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giovedì 8 marzo 2012

L'emancipazione strozzata tra centro e periferia


Le recenti elezioni in Russia ed in Iran pur avvenendo in contesti geopolitici profondamente diversi hanno manifestato un dato comune: la differenza del voto tra centro e periferia.

In Iran le forze riformiste erano state tagliate fuori dalla competizione elettorale, i loro leader sono in carcere ed a sfidarsi erano i conservatori tradizionalisti guidati da Ali Khamenei ed i fondamentalisti fedeli al presidente Ahmadinejad. La sfida era quindi tutta incentrata sull'affluenza al voto: una scarsa affluenza avrebbe indicato la sfiducia dell'opinione pubblica nei confronti dei due contendenti ed una vicinanza ai riformisti esclusi. Si è recato alle urne il 64,2% degli aventi diritto, un risultato ben al di là delle previsioni che ha legittimato la competizione elettorale sancendo la marginalizzazione dei riformisti. Il risultato è stato omogeneo in tutto il territorio nazionale eccezion fatta per Teheran (dove l'affluenza si è fermata al 48%) ed ai territori circostanti (dove è arrivata al 52%).

In Russia alle elezioni partecipavano quasi tutte le forze politiche nazionali (esclusa solo una lista), ma la consultazione aveva il sapore del plebiscito a favore di Vladimir Putin. Per vincere al primo turno era sufficiente il 50% dei voti ma Putin è arrivato al 64,3%. Discorso a parte meriterebbero le accuse di brogli elettorali e le manifestazioni di protesta che le liste sconfitte hanno fatto partire subito dopo l'ufficializzazione dei risultati (arrivando con il leader comunista Zuganov a non riconoscere il risultato). Qui vogliamo però soffermarci sul fatto che a Mosca Putin ha ottenuto il 47,2% dei voti, non raggiungendo così l'agognato 50%.

Questo fenomeno l'avevamo fino a qualche tempo fa conosciuto soprattutto in Occidente. Alle elezioni americane che assegnarono il secondo mandato a G. W. Bush fu decisiva la “pancia dell'America”, quella degli stati dell'entroterra, che votò compattamente per i repubblicani. Questo fenomeno lo conosciamo anche in Italia: nella prima repubblica il Sud Italia, soprattutto in provincia, votò dapprima a favore della monarchia nel referendum del '48, poi continuò a regalare lusinghieri risultati all'Msi e a assegnare ampie maggioranze alla Dc. Nella seconda repubblica tale fenomeno si è addirittura ampliato: i sindaci delle grandi città hanno in più fasi incarnato grandi momenti di (quantomeno creduta) emancipazione collettiva, segnando inversioni di tendenza e suscitando speranze in tutta la nazione. A metà degli anni '90 questo fenomeno divenne così significativo da far parlare di “partito dei sindaci”. Il fenomeno della Lega nord è anche spiegabile con questa chiave di lettura: il grosso del suo bacino elettorale è in provincia. Non è un caso che nel recente 2010 alle elezioni regionali venete stravinse Luca Zaia (con più del 60% dei voti) mentre alle comunali a Venezia vinse al primo turno il candidato di centro-sinistra Orsoni.

David Harvey nell'analizzare i successi elettorali delle destre tra i ceti popolari in Occidente ha messo in evidenza il fatto che queste sostenevano politiche neoliberiste che accrescevano la povertà e ridimensionavano lo stato sociale. Avveniva quindi che la parte di società maggiormente colpita da queste politiche sosteneva la vittoria delle coalizioni che le praticavano, votando cioè contro i propri interessi materiali. Harvey spiega questa apparente contraddizione con la circostanza che queste destre hanno saputo miscelare a questa politica economica il tradizionalismo religioso e politiche securitarie volte ad esorcizzare le paure figlie della globalizzazione (immigrazione, esclusione sociale ed aumento della criminalità etc.).

Nel corso dell'ultimo anno abbiamo assistito all'estendersi di questo fenomeno anche alla Tunisia ed all'Egitto. Fino a prima della primavera araba eravamo abituati a pensare a quelle società come a dei monoliti arretrati e cementificati dall'integralismo islamico. I movimenti che hanno portato alla cacciata di Ben Alì e Mubarak ci hanno mostrato delle società giovani e inquiete. Tali movimenti hanno avuto però una forte connotazione urbana, sviluppandosi nei grandi centri se non addirittura, come nel caso egiziano, arrivando a prendere il nome da una piazza centrale della capitale. Alle elezioni che si sono svolte successivamente però hanno prevalso le liste islamiche (Ennada in Tunisia ed i Fratelli musulmani in Egitto), le uniche presenti capillarmente in tutto il paese.

Il discorso di Harvey può in parte essere esteso a Tunisia, Egitto, Iran e Russia? Ritengo di si, se si aggiungono alcuni elementi al mix che permette alle forze integraliste e/o conservatrici di vincere: prima di tutto nuove ondate di nazionalismo e il legittimo risentimento nei confronti dell'Occidente prima colonialista poi alleato dei dittatori.

Visto questo contesto chi ha a cuore l'emancipazione dei popoli e la lotta alle disuguaglianze può guardare con soddisfazione al fatto che queste istanze prevalgono nei grandi centri, laddove c'è una ricca vita culturale, un tessuto associativo vivace, un mercato del lavoro recettivo? Ritengo di no. Nelle periferie vi sono i candidati naturali a diventare (laddove non lo siano già diventati) le vittime della globalizzazione e delle politiche neoliberiste. Qualunque movimento di emancipazione collettiva deve porsi il problema di coinvolgerli, abbandonando ogni moralismo pronto a condannare il loro consegnarsi a sentimenti razzisti e a ondate integraliste, ogni snobismo pronto a celebrare l'avanguardia dei movimenti metropolitani che proclamano la propria autosufficenza per poi scontrarsi con l'incapacità di radicarsi laddove le contraddizioni che denunciano provocano più sofferenza.


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mercoledì 8 giugno 2011

PRECARIO SARÀ LEI! - Noi giovani europei e i nostri fratelli sulla sponda sud del Mediterraneo

Proclamo preliminarmente tutta la mia difficoltà a scrivere degli indignados spagnoli e di qualunque movimento spontaneo che unisca le giovani generazioni occidentali. La situazione dei nati dagli anni '80 in poi è drammatica (me ne occupo in questa rubrica tutte le settimane) e qualunque tentativo essa faccia di riappropriarsi del proprio destino e della propria felicità collettivamente non può che entusiasmarci tutti.

Il vuoto politico dell'ultimo trentennio ed il progressivo peggioramento delle prospettive di vita e di benessere può però spingere ad un'esaltazione incondizionata di tutto ciò che proviene dai giovani (con quante g, prototipo dei luoghi comuni sui giovani, decidetelo voi). È emblematico che sentimenti di simpatia nei confronti degli indignados spagnoli (come in precedenza in Italia nei confronti degli studenti dell'Onda o di quelli mobilitatisi nell'ultimo autunno) provengano da giornali e settori dell'opinione pubblica tutt'altro che contrari negli anni passati alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro ed a tutte le politiche che hanno costruito l'attuale situazione.

Il mio disagio nasce da un ulteriore sospetto: non è che forse tale entusiastico sostegno e spazio che viene dato ai giovani in rivolta sia deleterio proprio per le ragioni di quelle rivolte contribuendo a fenomeni di normalizzazione? L'esaltazione di una generazione in rivolta non rischia di fornire un'immagine troppo consolatoria per le vecchie generazioni che hanno costruito questo mondo ed auto-assolutoria per quelle giovani che possono tornare a casa soddisfatte di essere oggetto d'attenzione del mainstream con un volto pulito?

Pertanto in questo articolo non voglio unirmi al coro di entusiastici sostenitori degli indigados ma voglio provare a porre qualche questione in merito alla loro mobilitazione.

La loro esperienza è estremamente interessante, soprattutto perché segue di pochi mesi quelle avvenute in Tunisia in Egitto (sulla Libia è d'obbligo sospendere il giudizio), culminate con la fuga dei dittatori e l'apertura di una delicata quanto interessante fase di transizione. Il fascino di ciò che è avvenuto in Maghreb dipende anche dall'aver rovesciato l'immagine di un Occidente alfiere dell'unica modernità possibile e del resto del mondo all'affannosa rincorsa dei modelli da esso propugnati o proiettato verso ondate regressive quali il fondamentalismo e l'integralismo islamico. La Rivoluzione dei gelsomini è un fenomeno tutto maghrebino al quale parte dell'Occidente ha guardato come a un'esperienza capace di salvarlo. Da qui all'idea che sia possibile esportare quell'esperienza senza problemi però ce ne passa parecchio.

Ciò non significa che non sia possibile: entrambe le società (quella europea e quella nord-africana) sono unite dall'aver costruito nei decenni passati, per motivi diversi, sistemi sociali che non ha preso in considerazione la questione delle future generazioni ed oggi si trovano a dover fare i conti con il loro senso di esclusione e la loro indignazione. Su quest'affinità c'è da lavorarci cercando di costruire una coscienza mediterranea del problema e delle possibili alternative, senza però dimenticare in tale costruzione le divergenze tra la nostra e la loro condizione. Tale omissione, fatta in nome di un equivoco umanesimo egualitaristico, rischia di compromettere la possibilità di tradurre l'esperienza maghrebina in Europa. E come sanno bene i traduttori, il loro è un lavoro faticoso, tutt'altro che una semplice trasposizione.

Propongo qui tre differenze tra la sponda sud e la sponda nord del Mediterraneo, nella speranza che tenendole presenti sia più facile continuare a guardare alla Rivoluzione dei gelsomini con una maggiore consapevolezza, agevolando e non pregiudicando la possibilità di averla come faro.

Boom economico. Nella storia recente delle società europee c'è il periodo post-bellico ed una produzione di ricchezza e di benessere protrattasi fino alla metà degli anni '70. Le differenze e le ingiustizie sociali sono rimaste (e tante!), ma più di una generazione è riuscita attraverso l'istruzione ed il lavoro ad emanciparsi, comprarsi una casa, permettere ai figli di studiare, comprarsi oltre ai beni di prima necessità una televisione, una macchina etc. Sulla ricchezza prodotta in quel periodo si regge ancora in gran parte l'equilibrio sociale attuale: le giovani generazioni oggi entrano tardi nel mondo del lavoro, guadagno poco con contratti che scadono presto; se non muoiono di fame o vanno a dormire sotto i ponti è solo in virtù delle, sempre più esigue, disponibilità economiche dei genitori accumulate a partire dagli anni del boom. Della situazione sulla sponda sud del Mediterraneo l'esperienza di Mohamed Bouazizi è emblematica: dopo la scuola Mohamed non continua gli studi perché non ha una famiglia capace di sostenerne le spese ed inizia a lavorare. È il capofamiglia (il padre è morto) e dal suo lavoro dipende la sopravvivenza di sette persone. Come lui ce ne sono tantissimi in Tunisia; la situazione oltre che umiliante e senza prospettive di lungo periodo (come in Europa) è anche disperata: se non si lavora non si rischia solo di non costruirsi un futuro, di rimandare (forse all'infinito) la propria indipendenza restando sotto l'ombrello protettivo della famiglia; se non si lavora si rischia tutto, per sé e per i propri cari. Da qui è facile capire la radicalità della rivolta sociale trasformatasi in breve tempo in rivoluzione politica; è facile capire come era impossibile per le autorità lasciarla sfumare aspettando che i giovani tornassero alle loro case ed alle loro cose, ai loro sogni di realizzazione individuale finanziata a tempo indeterminato dalla famiglia.

Democrazia. Porre come discrimine tra l'Occidente ed il resto del mondo la democrazia caricando ciò con un giudizio di valore (del tipo 'noi, in quanto democratici, siamo migliori') è approssimativo oltreché criminale. È invece utile non omettere questo dato in senso analitico, quantomeno per capire quali siano stati il coinvolgimento e le responsabilità delle opinioni pubbliche nella storia politica dei singoli stati e come devono strutturarsi in essi le prospettive emancipative. Le opinioni pubbliche sono sempre responsabili, in democrazia o sotto dittatura, per il voto che esprimono o per il silenzio e la docilità che esercitano. Paradossalmente in presenza di un regime democratico di lunga durata è più difficile voltare radicalmente pagina, chiudere i conti con una fase, anche quando essa sia stata palesemente dannosa. La legittimazione popolare, il consenso attivo dell'opinione pubblica è una perenne assoluzione collettiva. L'epopea neo-liberista, la flessibilità sul mercato del lavoro, il degrado a cui sono stati abbandonati i beni pubblici (quando non sono stati direttamente svenduti), il rifiuto di governare la globalizzazione in nome della razionalità e della giustizia del mercato, in breve, i fenomeni che hanno impoverito l'Occidente gettando tutto il fardello sulle giovani generazioni non sono state realizzate malgrado l'opinione pubblica, ma grazie al sostegno ed all'entusiasmo di quest'ultima. Oggi la transizione democratica in Maghreb (soprattutto in Tunisia) parte da un'equazione che noi non possiamo permetterci: quella tra la dittatura e l'iniquità sociale da un lato e la democrazia e l'uguaglianza dall'altra.

Lavoro e globalizzazione. È il punto a mio parere più delicato: noi siamo in quella parte di mondo ricattata dalla globalizzazione, loro in quella sedotta. Una delle principali novità della globalizzazione è stata la possibilità per le aziende di delocalizzare la produzione negli stati che gli offrivano le condizioni migliori del fisco e non solo (basti pensare alle normative sulla sicurezza sul lavoro). Hanno così tenuto sotto ricatto gli stati dove si erano insediati nel passato, che oggi gli offrono invece condizioni svantaggiose (come ci hanno ribadito le recenti vicende di Pomigliano e Mirafiori). Nei paesi un tempo detti in via di sviluppo che hanno conosciuto una transizione o una maturazione democratica in contemporanea con l'inizio della globalizzazione si sono avviati processi di emancipazione collettiva e di redistribuzione della ricchezza molto interessanti. Ad esempio ciò è successo in Brasile. In quei casi le grandi aziende occidentali hanno deciso di aprire degli stabilimenti produttivi consapevoli che il livello delle tutele, dei salari e della fiscalità era talmente più basso rispetto agli standard occidentali che erano persino possibile concedere delle migliorie, rivoluzionarie per le popolazioni locali ma poco onerose per le corporation se confrontate al loro costo nei paesi industrializzati. Dietro quella spinta emancipativa vi sono quindi anche questioni materiali che non vanno ignorate. Da sole tali condizioni materiali non bastano, non a caso altrove hanno prodotto ulteriore accentramento del potere e concentrazione della ricchezza, ma quando incontrano delle forze operaie e progressiste organizzate sono capaci di far partire delle esaltanti esperienze politiche come quella di Lula in Brasile. In Tunisia ed in Egitto il fenomeno dell'apertura agli investimenti stranieri era cominciato timidamente, frenato soprattutto dall'incognita dell'integralismo islamismo. Non aveva però dato vita a fenomeni redistributivi, contribuendo infatti a creare grandi concentrazioni della ricchezza (basti provare a confrontare la situazione di due cittadini tunisini: Mohammed Bouazizi e Tarek Ben Ammar, miliardario socio in affari di Berlusconi). La rivolta delle giovani generazioni in quei paesi sembra anche dire: vogliamo essere parte di queste novità ed opportunità che la globalizzazione offre e di cui voi, elitès corrotte ed autoritarie, ci espropriate. Qualcosa che noi non possiamo dire perché siamo in quella parte di mondo cui la globalizzazione ha messo in discussione gli standard di benessere prodotti in precedenza.

Prima di chiudere mi preme sottolineare come queste tre questioni sono ben lungi dall'essere dei motivi per i quali noi giovani europei non dovremmo indignarci. Anzi, proprio perché ci stiamo impoverendo, le nostre democrazie sono ostaggio dei poteri economici e mediatici ed il nostro confronto con la globalizzazione ha oscillato tra un balbettio e la regressione verso fenomeni neo-tribali dovremmo ribellarci ancor di più.

Dobbiamo farlo senza ignorare le differenze, con la consapevolezza della nostra condizione e lo sguardo sempre rivolto ai nostri fratelli dall'altra parte del Mediterraneo che hanno sicuramente qualcosa da insegnarci.


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da LINKREDULO di MERCOLEDÌ 25 MAGGIO 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/2101-noi-giovani-europei-ed-i-nostri-fratelli-sulla-sponda-sud-del-mediterraneo.html