEI! - Elogiarne uno per isolarne cento

Primo appuntamento della mia nuova rubrica settimanale, on line su Linkredulo ogni mercoledì sui temi legati alla precarietà.

Per descrivere brevemente le conseguenze dell'introduzione di misure di flessibilità nel diritto del lavoro bastano due elementi: riduzione delle tutele e dei diritti e progressivo isolamento del singolo lavoratore dagli altri, il tutto favorito dalla diminuzione dell'offerta di lavoro dovuta ai fenomeni della globalizzazione ed a una ristrutturazione dei processi produttivi favorita dall'innovazione tecnologica. Sono due fenomeni speculari: più un lavoratore è privo di diritti e tutele più è solo; più è solo, più i suoi residui diritti e tutele sono fragili e sotto attacco. È il classico fenomeno in cui, per dirla volgarmente, il cane si morde la coda. Restituire dignità al lavoro significa quindi prima di tutto spezzare questa catena.
In questo scenario un ruolo importante è recitato dal modo col quale vengono raccontate le rare storie di successo di giovani cresciuti e formatisi nell'ultimo decennio che sono riusciti ad inserirsi nel mondo del lavoro. L'ostensione di queste storie infatti, al pari delle storie di integrazione di singoli immigrati, può avere infatti un tono ed una finalità smaccatamente propagandistica. Il sottotesto è: non è vero che flessibilità è sinonimo di impoverimento e degrado, è possibile farcela con impegno e senza lamentarsi, anzi, chi lo fa è affetto dalla sindrome della volpe davanti all’uva, metafora di un successo che è incapace di raggiungere.


Lungi dallo spezzare la catena di cui sopra, un racconto interessato di quelle storie ha spesso la finalità di accrescere la solitudine del lavoratore precario non con strumenti legislativi ma con l’egemonia culturale dell’individualismo, propugnante l’idea per la quale l’unica emancipazione possibile sia quella individuale, disinteressata se non addirittura dichiaratamente contraria a quella collettiva. Il mito del self-made man, tanto in voga dagli anni ’80 in poi, è servito ad affascinare le giovani generazioni di allora e sulla forze del loro tacito assenso distruggere le tutele ed i diritti conquistate dal mondo del lavoro; oggi questa rappresentazione posticcia di quel mito serve a legittimare lo status quo tagliando le gambe a qualunque forma di solidarietà tra precari, l’unica che davvero potrebbe cambiare le cose.
Rappresentare il successo individuale come possibile all’epoca della precarietà significa delegittimare chi critica il modello di società fondato sulla guerra tra poveri (precari in questo caso). Non cascarci è oggi un dovere di dignità per chi ha visto la vita di fratelli maggiori, amici e (ormai è giunto il tempo purtroppo) genitori devastata dal mostro della precarietà.

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lunedì 6 dicembre 2010

Pensieri che un paese civile tiene lontano dalla testa di un laureando

da LINKREDULO di Martedì 30 Novembre 2010 - http://www.linkredulo.it/scuola-e-universita/1652-pensieri-che-un-paese-civile-tiene-lontano-dalla-testa-di-un-laureando.html

Laurearsi era nel secondo dopoguerra un momento di sicura emancipazione: i genitori di qualunque estrazione sociale facevano di tutto per permettere ai propri figli di conseguire l’agognato titolo di studio. La seduta di laurea era un momento di festa per tutta la famiglia che vedeva i propri sacrifici finalmente ripagati: il futuro era tutto in discesa. Ora purtroppo non è così: i subbugli che in questi giorni provengono dalla scuola e dall’università sono la testimonianza di una generazione a cui è stato scippato il futuro, la serenità e la voglia di pensarlo come un luogo in cui realizzare i propri sogni, stare meglio. Anche la seduta di laurea, per me ormai vicinissima, ha un sapore agrodolce: un ciclo di sacrifici, impegno, studio si chiude ma le incognite che incombono sul futuro sono talmente tante che fanno irruzione nella gioia.

Riconquistare il futuro per la nostra generazione passa principalmente dal rivendicare il valore dei propri sacrifici, fatti e da fare. Ecco un elenco dei pensieri che un paese civile dovrebbe tener lontano dalla mente di un laureando, un paese che dobbiamo impegnarci a costruire insieme, con quelle energie, quelle capacità e quelle forze che ci siamo costruiti senza che ci vengano riconosciute.

  • Forse scegliendo il mio percorso universitario non mi sarei dovuto far guidare dalle mie passioni!
  • Se avrò lontanamente voglia di fare ricerca dovrò necessariamente emigrare all’estero rinunciando a contribuire allo sviluppo del mio paese…
  • Quanto mi piacerebbe avere la possibilità di decidere il posto in cui vivere e non farmi trasportare in questo o quel posto dalle offerte di lavoro! Precario naturalmente…
  • Speriamo che chi leggerà il mio curriculum non lo scarti leggendo soltanto l’Università da cui provengo!
  • Ah, se papà, mamma o uno zio qualunque sedessero in posti chiave nel settore in cui mi piacerebbe lavorare!
  • Ah, se avessi scelto di studiare nel settore in cui papà, mamma o uno zio qualunque siedono in posti chiave!
  • Meno male che ho papà, mamma o uno zio qualunque che siedono in posti chiave nel settore in cui mi sono laureato!
  • A che serve l’Università pubblica se poi le aziende ti assumono solo se hai frequentato costosissimi masters?
  • Tra masters, stage, contratti part time, tirocini, etc., chissà se tra 5 anni riuscirò ad avere uno stipendio dignitoso ed un lavoro che mi piace…
  • E adesso rimettiamoci a studiare per accedere all’Ordine professionale.
  • Questi anni tra baronati, inefficienze e servizi carenti mi fanno quasi apparire la precarietà una prospettiva accettabile…
  • Da domani dovrò pensare solo a me stesso, conquistarmi ad ogni costo quel poco che il mercato del lavoro mi offre!

mercoledì 15 settembre 2010

A Norman Zarcone, parresiaste di questi tempi bui

“Compare, la libertà di pensare è anche la libertà di morire”

Norman Zarcone era un dottorando in Filosofia presso l’Università degli Studi di Palermo. Si era laureato con 110 e lode con una tesi in Filosofia del Linguaggio e dopo la laurea aveva partecipato al concorso di dottorato. Era risultato, dopo alcune rinunce, tra i cosiddetti “vincitori senza borsa”, cioè poteva svolgere il suo lavoro di ricerca e vederselo riconosciuto legalmente dall’Università senza però ricevere durante i tre anni di lavoro alcuna forma di retribuzione. Accettare questo tipo di collaborazione con l’Università significa svolgere sacrifici per tre anni, rinunciando dopo la laurea ad avere una vera e propria indipendenza, con la prospettiva di una carriera accademica. Prospettiva che in realtà in questi tempi di tagli all’Università ed alla ricerca non c’è.

Lunedì Norman si è tolto la vita perché si era reso conto che quei sacrifici non sarebbero serviti a niente e che alla fine di quel triennio l’Università gli avrebbe dato il benservito. Norman, come tutti noi, faceva parte di una generazione alla quale è stata venduta in astratto la flessibilità del mercato del lavoro come una grande opportunità per dimostrare le proprie capacità. Da più di dieci anni ci sentiamo ripetere la litania che precarizzare il mercato del lavoro ed adeguare ogni settore della vita civile alle leggi del mercato significa realizzare più mobilità e più meritocrazia. Molti di noi ci hanno creduto e molti di noi ci credono ancora, accettando condizioni di palese sfruttamento illudendosi che sia una situazione solo temporanea, che lo stanno facendo per dimostrare il proprio valore e che arriverà il momento che qualcuno lo riconoscerà.

Norman no. Lui ha capito tragicamente che alla fine di quel triennio si chiudeva una porta e non si apriva più niente, che quella condizione alla quale i nostri tempi lo avevano costretto non era passeggera, che avrebbe potuto continuare ad accumulare competenze ma che questo non gli sarebbe servito a conquistarsi la possibilità di essere padrone della sua vita. Ha capito tutto questo, non ha fatto niente per nasconderselo e si è sentito perso.

Il gesto di Norman ci ha svelato la falsità di quella litania sulla flessibilità e la verità sulla condizione di chi è costretto a subirne gli effetti. Norman ci ha parlato di questi tempi bui molto meglio di quanto possano farlo migliaia di libri, inchieste giornalistiche e talk show. Lo ha fatto in una maniera inequivocabile.

A noi, suoi coetanei, spetta raccogliere il suo grido non permettendo che si perda nel vuoto della collettiva indifferenza.



da LINKREDULO di Mercoledì 15 Settembre - http://www.linkredulo.it/scuola-e-universita/1419-a-norman-zarcone-parresiaste-di-questi-tempi-bui.html

sabato 28 agosto 2010

Marchionne al Meeting di Rimini: come vincere facile e senza pudore

da LINKREDULO di Venerdì 27 Agosto 2010 14:24 - http://www.linkredulo.it/opinioni/1383-marchionne-al-meeting-di-rimini-come-vincere-facile-e-senza-pudore.html

Il lungo discorso letto da Marchionne di fronte alla platea del meeting di Rimini ha suscitato grande attenzione sui giornali e nel mondo politico. Il palcoscenico del Meeting ispira ai relatori invitati un tono solenne e riferimenti alle cose ‘grandi’; non a caso chiunque ci salga si sente legittimato ad atteggiarsi a grande intellettuale. Marchionne non è stato da meno ed ha letto il classico discorso che strizza l’occhio all’interlocutore: ha diviso il mondo in due categorie (quella dei disposti al cambiamento e l’umanità attaccata al passato) esaltandone una e disprezzando l’altra ed ha concluso dicendo "sta a voi, che siete belli, giovani, forti ed avete in futuro in mano, scegliere da che parte stare". Inutile dire che la categoria giusta è quella di cui lui si fa interprete e che tutela i suoi interessi. A fianco di una dicotomia promossa Marchionne ne ha bocciata un’altra: quella tra capitale e lavoro. Su nessuna delle due tesi sono d’accordo. Ecco perché.

CAPITALE-LAVORO. Marchionne ha detto che "non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra “capitale” e “lavoro”, tra padroni e operai" e poi che "erigere barricate all’interno del nostro sistema alimenta solo una guerra in famiglia". Comincio col ribadire una concetto banale, quasi scontato: se c’è una barricata tra capitale e lavoro non si tratta certo della barricata ideologica issata dai lavoratori ma della scandalosa sproporzione nella distribuzione della ricchezza, ulteriormente accresciutasi con il passare degli anni. Consiste nel fatto che Marchionne può permettersi di far iscrivere i figli alle migliori Università del mondo mentre i tre operai di Melfi potranno tutt’al più provare con fatica e sacrifici a far iscrivere i propri all’Università della Basilicata sperando che questo gli offra un’occasione di riscatto sociale, illudendosi magari di scampare alla prigionia della precarietà. Trovo inoltre stucchevole la metafora della famiglia: un padre non cerca di affamare i figli per aumentare i propri profitti dicendo che lo fa per il loro bene.

Tralasciando queste volgarità, il cambiamento nella dialettica tra capitale e lavoro occorso negli ultimi trent’anni è qualcosa di evidente a tutti, ma ciò non significa che la società occidentale sia diventata più giusta o che sia il tempo di un nuovo patto sociale: è cambiata perché la globalizzazione ha offerto ai grandi gruppi industriali la possibilità di tenere sotto scacco i lavoratori e la politica con la minaccia delle delocalizzazioni. Il risultato lo abbiamo sotto gli occhi: un mercato del lavoro sempre più de-regolamentato e precarizzato ed un dibattito politico in cui si sostiene ormai apertamente la necessità di adeguare salari e tutele agli standard più concorrenziali nel mondo: in soldoni si sostiene la necessità di ridurre entrambi. Il conflitto capitale-lavoro negli ultimi trent’anni ha visto dapprima un’avanzata del primo nel chiedere alla politica meno regole e nel giocare su uno scacchiere non più nazionale a fianco di un ripiegamento del secondo sulle tutele ed i diritti già acquisiti (purtroppo senza comprendere l’urgenza di combattere il capitale con altri mezzi sul nuovo fronte che si stava aprendo) e poi, negli ultimi anni, un aperto attacco del primo anche alle tutele conquistate dal movimento operaio durante il Novecento. Il richiamo di Marchionne, al pari di tutti i richiami alla responsabilità e alla ragionevolezza rivolti ai sindacati, appartiene a questa seconda fase: è infatti un’ulteriore opera di delegittimazione di qualunque tentativo di reazione da parte del mondo del lavoro, additato come unico responsabile di mancanze di produttività ed eventuali delocalizzazioni. Una frase come quella pronunciata da Marchionne ha senso solo se letta all’interno di questo contesto in cui la capacità di iniziativa del mondo del lavoro è annichilita ed il capitale tenta di rimuovere i residuali ostacoli ereditati dal Novecento.

CAMBIAMENTO-PASSATO. Marchionne: "rifiutare il cambiamento a priori significa rifiutare il futuro". Il futuro di cui Marchionne parla declinandolo al singolare è la prosecuzione del cammino cominciato trent’anni fa dalle politiche neo-liberiste di Margareth Tatcher e Ronald Regan, dei cui effetti sul mondo del lavoro ho parlato sopra. Ciò che omette sono innanzi tutto le diverse voci che, soprattutto nell’ultimo decennio, hanno messo in evidenza la pericolosità di lasciare al mercato ed alla finanza l’ultima parola sulle forme di convivenza. Ed inoltre omette, ancor più grave, che la crisi economica del 2008 e la crescente disparità nella distribuzione della ricchezza all’interno delle stesse comunità nazionali hanno avvalorato queste critiche. Rifiutare il modello di sviluppo propugnato da Marchionne non significa quindi essere accecati dal furore ideologico (come egli lascia intendere sprezzante) ed è cosa ben diversa dal rifiutare il futuro: significa rifiutare un certo futuro costruito sulla precarietà senza fine dei nuovi entrati nel mondo del lavoro, sulle mani libere delle aziende e su una spesa sociale ridotta all’osso. Un futuro che non stento a capire perché piaccia tanto a Sergio Marchionne, Emma Marcegaglia, Luca Cordero di Montezemolo, Silvio Berlusconi, Giulio Tremonti etc. Anche in questo caso questa dichiarazione è comprensibile se inserita nel contesto di tempi in cui il dibattito sul futuro, e con esso inevitabilmente la politica, si è eclissato lasciando spazio ad un provvidenzialismo fatalista, tacitamente garante dello status quo. Riaprire la contesa politica è l’unico modo che il mondo del lavoro e la sinistra hanno per uscire dall’angolo in cui sono stati cacciati.