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martedì 1 febbraio 2011

Il crepuscolo del berlusconismo e il voltafaccia dei poteri forti

È opinione largamente condivisa che Berlusconi non si rialzerà dallo scandalo che lo sta travolgendo. L’immenso potere che detiene deve necessariamente indurre alla cautela in qualunque previsione, ma ad avvalorare la tesi della fine del suo regno contribuiscono le prese di posizioni di alcuni poteri forti che nel corso dell’ultimo quindicennio gli sono stati tutt’altro che ostili. Nelle ultime settimane alle prese di distanza e dure critiche provenienti dalla maggior parte della stampa moderata, del vertice di Confindustria e dalla Conferenza episcopale si è aggiunta quella proveniente da Davos.

Nella città svizzera si riuniscono ogni anno al World Economic Forum le elites del mondo finanziario, economico, opinion leader sostenitori del neo-liberismo ed esponenti dei governi occidentali. Nell’incontro di quest’anno si è svolto quello che Federico Rampini ha chiamato il “processo all’Italia” in quanto “paralizzata da Berlusconi” ed in procinto di diventare la palla al piede d’Europa. Dell’ambiente di Davos Berlusconi era sempre stato un eccellente interprete, la sua ascesa politica va letta oltre che come una conseguenza del suo potere economico e mediatico anche come novità che in Italia ha saputo cogliere negli anni ‘90 lo spirito dei tempi: l’epopea del neo-liberismo che proprio a Davos ha il suo tempio.

Mai come ora quindi Berlusconi appare debole ed in declino: i poteri forti che lo hanno incensato e sostenuto, contribuendo ad una sua normalizzazione in cambio di sgravi fiscali, deregolamentazione dei mercati e smantellamento dello stato sociale, gli voltano le spalle.

Verosimilmente nel corso di breve tempo l’Italia volterà pagina, ma tale svolta rischia di essere l’ennesima pagina della sua storia in cui a trionfare è il trasformismo e la capacità di auto-riciclo delle classi dirigenti che abbandonano, un minuto prima che affondi, la nave che hanno contributo a costruire e far salpare. Lungi da una seria autocritica sul loro operato, i poteri che oggi abbandonano Berlusconi lo fanno perché non si sentono più garantiti personalmente da lui. Nella fase di transizione che ci accingiamo a vivere, la cui lunghezza non è dato sapere in anticipo, cercheranno di riposizionarsi cercando nuove figure e forze di riferimento.

Se sulla scena pubblica oggi ci fossero solo loro l’esito di questa transizione sarebbe scontato. A fargli una poco gradita compagnia ci sono però anche il grande movimento che la Fiom ha saputo raccogliere attorno a sé risollevando la questione del lavoro e dandogli voce, gli studenti ed i precari della conoscenza scesi in piazza per manifestare contro la Riforma Gelmini ed i tagli alla pubblica istruzione denunciando con essi lo smantellamento dello stato sociale, il Popolo viola e l’ampia fetta di opinione pubblica riconosciutasi nella mobilitazione in difesa della Costituzione, dell’indipendenza dei poteri e della libertà di stampa. Sono la speranza che dal berlusconismo si possa uscire davvero con un movimento popolare, senza trasformismi di palazzo che finirebbero per riprodurre il terreno di coltura del berlusconismo: quello di una classe dirigente anarcoide ed eversiva che risponde solo a sé stessa ed è pronta in nome di ciò ad avallare ogni scempio civile.

Da una parte ci sono i lavoratori, gli studenti, i precari della scuola e dell’università ed il popolo viola, dall’altra i vertici di Confindustria, le gerarchie ecclesiastiche e la finanza internazionale: più che dall’alleanza elettorale che il centro-sinistra deciderà di adottare è dall’alleanza sociale e dalla scelta tra queste due alternative inconciliabili che dipenderà il futuro dell’Italia. E non scegliere significa aver deciso da che parte stare: quella dei più forti.

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da Linkredulo di LUNEDì 31/1/11 - http://www.linkredulo.it/opinioni/1743-il-berlusconismo-ed-i-poteri-forti.html

mercoledì 6 ottobre 2010

Spiritualità e marketing: l’idea di scuola pubblica della provincia Bat

da LINKREDULO di Mercoledì 06 Ottobre 2010 - http://www.linkredulo.it/scuola-e-universita/1470-spiritualita-e-marketing-lidea-di-scuola-pubblica-della-provincia-bat.html

Il Corriere del Mezzogiorno riporta oggi (6/10/10) la notizia di un ordine del giorno approvato all’unanimità dal Consiglio Provinciale della Bat che, rivolto ai Presidenti di Camera e Senato, esorta l’esposizione del crocifisso negli edifici scolastici. A proporre l’odg è stato il consigliere d’opposizione De Deo (Udc), ma a farlo proprio è stato l’intero consiglio provinciale. Nell’odg si fa riferimento alle radici giudaico-cristiane come “parte integrante dello stato italiano” ed al crocifisso come simbolo che “incarna tutti i valori sociologici, umani, storici e culturali”.

Questa iniziativa però non è la sola che la provincia Bat ha preso in materia di pubblica istruzione. Nelle settimane scorse infatti su iniziativa dell’assessore competente Pompeo Camero, per far fronte ai tagli del ministro Gelmini, la Provincia ha emanato un bando che permette ai privati di contribuire alle spese per l’acquisto dell’arredo scolastico in cambio dell’esposizione sullo stesso di messaggi pubblicitari.

Nel Consiglio provinciale della Bat il centro-destra dispone di un’ampia maggioranza (18/30), ed il centro-sinistra, uscito malconcio dalle urne, può contare su una rappresentanza di 6 consiglieri (5 Pd ed uno della Federazione della Sinistra).

Il binomio è emblematico dello stato di salute dell’istruzione pubblica: da un lato elevata retoricamente a luogo in cui tramandare le tradizioni e le radici, in cui apporre simboli celebrativi della storia di un popolo, di una cultura (o addirittura di un partito) e dall’altro degradato a ente su cui non sprecare un centesimo, anzi da svendere al miglior offerente come se si trattasse di uno spazio pubblicitario qualunque.

Val la pena ricordare che l’ente provincia ha, tra le poche deleghe di sua competenza ed i pochi capitoli di spesa, quello sull’edilizia scolastica. Suona quindi ancora più grottesco questo atto di svendita in quanto messo in opera proprio dall’ente deputato ad investire sulla scuola.

In questo mix di spiritualità e marketing che indurrà qualcuno al riso l’unica vittima è l’istruzione pubblica come investimento collettivo sul futuro, sulla crescita cultura, civile e morale delle giovani generazioni, indipendentemente dalle loro disponibilità economiche, dal loro credo religioso o dalla loro provenienza geografica. Su questo fronte il centro-sinistra farebbe bene a marcare la più netta differenza, cosa che ha fatto con forza sulle iniziative degli sponsor ma tristemente è mancata su quella del crocifisso.

martedì 11 maggio 2010

La mobilitazione degli studenti che restituisce dignità alla politica

Dalle facoltà occupate escono proposte e temi di dibattito. L'opinione pubblica é disposta a coglierli?

da barilive.it 11/5/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17244

Per una deformazione del dibattito pubblico ed un impoverimento del nostro vocabolario riconosciamo legittimo l’uso della parola “politica” solo quando descrive un fenomeno in cui è coinvolto un pezzo di ceto politico. L’impoverimento che la politica ha conosciuto negli ultimi decenni è anche frutto di questa confusione che ci ha impedito di riconoscere in ciò che avveniva fuori dal palazzo dei fenomeni “politici”, riguardanti cioè la definizione e la rimodulazione continua delle forme di convivenza in una comunità.

Sotto gli occhi di tutti a Bari sta accendendo un fenomeno di questo tipo, accompagnato dal silenzio della stampa: di fronte ad un previsto aumento delle tasse universitarie come soluzione agli sprechi delle autorità accademiche ed ai tagli del governo, gli studenti di Scienze politiche ormai quasi quindici giorni fa hanno occupato la loro Facoltà, seguiti a breve distanza dai loro colleghi di Matematica. Di richieste di generiche diminuzioni delle tasse ne abbiamo già sentito parlare, gli studenti però fanno ben altro: propongono una forma di tassazione progressiva che permetta di aumentare il gettito diminuendo le tasse per le fasce deboli, quelle degli studenti che non potendo accedere ad una formazione post-laurea di qualità, sarebbero i più immediatamente penalizzati da un impoverimento dell’offerta didattica dell’Università, loro unica fonte di formazione e, quindi, di occupazione. A fianco di queste rivendicazioni economico-fiscali, aggiungono l’assunzione di responsabilità di parte delle autorità accademiche attraverso le dimissioni dagli incarichi che ricoprono e l’inasprimento dell’applicazione del codice etico nei confronti delle parentopoli e delle inadempienze del corpo docente.

Questa mobilitazione, leggendo tra le righe, usa parole e propone una visione della convivenza civile che chiama i causa anche chi è fuori dalle mura delle facoltà. Enuncia infatti due principi in maniera inequivocabile: in un contesto di dissesto economico, chi ricopre ruoli di responsabilità e di governo della barca che affonda non può non pagarne le conseguenze, ancor più se si è reso responsabile di scelte discutibili. Inoltre risistemata la barca, è necessario ridiscuterne le modalità di governo;
Inoltre in una comunità che si ritrova a vivere una situazione di crisi, i sacrifici non vanno chiesti a chi versa già in condizioni di difficoltà e quindi è più vulnerabile e ricattabile, ma a chi sta meglio e forse dal dissesto non verrà neanche sfiorato.
Sono proposte attuali e che riguardano tutti perché contengono un’idea di governo e di uscita dalle crisi in controtendenza con le scelte operate dai governi europei con la crisi economica. Un’eventuale vittoria degli studenti in mobilitazione non sarebbe una vittoria corporativa, ma una vittoria politica: la riaffermazione di alcuni principi di civiltà che ci siamo abituati a veder calpestati, per i quali invece vale la pena lottare. Per questo non si può non guardare a ciò che sta accadendo dentro quelle facoltà con speranza.

venerdì 26 marzo 2010

Discorso introduttivo dell'iniziativa elettorale "la/a SCUOLA del/dal FUTURO" - Corato 25/03/10

Pubblico il discorso introduttivo che ho letto in occasione dell'iniziativa elettorale "la/a SCUOLA del/dal FUTURO" svoltasi a Corato il 25/03/10 con l'Assessore regionale al Diritto allo Studio Gianfranco Viesti, il Coordinamento insegnanti coratini per Vendola ed un gruppo di studenti.


I nomi delle stelle sono belli:
Sirio, Andromeda, l'Orsa, i due Gemelli.
Chi mai potrebbe dirli tutti in fila?
Son più di cento volte centomila.
E in fondo al cielo, non so dove e come,
c'è un milione di stelle senza nome:
stelle comuni, nessuno le cura,
ma per loro la notte è meno scura.

Voglio aprire con questa filastrocca di Gianni Rodari questo incontro-dibattito sulla scuola co-promosso dalla Fabbrica di Nichi di Corato e dal Coordinamento insegnanti coratini per Vendola, alla presenza dell’assessore al diritto allo studio Gianfranco Viesti che ringrazio per la disponibilità.

E’ una filastrocca che ci parla di una inattualità perché invita a guardare il cielo non concentrandosi sulle stelle più note, quelle coi nomi più grandi e altisonanti, ma su tutte le stelle: quel milione di stelle senza nome, comuni, prive di cura, a cui il viandante notturno deve gratitudine per la luce che dignitosamente, senza la riconoscenza di vedersi chiamate con un nome proprio e cantate con questo dai poeti, emanano.

E’ una filastrocca inattuale in un tempo in cui un individualismo strisciante e l’esaltazione del privato hanno occupato interamente la scena, rubandola ai sogni collettivi, alla dignità faticosamente conquistata da milioni di individui che nel novecento hanno fatto irruzione sulla scena pubblica, contribuendo materialmente a determinare le nostre vite. Un privatismo di cui hanno sofferto e soffrono soprattutto le comunità ed i territori lontani dai centri di potere, quei territori e quelle comunità capaci di tirar fuori il meglio di sé proprio dal lavoro, dal sacrificio fatto lontano dai riflettori, privo di celebrazioni.

In assenza di ragioni collettive ogni individuo è più solo, derubato di una prospettiva diversa per sé e per i propri figli in una società più giusta, si guarda intorno, angosciosamente alla ricerca di capri espiatori della sua prigionia sociale e culturale. Si spiegano così i due fenomeni politici che l’hanno fatto da padrona nell’Italia degli ultimi vent’anni: il berlusconismo, la celebrazione di quell’uomo che si è fatto da solo infrangendo ogni regola, calpestando ogni legame sociale e rivendicando ciò come un merito, ed il leghismo, la rivendicazione di un egoismo sociale che misconosce ogni forma di solidarietà che non sia quella pietistica, che scaccia come ipocrisia e buonismo ogni proposta di dibattito collettivo che tenga in considerazione le posizioni degli ultimi.

La scuola pubblica, la più imponente presa in carico delle disuguaglianze, impegnata non a lenire le ferite che queste causano, ma a creare le condizioni affinché queste non si riproducano, era inevitabile che diventasse anno dopo anno un corpo estraneo di una società cinica e disillusa. Nata come terminale di uno stato che con essa costruiva la propria unità territoriale e sociale, in una società che riconosceva autorevolezza e credibilità agli insegnanti, con la brusca virata degli ultimi vent’anni la scuola pubblica si è ritrovata orfana di un progetto, di una missione, a dover fare i conti con un progressivo ridimensionamento delle risorse. Ed a proposito dell’autorevolezza e della credibilità degli insegnanti, stelle senza nome che illuminano la notte delle periferie, dei quartieri popolari, che silenziosamente costituiscono l’impalcatura di una società e di uno stato che troppo spesso li ha umiliati, abbiamo assistito ad una delegittimazione quotidiana (spesso a voce alta) come quella riservata a tutti i dipendenti pubblici: silenziosamente ha prevalso un tipo umano ad essa completamente antitetico che alla credibilità ed all’autorevolezza ha sostituito il fascino del successo ad ogni costo, alla dedizione per il proprio lavoro le payette ed i lustrini, fieramente indifferente ad ogni cosa che si discosti di un millimetro dal proprio interesse e dalla propria auto-realizzazione.

Questo processo che può apparire lontano, distante dalle nostre vite, è più vicino di quanto si possa immaginare. La rappresentazione plastica della marginalità del mondo della scuola dal dibattito politico, l’esilio pubblico a cui questa è stata relegata dai nostri tempi arriva fin nelle nostre istituzioni cittadine: zero consiglieri comunali su 30 e zero assessori comunali su 10 provengono dal mondo della scuola. E’ l’immagine chiara di come oggi il “mondo che conta” sia altrove: nelle imprese, negli ospedali, negli studi professionali.

Negli ultimi anni poi, noi pugliesi ci siamo trovati a dover fare i conti con un duplice fenomeno: i tagli del ministro Gelmini e le iniziative del Governo regionale in materia di pubblica istruzione.

I primi hanno avuto il sapore di una vera e propria resa dei conti che mette in ginocchio definitivamente un corpo già provato. Dopo aver reso vana la promessa di uguaglianza che la scuola opera quotidianamente e faticosamente, avendo costruito una società, lì fuori dalla scuola, che vanifica ogni tentativo di far partire tutti dallo stesso livello, ora il governo sembra voler zittire definitivamente quella promessa stessa: ‘non siamo tutti uguali, quindi è inutile sprecare risorse per provare a diventarlo’. La retorica messa in atto dal ministro Gelmini e dal ministro Brunetta sulla meritocrazia sono un astuto tentativo di mimetizzare una nuova forma di classismo: se non meriti è inutile che ti lagni, che evochi disagi sociali e familiari, che ti aspetti che la comunità perda tempo e risorse per permetterti di rimetterti in carreggiata. Se non meriti, scendi dal treno della scuola e dell’università pubblica e guai a quei controllori che non si mostrano tassativi ed inflessibili, appesantendo il convoglio e con esso tutto il paese.

Non siamo stati abbastanza attenti di fronte a questa astuzia retorica, eppure bastava ricordarsi il titolo di uno dei capitoli di “Lettera ad una professoressa” di Don Lorenzo Milani: “la scuola dell’obbligo non può bocciare”: non può farlo quella scuola che opera nei quartieri popolari laddove sbattere la porta in faccia ad uno studente significa rispedirlo in case povere di ogni voglia di emancipazione sociale, non può rinunciare a cuor leggero ad insegnargli il piacere di saper leggere e scrivere, argomentare, difendere la propria dignità e l’onestà del proprio lavoro, non può rinunciare a far questo soprattutto in quei quartieri in cui domina la criminalità organizzata. Non può darsi pace la scuola pubblica immaginandosi come un ufficio protocollo cui ognuno si presenta con il proprio bagaglio di merito da far autenticare. Non così è stata pensata, non è stata scelta per questo da chi ha deciso di dedicargli la propria vita.

A fianco di questi provvedimenti umilianti, chi lavora nella scuola e la cittadinanza pugliese tutta ha conosciuto poi le politiche del governo regionale. Non mi dilungherò in merito ad esse, abbiamo la fortuna di avere con noi chi le ha messe in atto ed avrà modo di esporle e spiegarle. Mi limito a dire che hanno avuto il sapore di un’inversione di tendenza: dopo tanti anni c’era qualche istituzione che non solo stanziava fondi per la scuola pubblica, ma rivendicava ciò come un investimento di civiltà, come un dovere della pubblica amministrazione. Non è un caso che un gruppo di docenti a Corato, vistisi rispettati e re-investiti della missione cui hanno deciso di dedicare la propria vita, abbia voluto essere parte di questa campagna elettorale.

L’involuzione che ho raccontato, e che in Puglia ha finalmente trovato un’inversione di tendenza, ha ragioni profonde sulle quali tutto il centro-sinistra italiano dovrà riflettere molto se vorrà presentare un progetto credibile all’elettorato ed all’opinione pubblica. Con la crisi economica del 2008 un ciclo politico sembra essersi concluso, un ciclo politico in cui le forze progressiste si sono viste messe nell’angolo, private del loro vocabolario e costrette ad inseguire le politiche delle forze neo-conservatrici. Rimetterci in cammino oggi significa riconoscere gli errori fatti. L’ha fatto magistralmente Romano Prodi con un’editoriale su “Il messaggero” del 14 Agosto scorso in cui scriveva:

“La causa della sconfitta di questa grande stagione è da individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour era una fucina di novità, nella prassi di governo i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio.

Sul dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali le decisioni non si discostavano spesso da quelle precedenti. […]

Nel frattempo il cambiamento della società continuava secondo le linee precedenti: una crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo dello Stato e dell’uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più limitata degli interventi pubblici di carattere sociale.”

E poi: “per vincere i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti”. In Puglia ciò sta avvenendo già da tempo e le politiche scolastiche sono un tentativo di ricostruire, sotto le macerie di una società cinica e individualistica, un vincolo solidaristico.

Da sempre le decisioni che un governo prende in materia di pubblica istruzione parlano non solo della pubblica istruzione: ci danno la traccia della volontà di questo di investire sul futuro, di affrontare le disuguaglianze, di non rassegnarsi ad esse. Non è un caso che quando scendono in piazza gli studenti, i precari della scuola, manifestano un malessere sociale diffuso e nello stesso tempo suscitano speranze in settori dell’opinione pubblica distanti dal mondo della scuola e dell’università. Non è un caso se oggi le politiche scolastiche del governo regionale suscitano interesse anche in quei settori.

Da anni attraversiamo la notte, con l’angoscia di chi attende un’alba che ci restituisca speranze e dignità. Tante albe ci sono state annunciate per poi rivelarsi illusorie e ricacciarci ancora più soli nel buio. Da molti oggi la Puglia è descritta come un’alba possibile per il nostro paese, ed è nostro dovere coltivare questa possibilità. La notte sarà ancora lunga, non dobbiamo farci illusioni aspettando che l’alba arrivi da un momento all’altro, ma impegnare i nostri sforzi per orientarci nel buio e cominciare un nuovo cammino; e l’unica guida possibile sono le stelle, quel milione di stelle senza nome, comuni, che nessuno cura ma che possono renderci la notte meno scura ed il viaggio meno solitario.

Buon cammino a tutti!


domenica 23 novembre 2008

Nell' Onda oltre la cresta dell'onda

E' stato un mese importante l'ultimo. Dopo la grande delusione derivata dal fallimento del governo Prodi e le elezioni che ci hanno sbattuto in faccia come Berlusconi non sia più un incidente di percorso della nostra storia, ci è servita la scure del ministro Gelmini per ricostruire una partecipazione civile.
Molte cose si sono dette sull'Onda: paragoni, elogi, grandi aspettative. Per chi sta vivendo questa mobilitazione dall'interno però le cose significative sono altre. Personalmente uno degli aspetti che più mi ha motivato ed incoraggiato sono state le svariate storie ed esperienze che ho incontrato e conosciuto: colleghi studenti (tantissimi) e docenti di ogni grado (pochi). Ognuno mi ha insegnato qualcosa. In un'assemblea chiassosa è stato utile ad esempio ascoltare dalla bocca di un rappresentante dei Cobas un richiamo ad una riflessione politica seria sul momento che stavamo e che stiamo vivendo, scevra dall'urgenza organizzativa che ha eccitato il movimento in tanti momenti del suo percorso.
E' vero, nell'agire politico c'è bisogno di fermarsi e di riflettere sempre, anche quando il percorso che si sta compiendo sembra viaggiare su due binari lunghissimi e con una forte spinta motrice.
Non dobbiamo dimenticarci dove eravamo non più tardi di tre mesi fa: cittadini di un paese in cui non ci riconoscevamo, analfabeti di parole capaci di rimetterci in moto, disillusi circa la possibilità di creare un lessico che andasse un po' oltre il ristretto ambito del privato, dell'individuale. E laddove questo lessico c'era era tutto declinato al negativo: un anatema rivolto contro tutto e tutti che celava una lamentela auto-assolutiva.
Non dimentichiamoci quello che la nostra generazione faceva in questo contesto: era in larga parte a casa propria. Più volte nei mesi passati ho pensato che quando il vittimismo si impossessa delle energie fresche, quelle che nessun discorso qualunquista e cinico dovrebbe riuscire a zittire, l'orizzonte di quella generazione è davvero grigio. Siamo cresciuti arrabbiati e delusi nei confronti di una generazione nata incendiaria e morta pompiera senza tuttavia renderci conto che il nostro iper-criticismo privo di azione conseguente significava essere pompieri pronti a spegnere qualunque fuoco. Anche quello che ancora deve arrivare.
Poi c'è stata l'Onda anomala con i milioni di universitari in piazza, in assemblee, presenti ad ogni nuova convocazione. Nella nostra Bari in una settimana abbiamo indetto due manifestazione alle quasi hanno risposto quasi 10.000 persone in entrambe le occasioni, nonostante organizzate in pochissimo tempo e convocate con prospettive molto meno ampie. Forse neanche dopo la mattanza del G8 di Genova si è avuta così tanta partecipazione in tutta Italia.
E' stata davvero una sbornia collettiva. Qualcuno dei promotori ha pensato arrogantemente "finalmente hanno capito quello che noi diciamo da anni"; qualcuno della stampa ha detto che era un nuovo '68; qualcun'altro che il movimento ha riaperto una questione generazione.
Oggi il movimento è in calo, soprattutto di partecipazione ed in molti casi anche di entusiasmo. E' un effetto inevitabile: se le cifre continuavano ad essere quelle sarebbe davvero avvenuta una rivoluzione. D'altronde il prestar fiducia alle sirene dei media ed alla loro retorica rende facile la disillusione collettiva. Sparire dai media per molti può significare che tutto è finito, che abbiamo perso e che forse la prossima volta conviene pensarci due volte prima di cominciare.
La vera battaglia comincia oggi: oggi che occorre andare oltre il semplice atto di testimonianza, quello che non costa nulla fare, al massimo solo mezza giornata di studio o di cazzeggio. Comincia ora che è necessario far intrecciare e dialogare nella quotidianità le lezioni, lo studio e l'impegno. La nostra generazione non può essere cambiata così repentinamente in un mese: o avevamo sbagliato prima a leggerla timida, impaurita e quindi individualista, o sbagliavamo due settimane fa, davanti alle piazze stracolme ad inneggiare al risveglio delle coscienze, alla generazione che si alza e si mette in cammino. Io ritengo che l'analisi di due mesi fa era giusta e che tuttavia oggi abbiamo una opportunità che prima non avevamo.
In un dibattito sul '68 tenutosi in occasione del festival della filosofia di Roma Paolo Flores d'Arcais ha sostenuto che una delle principali responsabilità del movimento del '68 è stata l'incapacità di incanalare le proprie istanze nelle istituzioni, di averle lasciate nella fluidità del movimento (fidandosi della sua forza anche numerica). Oggi dobbiamo essere capaci di fare proprio questo. Di trasformare le nostre ragioni in proposte, di trasformare noi stessi da carne da macello incazzata a soggetti politici.
In questo mese ci siamo mossi sull'onda dell'indignazione, sulla parte più emotiva. Ora è dovere di chi in quello che diceva in assemblea e gridava in piazza crede davvero e vuole dargli una continuità, continuare a lavorare e ad elaborare. I tentativi di elaborazione e di discussioni privi di un interlocutore polemico o di una controparte esterna sono una gran responsabilità, per questo la maggior parte dei movimenti si inceppano proprio qui: i rischi di frammentazione e spaccature sono dietro l'angolo, qualcuno inevitabilmente resterà scontento. Non c'è però scelta se non vogliamo essere ricordato come il movimento più breve della storia d'Italia.
Dal tema dell'Università e della ricerca la nostra riflessione può espandersi a tutti i temi che ci riguardano, riscoprendo anche il modo nel quale ci riguardano e ci toccano. Nei primi giorni di mobilitazione è stato bello vedere come si affermava sempre di più l'idea che le motivazioni per le quali facevamo volantinaggio, fermavamo la gente per intervistarla, affiggevamo manifesti, non erano goliardate o motivi per perdere tempo ma tematiche che ci toccavano da vicino. Perché ora non dovremmo provare a fare lo stesso parlando anche della crisi e del lavoro (il nostro di domani e quello degli altri nell'oggi)? Perché non estendere il discorso alla grande emergenza democratica che vive in nostro paese? Abbiamo davvero la possibilità di risollevare una questione generazionale (impegno che richiede qualcosa di un più di un mese) ricreando un lessico e delle esperienze comuni. Alcune forse ci sono già, ma non parlandoci e non confrontandoci non ne siamo consapevoli.
Un motivo per non farlo ci sarebbe: senza il referente polemico e senza l'urgenza di un decreto legge in via di approvazione è praticamente impossibile pensare di portare in piazza nello stesso tempo le stesse persone con la stessa consapevolezza. La politica però non è fatta di vette continue, in larga parte è fatta da una semina che non si sa se porterà al raccolto ed a che raccolto porterà. Se non si continua a seminare però, non lo si scoprirà mai.