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venerdì 9 luglio 2010

Cassano, D’Alema e Reichlin a confronto sulla crisi della politica

Occasione del confronto la presentazione del libro di Alfredo Reichlin “Il midollo del leone”.

da barilive.it 9/7/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17834

Ieri pomeriggio presso la libreria Laterza si è svolta la presentazione del volume “Il midollo del leone” di Alfredo Reichlin, politico italiano di lungo corso, storico esponente del PCI oggi nel Partito Democratico. Quello di Reichlin a Bari è stato un ritorno: in passato quando si avvicinò alle posizioni della minoranza ingraiana ed entrò in attrito con la dirigenza del Partito venne diplomaticamente esiliato in Puglia a ricoprire il ruolo di segretario regionale. Qui ebbe modo di conoscere la nascente Ecole barisienne per la quale divenne un interlocutore privilegiato all’interno di quel PCI nei confronti del quale quei giovani intellettuali meridionali erano molto critici.
A discutere con lui del libro c’erano Franco Cassano, uno di quei giovani intellettuali, e Massimo D’Alema che circa vent’anni dopo Reichlin venne anch’egli spedito in Puglia come segretario regionale. La riflessione sulla crisi della politica e della sinistra, temi trattati dal testo di Reichlin, si è non a caso spesso intrecciata con i ricordi dei tre partecipanti al dibattito.

Franco Cassano ha aperto la discussione ponendo in evidenza la sproporzione delle forze in campo tra la politica e l’economia impostasi negli ultimi decenni. Per farlo ha impiegato una metafora calcistica dicendo che “prima la politica giocava in casa, ora gioca in casa dell’economia” e che quindi la crisi della sinistra non va letta solo nei termini di allentamento della tensione morale ma anche in quelli di un cambiamento strutturale delle forze in campo. La questione centrale per il dibattito politico a sinistra oggi, ha detto Cassano, dovrebbe essere incentrata intorno a quelle che, con un’espressione antica, vengono definite le “forze motrici della storia”, quelle capaci di rovesciare il fattore campo nel rapporto economia-politica rimettendo al centro il tema dei bisogni.

Il dibattito si è poi acceso tra D’Alema e Reichlin; riportare la totalità degli argomenti toccati è davvero impossibile. Entrambi esponenti di punta del partito democratico e sostenitori di Bersani all’ultimo congresso, hanno (soprattutto per merito di Reichlin che è intervenuto per secondo ed ha quindi potuto replicare) discusso a viso aperto proponendo due diverse visioni della situazione politica italiana. Se D’Alema ha posto l’accento sulla continuità tra la crisi delle forze progressiste in Italia e quella delle forze progressiste europee motivandola come crisi di sistema (in contrapposizione alla parte restante del pianeta in cui i progressisti guidano grandi processi emancipativi), Reichlin senza minimizzare il cambiamento di scenario internazione avvenuto nell’ultimo trentennio (ha non a caso citato le politiche di Ronald Regan e Margaret Tatcher dicendo che della loro rivoluzione la sinistra non ha ancora preso le misure) ha evidenziato la discontinuità con la situazione italiana. Il suo intervento è cominciato dicendo “non riesco a ridimensionare la crisi italiana”. Reichlin è stato non a caso il primo a pronunciare il nome di Berlusconi, dicendo che è imparagonabile il livello di analisi e di studio che gli esponenti del PCI avevano raggiunto negli anni ’30 in merito al fascismo con quello che oggi la sinistra italiana sta producendo in merito al berlusconismo.

giovedì 8 luglio 2010

Immigrazione e diritti: Nichi Vendola dialoga con don Sciortino

Ieri a Bari la presentazione del volume "Anche voi foste stranieri" alla libreria Laterza
da barilive.it 8/7/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17828


Si è svolta ieri pomeriggio presso la libreria Laterza la presentazione del testo “Anche voi foste stranieri” di Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana. I temi del libro e della presentazione erano stati il giorno precedente ampiamente discussi dallo stesso Don Sciortino in un'ampia e generosa intervista che ci ha concesso.
Il dibattito è stato aperto dall’introduzione di Alessandro Laterza che ha elogiato il libro in quanto tentativo di “raccontare il tema dell’immigrazione come un pezzo della nostra società”. Don Sciortino nel suo intervento ha parlato dei mass media e del loro modo di raccontare il fenomeno migratorio non favorendo pratiche di accoglienza ma sentimenti di razzismo; della posizione che la Chiesa cattolica deve avere a riguardo tornando ad essere profetica non piegandosi su se stessa nella difesa dei propri simboli e della propria identità. Citando il Cardinal Dionigi Tettamanzi ha detto che “innalzando muri non teniamo fuori gli altri, ma rendiamo prigionieri noi stessi”. Obiettivo polemico è stato anche il mancato riconoscimento della cittadinanza per quegli immigrati con i quali invece i bambini italiani condividono o hanno condiviso la culla, il banco di scuola e che parlano un italiano (e talvolta anche un dialetto) perfetto. Queste forme di discriminazione, se declinate nei termini del mancato diritto di voto per chi vive, lavora, paga i contributi ed ama l’Italia, appare ancora più paradossale se paragonata al diritto di voto che è stato concesso agli italiani all’estero: individui che talvolta hanno reciso ogni contatto con l’Italia, spesso non parlano più l’italiano e magari non hanno mai versato contributi allo stato italiano.
L’appassionato intervento di Vendola , che ha ringraziato Don Sciortino per l’occasione di discussione offertagli, ha rimarcato la necessità di pensare al welfare che l’Occidente ha costruito nell’ultimo secolo storicizzandolo e pensandolo come nato senza tutele per le donne, viste come “oggetto di assistenza e non come soggetto di libertà”, e per i migranti, visti come “problema e non come risorsa”. Rispondendo ad una domanda rivolta a Don Sciortino dall’uditorio in merito al primo comandamento (“non avrai altro Dio all’infuori di me”) ed a quanto questo sia in contraddizione con lo spirito di accoglienza, Vendola ha invece evidenziato la portata rivoluzionaria dello stesso in quanto monito a non divinizzare le cose e le persone ed a relativizzarne il potere.
Durante il dibattito è stato citato due volte da Don Sciortino il nome del Presidente della Camera Gianfranco Fini (una volta in quanto partecipante al "Patto di Capodarco" ed un’altra in quanto padrone di casa nella presentazione del testo tenutasi alla Camera). Di fronte ad una nostra domanda se egli ritenesse affidabile come interlocutore sul tema dell’immigrazione chi come Fini ha firmato una delle leggi più razziste dell’Occidente in materia ed in passato non è stato esente da responsabilità in merito all’imbarbarimento del dibattito pubblico sugli immigrati (vedi la vicenda datata 2007 dello stupro della Reggiani e della conferenza stampa tenuta sul luogo dello stupro a poche ore di distanza), Don Sciortino ha dapprima evitato di rispondere, poi ulteriormente sollecitato da Alessandro Laterza ha posto come priorità la necessità di coinvolgere tutti sul tema dell’accoglienza. Vendola ha invece preferito non esprimersi.

mercoledì 7 luglio 2010

“Il futuro sarà a colori” – Intervista a Don Antonio Sciortino

Immigrazione, politica e società al centro della riflessione del direttore di Famiglia Cristiana
da barilive.it 7/7/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17812


Don Antonio Sciortino è da undici anni direttore del periodico Famiglia Cristiana. La sua direzione si è fino ad oggi contraddistinta da una grande attenzione rivolta all’attualità politica. Oggi pomeriggio alle 18 sarà a Bari per presentare presso la libreria Laterza il suo ultimo libro “Anche voi foste stranieri. L’immigrazione, la Chiesa e la società italiana”. Ecco in anteprima i temi caldi della connversazione in Laterza.

Cominciamo dal titolo del suo libro “Anche voi foste stranieri”, che si riferisce all’esperienza di milioni di italiani emigrati durante il ‘900. Perché nell’Italia di oggi c’è un difetto di memoria storica nel ricordare questa pagina così dolorosa e dignitosa allo stesso tempo?
Il titolo del libro fa riferimento a un versetto della Bibbia (Dt 10,19), che per esteso recita: “Amate lo straniero perché anche voi foste stranieri nel paese d’Egitto”. Gli ebrei tornati in patria dopo gli anni di schiavitù sotto il Faraone erano invitati a far tesoro di quell’esperienza e trattare bene gli stranieri che vivevano in mezzo a loro. Stesso appello dovrebbe valere per l’Italia d’oggi, che sembra aver perso la memoria. Da terra di emigrazione, siamo diventati terra d’approdo per migliaia di stranieri che cercano sul nostro territorio una speranza di futuro per sé stessi e i propri familiari come facevano i nostri genitori e nonni, trattati male allora, così come noi oggi facciamo con gli immigrati. Ad essi, ad esempio, rendiamo difficile la vita, a cominciare dal ricongiungimento familiare che per loro è peggio di una impegnativa corsa a ostacoli. Eppure non possiamo più fare a meno della loro presenza e del loro lavoro, ma dimentichiamo che sono persone con diritti universali inalienabili. Con la scusa della sicurezza, enfatizzata dai media e dalle forze politiche che speculano sulle pelle degli stranieri per ottenere consensi, abbiamo messo in campo una politica dell’esclusione e dell’indesiderabilità, invece di governare il fenomeno migratorio, che è sì una “scomodità”, ma una scomodità che ci aiuta a crescere. Gli stranieri sono una risorsa anche demografica, per un paese quale l’Italia che ha il più basso tasso di natalità al mondo, e che se non inverte la rotta si avvia a un vero e proprio suicidio. L’Italia si sta ripiegando su se stessa, è sempre più egoista, a difesa del proprio benessere da non condividere con altri. Alla politica dei muri va contrapposta una politica dei ponti e della condivisione. Anche perché il fenomeno immigrazione non è più questione di scelta: è già radicato nella realtà. In Italia vivono più di quattro milioni e mezzo di stranieri. La politica dello struzzo non rende, è un terribile boomerang che ci tornerà addosso.

Non ritiene che nel rifiuto di accogliere gli immigrati occorra leggere un malessere sociale più ampio dovuto ai fenomeni di precarizzazione che abbiamo conosciuto nell’ultimo ventennio ed all’incertezza generalizzata portata dalla globalizzazione?
Gli stranieri spesso sono usati come “capro espiatorio” di tanti nostri malesseri. Occorre, però, sfatare tanti luoghi comuni e stereotipi, a cominciare dal dire che portano via il lavoro agli italiani. Nulla di più falso. Sono presenti in settori disertati dai nostri connazionali. Se gli stranieri, dalla sera al mattino, sparissero (come alcuni si augurerebbero), l’Italia sarebbe un paese in ginocchio, in tutti i settori dell’economia e dei servizi. Non starebbe in piedi un solo istante. Il dieci per cento della nostra ricchezza (Pil) è fatto dal loro lavoro. E le nostre pensioni sono pagate, in parte, dai loro contributi. In questo, danno molto di più di quanto ricevono, poiché sono popolazione molto giovane. Anche per la sicurezza va combattuta la convinzione, alimentata da una cattiva informazione, che ritiene ogni straniero un delinquente. È stato detto: “Un clandestino senza lavoro naturalmente delinque”. Gli stranieri non delinquono più di quanto non facciano i nostri connazionali, anche se la percezione è totalmente diversa. Come ricordava Giovanni Paolo II “quando una nazione ha il coraggio di aprirsi alle migrazioni, viene premiata da un accresciuto benessere, da un solido rinnovamento sociale e da una vigorosa spinta verso inediti traguardi economici e umani”. Una malintesa globalizzazione può renderci vicini, ma non fratelli. Oltre alle merci, vanno fatte girare le persone. E soprattutto la solidarietà, per una distribuzione più equa dei beni della terra. Altrimenti, come ricordava Paolo VI, prima o poi, “i popoli della fame” verranno a bussare alla nostra porta.

Nel suo libro lei parla di uno scontro di civiltà tutto interno all’Occidente imperniato attorno al tema dell’accoglienza della persona straniera. Non crede che parte della Chiesa cattolica quando insiste sulle radici cristiane d’Europa, quando si schiera contro la costruzione di luoghi di culto di altre religioni sul nostro territorio, quando fa le barricate sulla presenza del crocifisso nelle aule rischia di posizionarsi dalla parte sbagliata?
La religione non va mai strumentalizzata, in alcun modo. Il diritto alla preghiera è un diritto inalienabile, legato alla persona umana prima ancora che al cittadino. Così come è necessario un luogo di culto, anche se si può e si deve discutere dove costruirlo. Usare il crocifisso per darlo in testa a chi ha una fede diversa dalla nostra è tradire davvero il significato di amore universale che esso rappresenta. Spesso facciamo la battaglia del crocifisso per difendere un arredo nelle aule pubbliche dimenticando che quelle braccia aperte includono e non escludono nessuno. La stessa rivendicazione delle radici cristiane, se fatta in chiave di rivendicazione e opposizione, è quanto mai deleteria. Le religioni, se sono vere e non forme degenerate ed estremiste, difendono la vita, portano al dialogo, alla pace e alla costruzione di un mondo migliore. L’aveva ben compreso Giovanni Paolo II, nel 1986, quando convocò ad Assisi i capi di tutte le religioni per pregare per la pace. Non confondiamo allora il vero credente con chi strumentalizza la religione per usi politici e passa allegramente dall’essere un fedele del dio Po e dei riti celtici a paladino della cristianità.

Per concludere, secondo lei l’Italia è un paese razzista?
Oggi c’è chi soffia tanto sul fuoco e alimenta sentimenti di intolleranza, xenofobia e di vero e proprio razzismo. Ormai non si contano più i provvedimenti, a livello nazionale e locale, tesi a discriminare chi ha il colore della pelle diversa, una provenienza da altre nazioni e un differente credo. È per questo che non si capisce perché rendiamo così difficile la cittadinanza a figli di stranieri di seconda e terza generazione che sono nati in Italia, parlano bene la nostra lingua (se non addirittura i dialetti), amano il paese dove vogliono vivere, e dove i loro genitori pagano pure le tasse. L’Italia, se vuole avere un futuro, deve poterlo programmare non a prescindere, ma a partire dagli stranieri che sono in mezzo a noi, cominciando a considerarli una risorsa e non un problema. Il futuro sarà a colori e la società arcobaleno non potrà che stupirci. In meglio, naturalmente. A patto di adottare una politica più umana e civile. Nella sicurezza e nell’accoglienza.

martedì 22 giugno 2010

Governo Berlusconi, ovvero niente di nuovo malgrado le apparenze

da barilive.it 22/06/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17675

I telegiornali ed i giornali nazionali hanno nei giorni scorsi dato la notizia della nomina di Aldo Brancher a Ministro per l’Attuazione del Federalismo. Oltre all’inevitabile sospetto che questa risponda più ad una necessità mediatica che ad una logica politica (essendo contemporanea alla manovra Tremonti che, a detta del governatore lombardo Formigoni, accantona il Federalismo), occorre riflettere su quest’ennesima nomina all’interno del governo Berlusconi IV, ripercorrendo la storia di quest’ultimo. Era il maggio del 2008, Berlusconi aveva vinto le elezioni a conclusione di una breve campagna elettorale in cui uno dei leit motiv era stato l’impopolarità del governo Prodi e la sua sovra-composizione. Per tenere assieme una coalizione rissosa e molto eterogenea Prodi aveva dovuto infatti nominare un governo che contava 102 presenze tra ministri, viceministri e sottosegretari. Questo, insieme alla litigiosità ed a molte scelte discutibili, aveva contribuito a renderlo impopolare in quegli anni in cui il tema del costo della politica e dei privilegi della casta divampò con il libro di Rizzo e Stella e con il fenomeno Grillo a cui le televisioni berlusconiane davano ampio spazio. Berlusconi capitalizzò quel malcontento presentandosi per l’ennesima volta come uomo del fare, lontano delle litanie della politica e dai suoi organismi pletorici, capace, con la sua cultura d’impresa, di imporre scelte rapide, efficaci e votate al risparmio (a differenza dei professionisti della politica, presentati come dei fannulloni capaci di campare solo a carico dell’erario). All’indomani delle elezioni infatti salì al Colle e presentò (fatto quasi inedito) la compagine di governo all’uscita da quell’incontro. Era composta da 21 ministri e 39 sottosegretari: l’uomo del fare era riuscito nel miracolo di tagliare costi e tempi della politica, quello che l’opinione pubblica chiedeva. È un fenomeno tutt’altro che nuovo: un certo Antonio Gramsci circa 70 anni prima aveva parlato del sovversivismo sporadico del popolo italiano, incapace di trasformarsi in azione politica e delle classi dirigenti che riescono, accogliendone talune istanze, a conservare il potere. Era la cosiddetta “rivoluzione passiva”.

Da quel 7 maggio quando Berlusconi si è presentato da Napolitano un po’ di cose sono però cambiate. Sono stati nominati 5 nuovi sottosegretari: Bertolaso, Ravetto, Augello, Viceconte e Santanchè (la cui nomina è stata preceduta da una martellante presenza nelle trasmissioni Mediaset); quattro sottosegretari sono diventati vice-ministri: Vegas, Castelli, Urso e Romani (questi ultimi due nello stesso ministero); due sottosegretari sono stati promossi ministri: Brambilla e Brancher; al ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali è invece accaduto che il sottosegretario Fazio sia stato prima promosso Vice-ministro (maggio 2009) e poi, in seguito allo scorporamento del ministero, Ministro della Salute (dicembre 2009).
Di fronte a questo moltiplicarsi al rallentatore degli incarichi occorre chiedersi se siamo di fronte ad un governo incapace di dotarsi delle strutture e delle figure capaci di guidare un paese o ad uno che invece gioca con ministeri e nomine ad un gioco da tavola il cui obiettivo è quello di presentarsi alla pubblica opinione come il nuovo che avanza continuando invece ad operare con spartizioni e lottizzazioni. Propendendo per la seconda ipotesi è facile immaginare che qualcuno si sia fatto garante nel 2008 del fatto che le nomine sarebbero preso arrivate non appena le acque si sarebbero calmate, l’opinione pubblica distratta e la faccia messa in salvo. Anche questo fenomeno è tutt’altro che una novità: appartiene alla peggiore storia italiana, si chiama gattopadirsmo ed è perfettamente riassunto nella celebre espressione di Tomasi di Lampedusa “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.

giovedì 27 maggio 2010

Pop filosofia: “ripensare” le produzioni del pensiero nella società di massa

Presentato il volume collettaneo presso la libreria Laterza

da barilive.it 27/05/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17439


Appuntamento di grande classe ieri pomeriggio presso la libreria Laterza la presentazione di“Popfilosofia”, volume collettaneo frutto del lavoro di un’equipe di 11 studiosi riuniti da Simone Regazzoni, giovane studioso allievo di J. Deridda. Alla presentazione hanno preso parte lo stesso Regazzoni, Francesca Romana Recchia Luciani e Tommaso Ariemma, moderati da Antonella Gaeta.

Il lavoro da questi svolto consiste nell’applicazione delle categorie filosofiche ad alcuni fenomeni culturali di massa, applicazione non effettuata con il distacco tipico con cui la cosiddetta “cultura alta” guarda la cosiddetta “cultura bassa”: in questa operazione la filosofia stessa ha l’ambizione di diventare un evento pop, riappropriandosi di quel carattere essoterico che le è appartenuto sin dalla sua origine e che si è invece smarrito, a detta della comunità dei pop filosofi, all’interno del recinto della filosofia accademica. Con orgoglio Regazzoni ha ripetutamente ricordato che gli undici autori di Pop filosofia sono quasi tutti ai margini o addirittura fuori dalla vita accademica.
I tre fenomeni di “pop culture” su cui si sono concentrati i tre autori presenti ieri in libreria sono il film western “il mucchio selvaggio” (Regazzoni), vero cult movie di Sam Peckinpah e le fortunate serie televisive “Sex and the city” (Recchia Luciani) e Mad men (Ariemma). La ricercatrice barese Francesca Romana Recchia Luciani ha spiegato come lo studio delle 74 puntate di Sex and the city sia avvenuto attraverso una triplice lente concettuale incentrata intorno alle tematiche di corpo, merce ed amore, tre temi fortemente presenti in ogni puntata, portandone in evidenza l’interazione con l’ambientazione metropolitana del racconto.
L’intento di queste operazioni è quello di “ripensare”, cioè di portare in evidenza la razionalità e la portata concettuale sottesa a fenomeni culturali di massa, secondo l’assunto che vi sia produzione di pensiero ovunque.

Il clima della discussione è stato costantemente disteso ed il pubblico si è vistosamente divertito, ma gli autori presenti hanno voluto sottolineare l’assenza di ironia nel loro lavoro e la distanza di questo dal divertissement tipico dell’accademico che si interessa di “cultura bassa”, mantenendo sempre le distanze dalla parte seria ed “alta” del proprio lavoro.
Regazzoni ha inoltre insistito sul tema della contaminazione tra cultura di massa e filosofia, sostenendo che quest’ultima non debba temere, ma invece ricercare questo “imbastardimento” preferendolo all’osservazione critica e distaccata. Da questa contaminazione la pop filosofia deve prendere anche l’impossibilità di assumere una forma definitiva, ma di essere contraddistinta invece da una natura virale, di contagio rapido, le cui dinamiche sono difficilmente controllabili.

mercoledì 26 maggio 2010

Pop filosofia e Pornosofia: Simone Regazzoni a Bari

Intervista al filosofo recentemente cacciato dalla Cattolica

da barilive.it 26/05/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17424

Simone Regazzoni è un giovane e promettente filosofo italiano. È stato allievo di Jacques Deridda, il filosofo francese che con il “decostruzionismo” ha messo in questione i “margini della filosofia” e della metafisica occidentale, riconsiderando temi da queste tenute al bando. È forse partendo da questo approccio che Regazzoni da qualche anno rivolge la sua attenzione a fenomeni di cultura di massa, quelli a cui da sempre il mondo accademico si accosta con snobismo. Ha trattato temi quali Harry Potter e la fortunata serie televisiva Lost, formando anche un gruppo di lavoro sui temi della serie televisiva (gruppo a cui ha preso parte anche la barese Francesca Romana Recchia Luciani). Questi giorni è a Bari per presentare i suoi ultimi due lavori: Pornosofia e l’opera collettanea Pop filosofia (ne discuterà stasera alle 18.00 presso la libreria Laterza). Il primo, un libro in cui analizza il fenomeno del mondo del porno, gli è valso la cacciata dall’Università Cattolica di Milano ; il secondo è un manifesto di riforma totale dello statuto della riflessione filosofica. Gli abbiamo chiesto di dirci qualcosa di più.

Un aspetto da cui è forse il caso di partire è quella che possiamo chiamare la legittimità di chiamare riflessione filosofica una riflessione sul mondo del pop, delle fiction televisive, del mondo del porno. Che cosa è successo nella storia del pensiero che oggi permette di chiamare “riflessione filosofica” una riflessione che ha ad oggetto Cicciolina, Lost accanto alla sostanza ed all’essere?
Ai miei occhi nulla di così rivoluzionario, benché è chiaro che delle novità ci siano. Perché dico nulla di rivoluzionario? Perché da un lato la filosofia oltre a occuparsi di essere, sostanza, senso, ecc. si è occupata di opere di fiction (ed è stata essa stessa opera di fiction: basti pensare ai dialoghi platonici), dall'altro perché vi sono stati filosofi che hanno usato la fiction come spazio per riflettere sulle grandi questioni filosofiche. Penso ad esempio al lavoro di lettura degli esprimibili ellittici degli stoici fatto da Deleuze attraverso "Alice nel paese delle meraviglie". Nessuna rivoluzione, dunque. La novità sta nel fatto che l'opposizione cultura alta/cultura bassa si è autodecostruita nel corso del Novecento aprendo la strada almeno alla possibilità (perché davvero siamo ancora agli inizi) di confrontarsi con la cultura di massa.

Nel secolo scorso Adorno condannavano la cultura di massa e l’arte ridotta ad oggetto di consumo. Oggi appare imprescindibile per chi voglia comprendere il mondo contemporaneo accostarsi ad essa senza pregiudizi. Il suo approccio fa però di più e sembra quasi entusiastico. Perché?
Forse entusiastico è eccessivo, non so. Ma non escludo che un certo entusiasmo filtri dalle pagine che scrivo. Perché? La risposta più seria è naturalmente: non lo so. C'è qualcuno in me che prova godimento a giocare filosoficamente con alcuni oggetti della cultura di massa, ma le ragioni di questo godimento il mio io non le conosce e non le vuole nemmeno conoscere. Io scrivo a partire da questo godimento. Al di là di questo c’è però un aspetto preciso di ciò che definisco “pop filosofia” che può indurre lei a parlare di entusiasmo: la pop filosofia non si accosta senza pregiudizi alla cultura di massa per analizzarla; la pop filosofia si contamina con la cultura di massa per dar vita a oggetti filosofici ibridi che sono essi stessi opere filosofiche pop. È un punto per me strategicamente essenziale. Si tratta di creare nuovi oggetti filosofici che esplorando generi di scrittura diversi abbiano la forza di circolare nello spazio pubblico.

Nell’Italia degli ultimi decenni stiamo assistendo alla crisi di credibilità del sistema universitario e contemporaneamente al boom di festival e rassegne (di letteratura, economia filosofia etc.) che portano intellettuali a riempire piazze ed auditorium. Se da un lato questo fenomeno appare come una democratizzazione del sapere, dall’altro rischia di portare all’abbandono di quella concezione dello studio come “mestiere, e molto faticoso” come lo definiva Gramsci. Lei come giudica questa situazione?
Molto semplicemente dicendo che le due cose non si escludono. E che di norma ad andare a parlare nelle piazze sono colore che hanno faticato sui libri e hanno avuto un pubblico riconoscimento del proprio lavoro intellettuale. Lo studio faticoso non basta; occorre, per citare Gramsci, “socializzare delle verità”. Tuttavia, affinché il tutto funzioni, occorre che lo Stato continui a finanziare l’Università e la ricerca. Il pericolo non sono le piazze o i festival sono le politiche che tagliano i fondi all’Università e, al contempo, un’Università incapace di rinnovarsi.

martedì 25 maggio 2010

David Lane: restare per lottare, lottare per restare

Intervista con il giornalista dell'Economist ospite della Libreria Laterza

da barilive.it 24/05/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17406

David Lane è da trent’anni corrispondente dall’Italia per L’Economist, diventando col tempo un raffinato osservatore del nostro paese. Suo è l’articolo del 2001 cui il settimanale londinese dedicò la copertina col titolo “Perché Berlusconi è inadatto a guidare l’Italia” e che suscitò vasta eco. Per la Laterza ha recentemente pubblicato “Terre profanate. Viaggio al cuore della mafia”, un taccuino di viaggio nel Mezzogiorno d’Italia che ne racconta la presenza mafiosa ed i tentativi di resistenza. Stasera sarà a Bari per discutere del suo libro presso la libreria Laterza. Ci ha rilasciato un’intervista.

1) Lei ha deciso di raccontare la presenza della mafia in Italia attraverso un viaggio nel Mezzogiorno che parte da Gela e finisce a Roma. Perché questa scelta proprio oggi che si parla sempre più delle infiltrazioni mafiose nel centro e nel nord Italia?

Nel ‘700 e nell’800 gli inglesi e altri stranieri facevano il "grand tour", viaggiando nel Mezzogiorno d'Italia e scrivevano i loro racconti dopo i loro rientri in patria. Il Mezzogiorno ha avuto sempre un fascino, oggi come ieri. Anche se il mio libro ha la mafia come filo costante, e la mafia è al centro dell'attenzione, è molto più di un libro sulla mafia. È un libro sul Mezzogiorno, con tutti i suoi contrasti e problemi, di cui la mafia mi sembra uno dei principali. E per la verità, anche se il libro finisce a Roma, il mio viaggio nel Mezzogiorno finisce a Teano dove 150 anni fa Garibaldi ha incontrato il re piemontese e consegnato il regno borbonico a casa Savoia.

2) Il Governo, in materia di lotta alla criminalità organizzata, si sta caratterizzando da un lato con le politiche di Maroni (elogiate da intellettuali lontani dal centro-destra come Isahia Sales e Saviano) e dall’altro con provvedimenti come la messa all’asta dei beni confiscati, le restrizioni sulle intercettazioni, il caso Fondi. Lei come interpreta complessivamente questi interventi?

Abbiamo letto le preoccupazioni di esperti su queste misure e gli effetti negativi che avranno sulla lotta contro la mafia - solo oggi (il 21/5/10, ndr) i giornali riportano le parole dei PM Ingroia e Di Matteo, ma altri magistrati hanno anche detto che le misure proposte non aiuteranno a battere la criminalità organizzata. Mi sembra che invece di indicare un rafforzamento di impegno contro la mafia queste misure indicano il contrario. Inoltre vale la pena osservare che le risorse data in questa battaglia per la legalità nel Sud non sembrano comunque sufficienti.

3) Mantenendo ferma una condanna per le sottovalutazioni della questione, ritiene del tutto sbagliata la percezione della società civile pugliese di confrontarsi con una criminalità organizzata più debole rispetto a quelle presenti in altre parti del Mezzogiorno?

Certamente la mafia pugliese è stata meno in vista di Cosa Nostra, della 'Ndrangheta e della Camorra - ci sono motivi storici, organizzativi e sociali - e questo fatto potrebbe indurre la società civile a pensare che non rappresenta una grande minaccia all'economia, alla politica e alla vita civile della regione.

4) Quanto pesa nella lotta alla criminalità organizzata l’assenza di un dibattito politico di lungo respiro, capace di pensare al domani e ad una società più inclusiva, con più opportunità per tutti?
La mafia è un argomento che infastidisce certi settori della politica che preferirebbero il silenzio invece del dibattito. Va detto anche che c'è una parte della società civile meridionale che non vuole parlarne, ma per paura, perche parlare della mafia porta dei rischi. Direi che una grande opportunità di sconfiggere la mafia è stata persa nel periodo dopo le strage di Palermo e l'esplosione di tangentopoli nel 1992. Ma senza la sconfitta della mafia, il Mezzogiorno continuerà a soffrire una mancanza di investimento, di posti di lavoro ed una emigrazione dei giovani che vedono un futuro senza speranza nelle proprie terre.

5) Qual è l’esperienza di antimafia sociale che ha incontrato in questo viaggio che più l’ha stupita?

Mi ha fatto un grande piacere visitare diverse cooperative di giovani che lavorano terre confiscate dalla mafia, sia in Sicilia che in Calabria, nonostante le tante difficoltà e rischi che questo impegno comporta. Purtroppo a loro non vengono dati i giusti appoggi. Dicono loro: "lottare per rimanere, rimanere per lottare". Meritano di più dalle autorità.

martedì 11 maggio 2010

La mobilitazione degli studenti che restituisce dignità alla politica

Dalle facoltà occupate escono proposte e temi di dibattito. L'opinione pubblica é disposta a coglierli?

da barilive.it 11/5/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17244

Per una deformazione del dibattito pubblico ed un impoverimento del nostro vocabolario riconosciamo legittimo l’uso della parola “politica” solo quando descrive un fenomeno in cui è coinvolto un pezzo di ceto politico. L’impoverimento che la politica ha conosciuto negli ultimi decenni è anche frutto di questa confusione che ci ha impedito di riconoscere in ciò che avveniva fuori dal palazzo dei fenomeni “politici”, riguardanti cioè la definizione e la rimodulazione continua delle forme di convivenza in una comunità.

Sotto gli occhi di tutti a Bari sta accendendo un fenomeno di questo tipo, accompagnato dal silenzio della stampa: di fronte ad un previsto aumento delle tasse universitarie come soluzione agli sprechi delle autorità accademiche ed ai tagli del governo, gli studenti di Scienze politiche ormai quasi quindici giorni fa hanno occupato la loro Facoltà, seguiti a breve distanza dai loro colleghi di Matematica. Di richieste di generiche diminuzioni delle tasse ne abbiamo già sentito parlare, gli studenti però fanno ben altro: propongono una forma di tassazione progressiva che permetta di aumentare il gettito diminuendo le tasse per le fasce deboli, quelle degli studenti che non potendo accedere ad una formazione post-laurea di qualità, sarebbero i più immediatamente penalizzati da un impoverimento dell’offerta didattica dell’Università, loro unica fonte di formazione e, quindi, di occupazione. A fianco di queste rivendicazioni economico-fiscali, aggiungono l’assunzione di responsabilità di parte delle autorità accademiche attraverso le dimissioni dagli incarichi che ricoprono e l’inasprimento dell’applicazione del codice etico nei confronti delle parentopoli e delle inadempienze del corpo docente.

Questa mobilitazione, leggendo tra le righe, usa parole e propone una visione della convivenza civile che chiama i causa anche chi è fuori dalle mura delle facoltà. Enuncia infatti due principi in maniera inequivocabile: in un contesto di dissesto economico, chi ricopre ruoli di responsabilità e di governo della barca che affonda non può non pagarne le conseguenze, ancor più se si è reso responsabile di scelte discutibili. Inoltre risistemata la barca, è necessario ridiscuterne le modalità di governo;
Inoltre in una comunità che si ritrova a vivere una situazione di crisi, i sacrifici non vanno chiesti a chi versa già in condizioni di difficoltà e quindi è più vulnerabile e ricattabile, ma a chi sta meglio e forse dal dissesto non verrà neanche sfiorato.
Sono proposte attuali e che riguardano tutti perché contengono un’idea di governo e di uscita dalle crisi in controtendenza con le scelte operate dai governi europei con la crisi economica. Un’eventuale vittoria degli studenti in mobilitazione non sarebbe una vittoria corporativa, ma una vittoria politica: la riaffermazione di alcuni principi di civiltà che ci siamo abituati a veder calpestati, per i quali invece vale la pena lottare. Per questo non si può non guardare a ciò che sta accadendo dentro quelle facoltà con speranza.

giovedì 29 aprile 2010

Anguille, elefanti e Vendola ter

da barilive.it 29/4/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17123


La nuova Giunta regionale è fatta. Vendola è riuscito ad imporre con il suo consenso individuale la parità di genere ed una compagine amministrativa di grande autorevolezza, in controtendenza con un Consiglio Regionale in cui le donne elette scarseggiano ed alcuni dei nomi più suffragati sono personalità il cui ingresso in Giunta il Presidente ha non a caso bloccato. Archiviata positivamente questa fase è il momento di svolgere una riflessione serena su ciò che questa tornata elettorale e la composizione della Giunta ci indicano.

Con il sistema delle preferenze e di collegi così grandi (preferibile nonostante tutto al sistema delle liste bloccate) a prevalere sono soprattutto quei candidati consiglieri capaci di investire montagne di soldi nella campagna elettorale. Emblematico è il caso di Gugliemo Minervini: non una personalità della società civile sulla quale poteva cadere il sospetto che fosse impreparata ad affrontare il meccanismo elettorale ma un politico di lungo corso che il meccanismo elettorale lo conosce benissimo; personalità di spicco a livello regionale nel suo partito, radicato sul territorio, indubbiamente uno dei migliori assessori uscenti con una delega che gli ha permesso di entrare in contatto con migliaia di giovani facendogli toccare con mano la “Puglia migliore”, è stato superato elettoralmente da altri candidati capaci di aprire comitati ovunque e svolgere una costosissima campagna elettorale.

E se il Governatore non fosse stato un solista d’eccezione capace di imporre scelte alla sua orchestra ma una personalità più corale oggi che Giunta avremmo? Sicuramente una Giunta nella quale il computo delle preferenze avrebbero avuto gioco facile ad imporsi, facendo sparire la parità di genere e relegando le personalità della società civile alla loro brillante autorevolezza professionale lontana dai luoghi di potere.

Il sonante ingresso in Consiglio regionale di imprenditori e ‘cambia casacca’ (che definire poco legati alla causa è un eufemismo) è un sintomo della crisi dei partiti, sempre meno radicati sul territorio ed incapaci di far emergere una classe dirigente dall’interno dei suoi militanti, che quindi preferiscono affidarsi in campagna elettorale ad esterni di peso (economicamente ed elettoralmente). Resta da chiedersi se il super-candidato Presidente sia un efficace tampone o l’unica soluzione possibile per questo stato di cose.

Chi ha a cuore la qualità delle classi dirigenti e la parità di genere può accontentarsi di restare fuori dalla giungla della politica sperando in un interlocutore supereroe, capace di attraversarla uscendone indenne, rafforzato e con la voglia di ascoltare le loro rivendicazioni? O è più auspicabile, nell’ottica di un radicamento territoriale e politico del centro-sinistra in Puglia che trascenda temporalmente la vicenda politica locale di Vendola, avere l’ambizione di riformare quella giungla in cui i leoni sono i signori delle preferenze, restituendo alla politica ed ai partiti quella agibilità che oggi gli manca?

Se il centro-sinistra pugliese (partiti ed elettorato) vuol essere davvero un laboratorio politico nazionale capace non solo di vincere delle tornate elettorali e governare bene, ma di ridisegnare la mappa e le forme dell’agire politico collettivo, non può non affrontare apertamente questi nodi.

sabato 17 aprile 2010

Banfi: "Vendola? Non la penso come lui ma lo avrei votato"

A Bari per la presentazione della versione italiana del suo film tedesco
Presto in versione "commissario" con la sua casa di produzione

da barilive.it 17/4/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16989

Del film “Indovina chi sposa mia figlia” avevamo già parlato in estate. Si tratta di una produzione italo-tedesca, tratta dal bestseller di Jan Weiler “Maria, ihm schmeckt’s nicht!” (Maria, non gli piace!), interpretato da Lino Banfi e Sergio Rubini, girato in Puglia (a Gravina) con la collaborazione dell’Apulia Film Commision.
Il film racconta la storia di Jan, bibliotecario tedesco fidanzato con Sara, italo-tedesca. Jan arriva in Italia per sposarsi e conosce la famiglia di Sara, tra cui il padre Antonio, interpretato da Lino Banfi. Tra i due inizia poi un rapporto a metà tra la conflittualità e la complicità.
Dopo che il film è stato un vero e proprio successo al botteghino in Germania (più di 1 milione di spettatori), in virtù della calorosa accoglienza che la città pugliese ha riservato alla troupe ed in particolar modo a Lino Banfi, la produzione ha deciso di festeggiare questo affetto presentando a Bari ed a Gravina la versione italiana del film. Nella conferenza stampa presso la sala proiezioni della Fondazione Apulia Film Commission il produttore italiano Cristiano Bortone non si è risparmiato nel sottolineare l’attenzione che l’Apulia Film commission ha riservato alla produzione e la bellezza della Puglia.
Presente anche Lino Banfi che davanti ad una folta platea di giornalisti non ha dismesso i panni del mattatore scherzando sul fatto che abbia dovuto recitare in tedesco, lingua che non conosceva e si è dovuto sforzare di pronunciare correttamente attraverso il cosiddetto “gobbo” posizionato nei luoghi più improbabili. Non sono mancati ripetuti accenni dell’attore alla Puglia, terra in cui Banfi è nato ma da cui è andato via in giovane età. Il suo ritorno per girare questa pellicola cade infatti in un momento in cui la Puglia vive la sua primavera cinematografica grazie all’impegno finanziario della Giunta regionale. Di Vendola Banfi ha dichiarato “è in gamba; non la penso come lui politicamente ma lo ammiro come persona, è trasparente”, dicendo anche che se fosse stato a Bari l’avrebbe votato ed aiutato nella campagna elettorale.
Nel corso della conferenza, Banfi ha anche dichiarato che con la sua neonata casa di produzione sta producendo una fiction che ricorda la primissima parte della sua carriera “il commissario Zagaria”, nella quale si propone di unire il Banfi della commedia all’italiana a quello di “Un medico in famiglia” e degli ultimi film, facendo commuovere e ridere nella stessa pellicola.

mercoledì 7 aprile 2010

Facebook vuole comporre la giunta regionale

I gruppi a sostegno di questo e di quell'altro...

da barilive.it 7/4/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16877

Facebook è stato indubbiamente un grande protagonista di questa campagna elettorale, soprattutto qui in Puglia: in concomitanza con l’inizio della querelle sulla candidatura di Vendola nascevano con gran frequenza gruppi in sostegno del Presidente uscente. E Vendola non è stato per nulla avaro di attenzioni nei confronti dei suoi sostenitori che su Facebook si organizzavano, si riunivano, discutevano, dedicandogli diverse videolettere, caricando sul suo profilo foto e video dei comizi e delle campagne di comunicazioni elaborate da ProForma.

Oggi c’è però una novità, una vera e propria evoluzione nel modo con cui Facebook segue l’evolversi della vita politica regionale: in concomitanza con il dibattito sulla nuova Giunta sono nati gruppi in sostegno di alcune riconferme. Quel pizzico di malizia necessario per interpretare la politica fa pensare che, in un momento così delicato e con gli equilibri così precari, queste iniziative non nascano nient’affatto spontaneamente ma che vengano dagli staff o da persone vicine ai diretti interessati.
Al momento il gruppo più numeroso è “Per la riconferma di Gugliemo Minervini ad assessore” con oltre 1000 iscritti seguito a distanza dal più specifico “Vogliamo la conferma di Mario Loizzo come assessore regionale ai trasporti” che conta poco più di 200 iscritti. Tommaso Fiore conta addirittura due gruppi in sostegno della sua riconferma (con un totale di 150 iscritti circa), e Fabiano Amati un gruppo con meno di 50 iscritti.

I due casi più interessanti sono proprio i due più numerosi: quello in sostegno di Guglielmo Minervini a giudicare dagli interventi dei membri appare come una vera e propria fucina di idee ed iniziative e quello in sostegno di Loizzo, nato più tardi, è pieno di commenti di stima e di affetto nei confronti dell’uscente assessore ai trasporti. Per entrambi gli assessori in questione, il cui lavoro nella passata giunta è unanimemente elogiato, la riconferma è messa in discussione: nel primo caso da un calo di consenso causato dal fuoco amico e nel secondo caso dall’elezione in consiglio regionale dell’altrettanto capace e stimabile Antonio Decaro che ha condotto la campagna elettorale rivendicando la capacità di governare il sistema dei trasporti (non è un caso la specificità del gruppo in sostegno di Mario Loizzo).

In entrambi i casi quindi la rete si mobilita in soccorso degli assessori uscenti contro le logiche che rischiano di estrometterli. Checché se ne pensi dei Social network e per quanto si possa diffidare del disinteresse di chi ha fatto nascere questi gruppi, il contributo che offrono nel rendere più partecipato e meno cencelliano questo momento così importante della vita politica è indubitabile. E non possiamo che rallegrarcene.

mercoledì 17 marzo 2010

Carlo Formigoni torna a Bari

Il maestro di un’intera generazione di attori e registi baresi è al Kismet con il Faust di Goethe

da barilive.it 17/03/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16674

Carlo Formigoni, attore e regista teatrale, dopo aver maturato un’importante esperienza al London Academy of Music and Dramatic Art, approdò al Berliner Ensemble, il teatro di Bertolt Brecht. Maestro di teatro, ha posto le basi del teatro-ragazzi italiano ed attraverso la sua opera di formazione sono nati il Teatro Kismet di Bari e la compagnia Il cerchio di gesso di Foggia. Tra le sue regie, caratterizzate sempre dalla semplicità brechtiana di un teatro morale e necessario, ultima arrivata è quella della Tragedia del dottor Faust, da Goethe, realizzata con la compagnia Teatro Le Forche di Massafra, stasera in programma al Teatro Kismet. Alla vigilia dello spettacolo abbiamo intervistato questo artista e professionista cui la città di Bari deve molto.

- Come mai hai deciso di portare in scena il Faust di Goethe?
- E’ un grande amore e il desiderio di portarlo in scena è sempre stato una costante, non una decisione improvvisa. L’ho messo in scena più volte, anche a Vienna, ed ha fatto maturare in me l’idea di essenzializzare il conflitto per renderlo più comprensibile al pubblico, perché quando metti in scena un’opera così mastodontica il nocciolo della questione rischia di essere sommerso da materiale eccessivo. Un’opera teatrale richiede economia, selezione; perciò puntando l’attenzione sul conflitto Faust-Mefisto, emerge il nocciolo della questione: la presentazione di due componenti di ogni essere umano, il lato che tende alla nobiltà, alla generosità ed il contrario, gli impulsi istintuali.
- Uno degli obiettivi che ti sei è sempre proposto è quello di avvicinare il teatro ai ragazzi: quali reazioni registri quando proponete questo spettacolo alle scuole?
- Lo seguono sempre con attenzione e questo è molto per dei giovani che sentono per la prima volta questo testo così complesso.

- Come ci si confronta con i classici? Non si corre il rischio, per renderli meno lontani, di ricadere in una ossessione per la contemporaneità?
- I classici sono classici perché contengono elementi di una tale profondità umana che più o meno puoi ritrovare in tempi diversi.
- Sei arrivato in Puglia nel 1965, in anni in cui fare teatro, cultura qui non doveva essere facile; eppure è riuscito a seminare tanto. Su cosa hai fatto forza?
- Mi fu affidato l’insegnamento di pratica teatrale a Santa Teresa dei Maschi, ed avendo avuto la fortuna di essere allevato al Berliner Ensamble, il teatro di Bertolt Brecht e perciò di aver assorbito una tecnica di grande aiuto per questa professione, è quella che ho cercato di trasmettere. Per due anni ho lavorato con i ragazzi che sono stati disciplinatissimi.
- Oggi torni al Kismet dopo circa trent’anni dalla sua fondazione nella quale ha avuto un ruolo decisamente fondamentale: che sensazioni provi?
- E’ emozionante perché ritorni in un luogo in cui hai cercato di dare tutto il meglio di te stesso. In questa situazione poi si è anche felici di mostrare quello che uno ritiene debba essere o possa essere il teatro.

sabato 6 marzo 2010

Scuola Pubblica e laicità: il libro di Leo Palmisano

Un libro tenta di fare luce su questo rapporto

da barilive.it 1/03/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16499

La laicità della scuola pubblica italiana è uno di quei temi lungamente assenti dal dibattito pubblico, ma capaci di fronte ad un pronunciamento della corte costituzionale, all’iniziativa di qualche docente o dirigente scolastico, alle rimostranze di famiglie o gruppi di studenti, di riemergere suscitando violente polemiche per poi sparire altrettanto rapidamente.

Regolato dal Concordato del 1984, l’Irc (Insegnamento della religione cattolica) è impartito in tutte le scuole pubbliche italiane (2 ore settimanali nella scuola primaria ed una in quella secondaria) da insegnanti nominati con parere vincolante della diocesi che può esprimersi anche su programmi e testi in adozione (l’onere finanziario è invece a carico dello Stato). Lo stesso Concordato garantisce anche “a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento” ed a tal fine le scuole dovrebbero garantire l’organizzazione di attività alternative per chi decide di disertare l’Irc.

Tra il 2005 ed il 2007 si è svolta un’indagine qualitativa in merito alle scelte e le esperienze di genitori non cattolici (in quattro regioni italiane: Basilicata, Liguria, Piemonte e Puglia) posti di fronte alla scelta se far partecipare o no i propri figli all’Irc. Promotori dell’indagine sono stati diversi soggetti (Flc, Cgil, Federazione delle Chiese evangeliche delle regione suddette, l’associazione “articolo 31”, la Tavola Valdese etc,) che ne hanno affidato la curatela scientifica al giovane sociologo barese Leonardo Palmisano. E’ da pochi mesi nelle librerie il libro “Quale laicità nella scuola pubblica italiana? I risultati di una ricerca”, (Claudiana, Torino 2009) che ne raccoglie i risultati, insieme agli interventi di un convegno sul tema svoltosi a Savona nel 2008.

Il quadro che emerge da tale indagine mette in evidenza la superficialità con la quale le scuole italiane affrontano la questione trascurando la corretta informazione da trasmettere alle famiglie, disertando l’organizzazione delle attività alternative (dovendo far fronte ai continui tagli ed alla mancanza di risorse) e affrontando l’Irc senza il dovuto rigore didattico. A questo è da aggiungere che il timore delle famiglie (soprattutto quelle di immigrati) di facilitare con la decisione di non avvalersi dell’Irc fenomeni di emarginazione dei propri figli, non trova nella scuola alcuna garanzia che invece permetta una scelta serena.

In questi ultimi decenni la trasformazione in chiave sempre più multi-etnica della società è stata accompagnata da una crescente ondata di razzismo e dal richiamo alle radici culturali e religiose provenienti sia dalle gerarchie ecclesiastiche che da forze politiche di ispirazione abbondantemente pagana. L’onere dell’integrazione, lontano dai riflettori e dall’attenzione della politica, è stato lasciato ad una scuola pubblica dilaniata da tagli e da progetti di riforma incompiuti, in balia di campagne ideologiche e ingerenze private, cioè alla buona volontà di singoli presidi ed insegnanti. In questo contesto la superficialità con la quale viene affrontata la questione dell’Irc è purtroppo un’ulteriore conferma del cattivo stato di salute della nostra scuola e quindi della nostra democrazia.

Una giornata senza immigrati?

L'espediente narrativo che smaschera la retorica xenofoba

da barilive.it 13/02/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16322

In un’Italia in cui il dibattito pubblico in materia di immigrazione langue e si limita ad arruolare grotteschi eserciti di favorevoli e contrari, è comparso da qualche settimana un libro che prova a fare un po’ di chiarezza sul tema. Il suo titolo è emblematico, “Blacks out. 20 marzo, ore 00.01. Un giorno senza immigrati”, ed a scriverlo è Vladimiro Polchi, giovane cronista de “La Repubblica” che è stato a Bari per discuterne presso la libreria “Laterza”.
L’autore ha provato ad immaginare cosa succederebbe in Italia se per ventiquattr’ore sparissero gli immigrati costringendo così l’intero paese alla paralisi. Questo stratagemma narrativo, a detta dell’autore, è nato dalla volontà di far avvicinare al tema un vasto pubblico mettendo in evidenza il ruolo che gli immigrati giocano nel muovere la nostra economia; ruolo che in cifre si traduce nella produzione del 10% del PIL, ed in 6 miliardi di euro di tasse pagate all’anno. E’ curioso come gran parte dei prodotti del tanto celebrato “made in Italy” (ad esempio il prosciutto di Parma, il Parmigiano reggiano, i vini più pregiati etc.) non esisterebbero più senza il contributo della manodopera dai lavoratori extra-comunitari.
Il dibattito, ravvivato dalle presenze di Giuliano Foschini e Don Angelo Cassano, si è poi spostato sul modo attraverso il quale l’Italia affronta la questione dell’immigrazione, fatto dell’assenza di un modello di integrazione, di strutture e politiche che garantiscano la seconda accoglienza per i richiedenti asilo, da leggi che impediscono la regolarizzazione della posizione degli immigrati e da un iter burocratico che allontana e complica la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno. Nell’analisi proposta dall’autore ciò è da attribuire oltre che all’opportunismo politico di chi sfrutta elettoralmente le paure della gente nei confronti del diverso anche all’impreparazione italiana di fronte ad un fenomeno sconosciuto in questa ampiezza fino a pochi anni fa.
Nell’impoverimento del dibattito politico degli ultimi vent’anni, in assenza di grandi progetti capaci di porre al proprio centro la solidarietà sociale e l’uguaglianza, l’attenzione dell’opinione pubblica è progressivamente scivolata sulla difesa del “privato”; non è un caso che il tema della sicurezza insieme a quello della deregolamentazione e dello smantellamento di qualunque vincolo solidaristico siano diventati i temi di dibattito prevalenti in occasione di ogni scadenza elettorale. La modalità con la quale il lavoro di Vladimiro Polchi affronta il tema dell’immigrazione contribuisce sicuramente a restituirgli la complessità e l’umanità che gli spetta e va considerato come una tappa di un più ampio percorso di smascheramento della retorica insita nella celebrazione del privato e di ricostruzione di un vocabolario collettivo.

Se a parlare di Shoa è la poesia

"Farfalle di spine" si aggiunge al già popolatissimo scaffale dedciato al genocidio degli Ebrei

da barilive.it 21/01/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16048


Era il Luglio del 2000 quando il Parlamento italiano, per ricordare le vittime dell'Olocausto e dei totalitarismi nazi-fascisti, votò a favore dell'istituzione della Giornata della Memoria il 27 Gennaio di ogni anno, celebrando in questo modo la data in cui nel 1945 furono aperti i cancelli di Auschwitz dalle truppe dell'esercito sovietico. A distanza di oltre 50 anni da quella tragica scoperta si intendeva con questa iniziativa rafforzare la memoria condivisa di quanto accaduto contemporaneamente al venir meno della quasi totalità dei testimoni diretti.

Da allora il 27 Gennaio chi si celebra nelle scuole, nelle associazioni ed in ogni ambito della vita pubblica il dramma della Shoa, trovandocisi a dover fare i conti con la necessità di custodirne e tramandarne la memoria e contemporaneamente quella di sottrarne il racconto alla banalizzazione di una ritualità istituzionalizzata.

Un contributo in questa direzione proviene quest'anno da un'antologia di testi poetici di testimoni diretti ed indiretti dell'Olocausto, presentata nel Salone degli Affreschi dell' Università degli Studi di Bari ed intitolata “Farfalle di spine. Poesie sulla Shoa”. Si tratta di un volume curato da Valeria Traversi ed edito dall'editore barese Palomar di Alternative, contenente testi di Levi, Auslander, Bruck, Celan, Weiss, Brecht, Pasolini ed altri testimoni e poeti.

Nella radice del volume vi è l'idea che l'arte abbia il pregio di restituire verità e umanità agli eventi narrati, sottraendoli a qualunque forma di banalizzazione. A sottolinearlo è stata proprio l'autrice che, nella presentazione, ha parlato dell'utilità della poesia come custode di una memoria che non si limiti ad enumerare il cumulo delle vittime, ma che invece si proponga di "creare un'identificazione umana", che ci ricordi che il dramma dei campi di concentramento e della soluzione finale ci riguardano in quanto siamo esseri umani.

Più volte proposta dall'autrice e condivisa da Pasquale Voza e Giuseppe Farese (che con lei hanno interloquito) è stata l'idea che l'Olocausto non debba essere uno strumento dell'arte, quasi una sua musa ispiratrice, ma che sia l'arte stessa a dover diventare strumento di memoria rivolgendosi al futuro. Forse è proprio questo lo spirito col quale dovremmo apprestarci a vivere l'imminente Giornata della Memoria: non la celebrazione di una dolorosa reliquia del passato, ma un'occasione per riflettere, forti della sua conoscenza e della sua consapevolezza, sul presente che stiamo vivendo e sul futuro che stiamo costruendo.

La presentazione si è conclusa con la lettura di alcuni brani poetici antologizzati curata dall'attrice Ermelinda Nasuto del Teatro “Le Forche” e dall'esecuzione di brani musicali composti nei campi di concentramento ad opera del Maestro violinista Luigi Zonni.

Il silenzio degli intellettuali in una società che cambia

Asor Rosa ha presentato il suo libro “Il grande silenzio” in libreria Laterza

da barilive.it 15/01/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=15973

Appuntamento di gran rilievo ieri sera in Laterza con la presentazione del libro-intervista “Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali” di Alberto Asor Rosa, noto critico letterario e protagonista del dibattito culturale e politico italiano dell’ultimo cinquantennio.
Il tema, apparentemente ozioso ed accademico, si è rivelato nel corso dell’incontro portatore di numerosi interrogativi circa i nostri tempi, i cambiamenti in atto nella nostra società e lo stato di salute delle democrazie occidentali. Non a caso Alessandro Laterza, nell’introdurre l’autore e Simonetta Fiori (autrice dell’intervista), ha sottolineato come il concetto di “scena politico-culturale”, terreno proprio degli intellettuali, non è più da considerarsi scontato.
Sollecitato dalla domande di Simonetta Fiori, l’autore ha proposto una ricostruzione storica che rifugge dalle classiche semplificazioni in uso in qualunque discorso riguardi gli intellettuali, configurandosi invece come un “ragionamento critico ma non lamentoso”. La sua ricostruzione è partita dagli inizi della modernità, da quella metà del XVIII secolo, quando “in Francia un gruppo sociale (la borghesia, nda) decide di orientare i mutamenti del mondo circostante”. Contestuale all’avvento al potere di questa classe è la nascita di una “tribù inquieta”, un gruppo di specialisti che decide di oltrepassare i confini epistemologici delle singole discipline e dedicare la propria attenzione alla società ed alla convivenza civile. Oggi invece, le trasformazioni in atto (globalizzazione e fine delle grandi ideologie su tutte) stanno invece decretando la sparizione di queste figure insieme a quella classe sociale cui erano legate.
La riflessione sulla storia degli intellettuali ha assunto poi tutt’altri toni quando si è parlato della storia italiana dal dopo-guerra ad oggi, storia di cui Asor Rosa è stato protagonista e testimone diretto: parlandone questi ha individuato negli anni ’80 l’inizio di una involuzione nel livello del dibattito pubblico e nei processi di alfabetizzazione che non ha conosciuto tregua fino ai giorni nostri, travolgendo ogni argine che gli si sia frapposto (democrazia e costituzione inclusi), culminando nel potere berlusconiano.
A chi ha obiettato, durante il dibattito, che l’analisi proposta sia stata eccessivamente pessimista, Asor Rosa ha delineato degli elementi di speranza: su tutti la scuola e l’università, due istituzioni fatte di luci ed ombre, che però non sono state permeate da questi processi involutivi e che oggi, insieme alla magistratura, costituiscono l’unica speranza di una “nuova resistenza”.
Una speranza infine l’autore l’ha riposta anche nei giovani. Il riferimento apparentemente scontato, lo è di meno conoscendo la storia intellettuale di Asor Rosa, le sue polemiche con il movimento studentesco e con tutta la sinistra di movimento. Egli stesso non ha nascosto questa sua diffidenza, ritenendo però che la fuoriuscita dall’attuale stato di cose avverrà solo attraverso una “frattura” operata dalle giovani generazioni. Con una discrezione che raramente si addice alla sua generazione, Asor Rosa ha chiuso il dibattito auspicando questa frattura, senza sollecitarla o prevederne i tempi, senza pretendere più o meno consciamente di assegnare compiti e destini alle giovani generazioni. Visti i tempi, non è poco.