Ieri pomeriggio presso la libreria Laterza si è svolta la presentazione del volume “Il midollo del leone” di Alfredo Reichlin, politico italiano di lungo corso, storico esponente del PCI oggi nel Partito Democratico. Quello di Reichlin a Bari è stato un ritorno: in passato quando si avvicinò alle posizioni della minoranza ingraiana ed entrò in attrito con la dirigenza del Partito venne diplomaticamente esiliato in Puglia a ricoprire il ruolo di segretario regionale. Qui ebbe modo di conoscere la nascente Ecole barisienne per la quale divenne un interlocutore privilegiato all’interno di quel PCI nei confronti del quale quei giovani intellettuali meridionali erano molto critici. A discutere con lui del libro c’erano Franco Cassano, uno di quei giovani intellettuali, e Massimo D’Alema che circa vent’anni dopo Reichlin venne anch’egli spedito in Puglia come segretario regionale. La riflessione sulla crisi della politica e della sinistra, temi trattati dal testo di Reichlin, si è non a caso spesso intrecciata con i ricordi dei tre partecipanti al dibattito.
Franco Cassano ha aperto la discussione ponendo in evidenza la sproporzione delle forze in campo tra la politica e l’economia impostasi negli ultimi decenni. Per farlo ha impiegato una metafora calcistica dicendo che “prima la politica giocava in casa, ora gioca in casa dell’economia” e che quindi la crisi della sinistra non va letta solo nei termini di allentamento della tensione morale ma anche in quelli di un cambiamento strutturale delle forze in campo. La questione centrale per il dibattito politico a sinistra oggi, ha detto Cassano, dovrebbe essere incentrata intorno a quelle che, con un’espressione antica, vengono definite le “forze motrici della storia”, quelle capaci di rovesciare il fattore campo nel rapporto economia-politica rimettendo al centro il tema dei bisogni. Il dibattito si è poi acceso tra D’Alema e Reichlin; riportare la totalità degli argomenti toccati è davvero impossibile. Entrambi esponenti di punta del partito democratico e sostenitori di Bersani all’ultimo congresso, hanno (soprattutto per merito di Reichlin che è intervenuto per secondo ed ha quindi potuto replicare) discusso a viso aperto proponendo due diverse visioni della situazione politica italiana. Se D’Alema ha posto l’accento sulla continuità tra la crisi delle forze progressiste in Italia e quella delle forze progressiste europee motivandola come crisi di sistema (in contrapposizione alla parte restante del pianeta in cui i progressisti guidano grandi processi emancipativi), Reichlin senza minimizzare il cambiamento di scenario internazione avvenuto nell’ultimo trentennio (ha non a caso citato le politiche di Ronald Regan e Margaret Tatcher dicendo che della loro rivoluzione la sinistra non ha ancora preso le misure) ha evidenziato la discontinuità con la situazione italiana. Il suo intervento è cominciato dicendo “non riesco a ridimensionare la crisi italiana”. Reichlin è stato non a caso il primo a pronunciare il nome di Berlusconi, dicendo che è imparagonabile il livello di analisi e di studio che gli esponenti del PCI avevano raggiunto negli anni ’30 in merito al fascismo con quello che oggi la sinistra italiana sta producendo in merito al berlusconismo.
da barilive.it 29/4/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17123
La nuova Giunta regionale è fatta. Vendola è riuscito ad imporre con il suo consenso individuale la parità di genere ed una compagine amministrativa di grande autorevolezza, in controtendenza con un Consiglio Regionale in cui le donne elette scarseggiano ed alcuni dei nomi più suffragati sono personalità il cui ingresso in Giunta il Presidente ha non a caso bloccato. Archiviata positivamente questa fase è il momento di svolgere una riflessione serena su ciò che questa tornata elettorale e la composizione della Giunta ci indicano.
Con il sistema delle preferenze e di collegi così grandi (preferibile nonostante tutto al sistema delle liste bloccate) a prevalere sono soprattutto quei candidati consiglieri capaci di investire montagne di soldi nella campagna elettorale. Emblematico è il caso di Gugliemo Minervini: non una personalità della società civile sulla quale poteva cadere il sospetto che fosse impreparata ad affrontare il meccanismo elettorale ma un politico di lungo corso che il meccanismo elettorale lo conosce benissimo; personalità di spicco a livello regionale nel suo partito, radicato sul territorio, indubbiamente uno dei migliori assessori uscenti con una delega che gli ha permesso di entrare in contatto con migliaia di giovani facendogli toccare con mano la “Puglia migliore”, è stato superato elettoralmente da altri candidati capaci di aprire comitati ovunque e svolgere una costosissima campagna elettorale.
E se il Governatore non fosse stato un solista d’eccezione capace di imporre scelte alla sua orchestra ma una personalità più corale oggi che Giunta avremmo? Sicuramente una Giunta nella quale il computo delle preferenze avrebbero avuto gioco facile ad imporsi, facendo sparire la parità di genere e relegando le personalità della società civile alla loro brillante autorevolezza professionale lontana dai luoghi di potere.
Il sonante ingresso in Consiglio regionale di imprenditori e ‘cambia casacca’ (che definire poco legati alla causa è un eufemismo) è un sintomo della crisi dei partiti, sempre meno radicati sul territorio ed incapaci di far emergere una classe dirigente dall’interno dei suoi militanti, che quindi preferiscono affidarsi in campagna elettorale ad esterni di peso (economicamente ed elettoralmente). Resta da chiedersi se il super-candidato Presidente sia un efficace tampone o l’unica soluzione possibile per questo stato di cose.
Chi ha a cuore la qualità delle classi dirigenti e la parità di genere può accontentarsi di restare fuori dalla giungla della politica sperando in un interlocutore supereroe, capace di attraversarla uscendone indenne, rafforzato e con la voglia di ascoltare le loro rivendicazioni? O è più auspicabile, nell’ottica di un radicamento territoriale e politico del centro-sinistra in Puglia che trascenda temporalmente la vicenda politica locale di Vendola, avere l’ambizione di riformare quella giungla in cui i leoni sono i signori delle preferenze, restituendo alla politica ed ai partiti quella agibilità che oggi gli manca?
Se il centro-sinistra pugliese (partiti ed elettorato) vuol essere davvero un laboratorio politico nazionale capace non solo di vincere delle tornate elettorali e governare bene, ma di ridisegnare la mappa e le forme dell’agire politico collettivo, non può non affrontare apertamente questi nodi.
A Bari per la presentazione della versione italiana del suo film tedesco Presto in versione "commissario" con la sua casa di produzione
da barilive.it 17/4/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16989
Del film “Indovina chi sposa mia figlia” avevamo già parlato in estate. Si tratta di una produzione italo-tedesca, tratta dal bestseller di Jan Weiler “Maria, ihm schmeckt’s nicht!” (Maria, non gli piace!), interpretato da Lino Banfi e Sergio Rubini, girato in Puglia (a Gravina) con la collaborazione dell’Apulia Film Commision. Il film racconta la storia di Jan, bibliotecario tedesco fidanzato con Sara, italo-tedesca. Jan arriva in Italia per sposarsi e conosce la famiglia di Sara, tra cui il padre Antonio, interpretato da Lino Banfi. Tra i due inizia poi un rapporto a metà tra la conflittualità e la complicità. Dopo che il film è stato un vero e proprio successo al botteghino in Germania (più di 1 milione di spettatori), in virtù della calorosa accoglienza che la città pugliese ha riservato alla troupe ed in particolar modo a Lino Banfi, la produzione ha deciso di festeggiare questo affetto presentando a Bari ed a Gravina la versione italiana del film. Nella conferenza stampa presso la sala proiezioni della Fondazione Apulia Film Commission il produttore italiano Cristiano Bortone non si è risparmiato nel sottolineare l’attenzione che l’Apulia Film commission ha riservato alla produzione e la bellezza della Puglia. Presente anche Lino Banfi che davanti ad una folta platea di giornalisti non ha dismesso i panni del mattatore scherzando sul fatto che abbia dovuto recitare in tedesco, lingua che non conosceva e si è dovuto sforzare di pronunciare correttamente attraverso il cosiddetto “gobbo” posizionato nei luoghi più improbabili. Non sono mancati ripetuti accenni dell’attore alla Puglia, terra in cui Banfi è nato ma da cui è andato via in giovane età. Il suo ritorno per girare questa pellicola cade infatti in un momento in cui la Puglia vive la sua primavera cinematografica grazie all’impegno finanziario della Giunta regionale. Di Vendola Banfi ha dichiarato “è in gamba; non la penso come lui politicamente ma lo ammiro come persona, è trasparente”, dicendo anche che se fosse stato a Bari l’avrebbe votato ed aiutato nella campagna elettorale. Nel corso della conferenza, Banfi ha anche dichiarato che con la sua neonata casa di produzione sta producendo una fiction che ricorda la primissima parte della sua carriera “il commissario Zagaria”, nella quale si propone di unire il Banfi della commedia all’italiana a quello di “Un medico in famiglia” e degli ultimi film, facendo commuovere e ridere nella stessa pellicola.
da barilive.it 7/4/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16877
Facebook è stato indubbiamente un grande protagonista di questa campagna elettorale, soprattutto qui in Puglia: in concomitanza con l’inizio della querelle sulla candidatura di Vendola nascevano con gran frequenza gruppi in sostegno del Presidente uscente. E Vendola non è stato per nulla avaro di attenzioni nei confronti dei suoi sostenitori che su Facebook si organizzavano, si riunivano, discutevano, dedicandogli diverse videolettere, caricando sul suo profilo foto e video dei comizi e delle campagne di comunicazioni elaborate da ProForma.
Oggi c’è però una novità, una vera e propria evoluzione nel modo con cui Facebook segue l’evolversi della vita politica regionale: in concomitanza con il dibattito sulla nuova Giunta sono nati gruppi in sostegno di alcune riconferme. Quel pizzico di malizia necessario per interpretare la politica fa pensare che, in un momento così delicato e con gli equilibri così precari, queste iniziative non nascano nient’affatto spontaneamente ma che vengano dagli staff o da persone vicine ai diretti interessati. Al momento il gruppo più numeroso è “Per la riconferma di Gugliemo Minervini ad assessore” con oltre 1000 iscritti seguito a distanza dal più specifico “Vogliamo la conferma di Mario Loizzo come assessore regionale ai trasporti” che conta poco più di 200 iscritti. Tommaso Fiore conta addirittura due gruppi in sostegno della sua riconferma (con un totale di 150 iscritti circa), e Fabiano Amati un gruppo con meno di 50 iscritti. I due casi più interessanti sono proprio i due più numerosi: quello in sostegno di Guglielmo Minervini a giudicare dagli interventi dei membri appare come una vera e propria fucina di idee ed iniziative e quello in sostegno di Loizzo, nato più tardi, è pieno di commenti di stima e di affetto nei confronti dell’uscente assessore ai trasporti. Per entrambi gli assessori in questione, il cui lavoro nella passata giunta è unanimemente elogiato, la riconferma è messa in discussione: nel primo caso da un calo di consenso causato dal fuoco amico e nel secondo caso dall’elezione in consiglio regionale dell’altrettanto capace e stimabile Antonio Decaro che ha condotto la campagna elettorale rivendicando la capacità di governare il sistema dei trasporti (non è un caso la specificità del gruppo in sostegno di Mario Loizzo). In entrambi i casi quindi la rete si mobilita in soccorso degli assessori uscenti contro le logiche che rischiano di estrometterli. Checché se ne pensi dei Social network e per quanto si possa diffidare del disinteresse di chi ha fatto nascere questi gruppi, il contributo che offrono nel rendere più partecipato e meno cencelliano questo momento così importante della vita politica è indubitabile. E non possiamo che rallegrarcene.
Pubblico il discorso introduttivo che ho letto in occasione dell'iniziativa elettorale "la/a SCUOLA del/dal FUTURO" svoltasi a Corato il 25/03/10 con l'Assessore regionale al Diritto allo Studio Gianfranco Viesti, il Coordinamento insegnanti coratini per Vendola ed un gruppo di studenti.
I nomi delle stelle sono belli:
Sirio, Andromeda, l'Orsa, i due Gemelli.
Chi mai potrebbe dirli tutti in fila?
Son più di cento volte centomila.
E in fondo al cielo, non so dove e come,
c'è un milione di stelle senza nome:
stelle comuni, nessuno le cura,
ma per loro la notte è meno scura.
Voglio aprire con questa filastrocca di Gianni Rodari questo incontro-dibattito sulla scuola co-promosso dalla Fabbrica di Nichi di Corato e dal Coordinamento insegnanti coratini per Vendola, alla presenza dell’assessore al diritto allo studio Gianfranco Viesti che ringrazio per la disponibilità.
E’ una filastrocca che ci parla di una inattualità perché invita a guardare il cielo non concentrandosi sulle stelle più note, quelle coi nomi più grandi e altisonanti, ma su tutte le stelle: quel milione di stelle senza nome, comuni, prive di cura, a cui il viandante notturno deve gratitudine per la luce che dignitosamente, senza la riconoscenza di vedersi chiamate con un nome proprio e cantate con questo dai poeti, emanano.
E’ una filastrocca inattuale in un tempo in cui un individualismo strisciante e l’esaltazione del privato hanno occupato interamente la scena, rubandola ai sogni collettivi, alla dignità faticosamente conquistata da milioni di individui che nel novecento hanno fatto irruzione sulla scena pubblica, contribuendo materialmente a determinare le nostre vite. Un privatismo di cui hanno sofferto e soffrono soprattutto le comunità ed i territori lontani dai centri di potere, quei territori e quelle comunità capaci di tirar fuori il meglio di sé proprio dal lavoro, dal sacrificio fatto lontano dai riflettori, privo di celebrazioni.
In assenza di ragioni collettive ogni individuo è più solo, derubato di una prospettiva diversa per sé e per i propri figli in una società più giusta, si guarda intorno, angosciosamente alla ricerca di capri espiatori della sua prigionia sociale e culturale. Si spiegano così i due fenomeni politici che l’hanno fatto da padrona nell’Italia degli ultimi vent’anni: il berlusconismo, la celebrazione di quell’uomo che si è fatto da solo infrangendo ogni regola, calpestando ogni legame sociale e rivendicando ciò come un merito, ed il leghismo, la rivendicazione di un egoismo sociale che misconosce ogni forma di solidarietà che non sia quella pietistica, che scaccia come ipocrisia e buonismo ogni proposta di dibattito collettivo che tenga in considerazione le posizioni degli ultimi.
La scuola pubblica, la più imponente presa in carico delle disuguaglianze, impegnata non a lenire le ferite che queste causano, ma a creare le condizioni affinché queste non si riproducano, era inevitabile che diventasse anno dopo anno un corpo estraneo di una società cinica e disillusa. Nata come terminale di uno stato che con essa costruiva la propria unità territoriale e sociale, in una società che riconosceva autorevolezza e credibilità agli insegnanti, con la brusca virata degli ultimi vent’anni la scuola pubblica si è ritrovata orfana di un progetto, di una missione, a dover fare i conti con un progressivo ridimensionamento delle risorse. Ed a proposito dell’autorevolezza e della credibilità degli insegnanti, stelle senza nome che illuminano la notte delle periferie, dei quartieri popolari, che silenziosamente costituiscono l’impalcatura di una società e di uno stato che troppo spesso li ha umiliati, abbiamo assistito ad una delegittimazione quotidiana (spesso a voce alta) come quella riservata a tutti i dipendenti pubblici: silenziosamente ha prevalso un tipo umano ad essa completamente antitetico che alla credibilità ed all’autorevolezza ha sostituito il fascino del successo ad ogni costo, alla dedizione per il proprio lavoro le payette ed i lustrini, fieramente indifferente ad ogni cosa che si discosti di un millimetro dal proprio interesse e dalla propria auto-realizzazione.
Questo processo che può apparire lontano, distante dalle nostre vite, è più vicino di quanto si possa immaginare. La rappresentazione plastica della marginalità del mondo della scuola dal dibattito politico, l’esilio pubblico a cui questa è stata relegata dai nostri tempi arriva fin nelle nostre istituzioni cittadine: zero consiglieri comunali su 30 e zero assessori comunali su 10 provengono dal mondo della scuola. E’ l’immagine chiara di come oggi il “mondo che conta” sia altrove: nelle imprese, negli ospedali, negli studi professionali.
Negli ultimi anni poi, noi pugliesi ci siamo trovati a dover fare i conti con un duplice fenomeno: i tagli del ministro Gelmini e le iniziative del Governo regionale in materia di pubblica istruzione.
I primi hanno avuto il sapore di una vera e propria resa dei conti che mette in ginocchio definitivamente un corpo già provato. Dopo aver reso vana la promessa di uguaglianza che la scuola opera quotidianamente e faticosamente, avendo costruito una società, lì fuori dalla scuola, che vanifica ogni tentativo di far partire tutti dallo stesso livello, ora il governo sembra voler zittire definitivamente quella promessa stessa: ‘non siamo tutti uguali, quindi è inutile sprecare risorse per provare a diventarlo’. La retorica messa in atto dal ministro Gelmini e dal ministro Brunetta sulla meritocrazia sono un astuto tentativo di mimetizzare una nuova forma di classismo: se non meriti è inutile che ti lagni, che evochi disagi sociali e familiari, che ti aspetti che la comunità perda tempo e risorse per permetterti di rimetterti in carreggiata. Se non meriti, scendi dal treno della scuola e dell’università pubblica e guai a quei controllori che non si mostrano tassativi ed inflessibili, appesantendo il convoglio e con esso tutto il paese.
Non siamo stati abbastanza attenti di fronte a questa astuzia retorica, eppure bastava ricordarsi il titolo di uno dei capitoli di “Lettera ad una professoressa” di Don Lorenzo Milani: “la scuola dell’obbligo non può bocciare”: non può farlo quella scuola che opera nei quartieri popolari laddove sbattere la porta in faccia ad uno studente significa rispedirlo in case povere di ogni voglia di emancipazione sociale, non può rinunciare a cuor leggero ad insegnargli il piacere di saper leggere e scrivere, argomentare, difendere la propria dignità e l’onestà del proprio lavoro, non può rinunciare a far questo soprattutto in quei quartieri in cui domina la criminalità organizzata. Non può darsi pace la scuola pubblica immaginandosi come un ufficio protocollo cui ognuno si presenta con il proprio bagaglio di merito da far autenticare. Non così è stata pensata, non è stata scelta per questo da chi ha deciso di dedicargli la propria vita.
A fianco di questi provvedimenti umilianti, chi lavora nella scuola e la cittadinanza pugliese tutta ha conosciuto poi le politiche del governo regionale. Non mi dilungherò in merito ad esse, abbiamo la fortuna di avere con noi chi le ha messe in atto ed avrà modo di esporle e spiegarle. Mi limito a dire che hanno avuto il sapore di un’inversione di tendenza: dopo tanti anni c’era qualche istituzione che non solo stanziava fondi per la scuola pubblica, ma rivendicava ciò come un investimento di civiltà, come un dovere della pubblica amministrazione. Non è un caso che un gruppo di docenti a Corato, vistisi rispettati e re-investiti della missione cui hanno deciso di dedicare la propria vita, abbia voluto essere parte di questa campagna elettorale.
L’involuzione che ho raccontato, e che in Puglia ha finalmente trovato un’inversione di tendenza, ha ragioni profonde sulle quali tutto il centro-sinistra italiano dovrà riflettere molto se vorrà presentare un progetto credibile all’elettorato ed all’opinione pubblica. Con la crisi economica del 2008 un ciclo politico sembra essersi concluso, un ciclo politico in cui le forze progressiste si sono viste messe nell’angolo, private del loro vocabolario e costrette ad inseguire le politiche delle forze neo-conservatrici. Rimetterci in cammino oggi significa riconoscere gli errori fatti. L’ha fatto magistralmente Romano Prodi con un’editoriale su “Il messaggero” del 14 Agosto scorso in cui scriveva:
“La causa della sconfitta di questa grande stagione è da individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour era una fucina di novità, nella prassi di governo i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio.
Sul dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali le decisioni non si discostavano spesso da quelle precedenti. […]
Nel frattempo il cambiamento della società continuava secondo le linee precedenti: una crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo dello Stato e dell’uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più limitata degli interventi pubblici di carattere sociale.”
E poi: “per vincere i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti”. In Puglia ciò sta avvenendo già da tempo e le politiche scolastiche sono un tentativo di ricostruire, sotto le macerie di una società cinica e individualistica, un vincolo solidaristico.
Da sempre le decisioni che un governo prende in materia di pubblica istruzione parlano non solo della pubblica istruzione: ci danno la traccia della volontà di questo di investire sul futuro, di affrontare le disuguaglianze, di non rassegnarsi ad esse. Non è un caso che quando scendono in piazza gli studenti, i precari della scuola, manifestano un malessere sociale diffuso e nello stesso tempo suscitano speranze in settori dell’opinione pubblica distanti dal mondo della scuola e dell’università. Non è un caso se oggi le politiche scolastiche del governo regionale suscitano interesse anche inquei settori.
Da anni attraversiamo la notte, con l’angoscia di chi attende un’alba che ci restituisca speranze e dignità. Tante albe ci sono state annunciate per poi rivelarsi illusorie e ricacciarci ancora più soli nel buio. Da molti oggi la Puglia è descritta come un’alba possibile per il nostro paese, ed è nostro dovere coltivare questa possibilità. La notte sarà ancora lunga, non dobbiamo farci illusioni aspettando che l’alba arrivi da un momento all’altro, ma impegnare i nostri sforzi per orientarci nel buio e cominciare un nuovo cammino; e l’unica guida possibile sono le stelle, quel milione di stelle senza nome, comuni, che nessuno cura ma che possono renderci la notte meno scura ed il viaggio meno solitario.