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giovedì 8 marzo 2012

L'emancipazione strozzata tra centro e periferia


Le recenti elezioni in Russia ed in Iran pur avvenendo in contesti geopolitici profondamente diversi hanno manifestato un dato comune: la differenza del voto tra centro e periferia.

In Iran le forze riformiste erano state tagliate fuori dalla competizione elettorale, i loro leader sono in carcere ed a sfidarsi erano i conservatori tradizionalisti guidati da Ali Khamenei ed i fondamentalisti fedeli al presidente Ahmadinejad. La sfida era quindi tutta incentrata sull'affluenza al voto: una scarsa affluenza avrebbe indicato la sfiducia dell'opinione pubblica nei confronti dei due contendenti ed una vicinanza ai riformisti esclusi. Si è recato alle urne il 64,2% degli aventi diritto, un risultato ben al di là delle previsioni che ha legittimato la competizione elettorale sancendo la marginalizzazione dei riformisti. Il risultato è stato omogeneo in tutto il territorio nazionale eccezion fatta per Teheran (dove l'affluenza si è fermata al 48%) ed ai territori circostanti (dove è arrivata al 52%).

In Russia alle elezioni partecipavano quasi tutte le forze politiche nazionali (esclusa solo una lista), ma la consultazione aveva il sapore del plebiscito a favore di Vladimir Putin. Per vincere al primo turno era sufficiente il 50% dei voti ma Putin è arrivato al 64,3%. Discorso a parte meriterebbero le accuse di brogli elettorali e le manifestazioni di protesta che le liste sconfitte hanno fatto partire subito dopo l'ufficializzazione dei risultati (arrivando con il leader comunista Zuganov a non riconoscere il risultato). Qui vogliamo però soffermarci sul fatto che a Mosca Putin ha ottenuto il 47,2% dei voti, non raggiungendo così l'agognato 50%.

Questo fenomeno l'avevamo fino a qualche tempo fa conosciuto soprattutto in Occidente. Alle elezioni americane che assegnarono il secondo mandato a G. W. Bush fu decisiva la “pancia dell'America”, quella degli stati dell'entroterra, che votò compattamente per i repubblicani. Questo fenomeno lo conosciamo anche in Italia: nella prima repubblica il Sud Italia, soprattutto in provincia, votò dapprima a favore della monarchia nel referendum del '48, poi continuò a regalare lusinghieri risultati all'Msi e a assegnare ampie maggioranze alla Dc. Nella seconda repubblica tale fenomeno si è addirittura ampliato: i sindaci delle grandi città hanno in più fasi incarnato grandi momenti di (quantomeno creduta) emancipazione collettiva, segnando inversioni di tendenza e suscitando speranze in tutta la nazione. A metà degli anni '90 questo fenomeno divenne così significativo da far parlare di “partito dei sindaci”. Il fenomeno della Lega nord è anche spiegabile con questa chiave di lettura: il grosso del suo bacino elettorale è in provincia. Non è un caso che nel recente 2010 alle elezioni regionali venete stravinse Luca Zaia (con più del 60% dei voti) mentre alle comunali a Venezia vinse al primo turno il candidato di centro-sinistra Orsoni.

David Harvey nell'analizzare i successi elettorali delle destre tra i ceti popolari in Occidente ha messo in evidenza il fatto che queste sostenevano politiche neoliberiste che accrescevano la povertà e ridimensionavano lo stato sociale. Avveniva quindi che la parte di società maggiormente colpita da queste politiche sosteneva la vittoria delle coalizioni che le praticavano, votando cioè contro i propri interessi materiali. Harvey spiega questa apparente contraddizione con la circostanza che queste destre hanno saputo miscelare a questa politica economica il tradizionalismo religioso e politiche securitarie volte ad esorcizzare le paure figlie della globalizzazione (immigrazione, esclusione sociale ed aumento della criminalità etc.).

Nel corso dell'ultimo anno abbiamo assistito all'estendersi di questo fenomeno anche alla Tunisia ed all'Egitto. Fino a prima della primavera araba eravamo abituati a pensare a quelle società come a dei monoliti arretrati e cementificati dall'integralismo islamico. I movimenti che hanno portato alla cacciata di Ben Alì e Mubarak ci hanno mostrato delle società giovani e inquiete. Tali movimenti hanno avuto però una forte connotazione urbana, sviluppandosi nei grandi centri se non addirittura, come nel caso egiziano, arrivando a prendere il nome da una piazza centrale della capitale. Alle elezioni che si sono svolte successivamente però hanno prevalso le liste islamiche (Ennada in Tunisia ed i Fratelli musulmani in Egitto), le uniche presenti capillarmente in tutto il paese.

Il discorso di Harvey può in parte essere esteso a Tunisia, Egitto, Iran e Russia? Ritengo di si, se si aggiungono alcuni elementi al mix che permette alle forze integraliste e/o conservatrici di vincere: prima di tutto nuove ondate di nazionalismo e il legittimo risentimento nei confronti dell'Occidente prima colonialista poi alleato dei dittatori.

Visto questo contesto chi ha a cuore l'emancipazione dei popoli e la lotta alle disuguaglianze può guardare con soddisfazione al fatto che queste istanze prevalgono nei grandi centri, laddove c'è una ricca vita culturale, un tessuto associativo vivace, un mercato del lavoro recettivo? Ritengo di no. Nelle periferie vi sono i candidati naturali a diventare (laddove non lo siano già diventati) le vittime della globalizzazione e delle politiche neoliberiste. Qualunque movimento di emancipazione collettiva deve porsi il problema di coinvolgerli, abbandonando ogni moralismo pronto a condannare il loro consegnarsi a sentimenti razzisti e a ondate integraliste, ogni snobismo pronto a celebrare l'avanguardia dei movimenti metropolitani che proclamano la propria autosufficenza per poi scontrarsi con l'incapacità di radicarsi laddove le contraddizioni che denunciano provocano più sofferenza.


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sabato 25 febbraio 2012

L'empasse di Formigoni


È stato l'unico leader all'interno del centro-destra capace di crescere all'ombra di Berlusconi coltivandosi un profilo autonomo senza entrare in contrasto col capo. L'essere governatore della Lombardia per tanto tempo l'ha aiutato: al governo in periferia, ma nella periferia più ricca d'Italia, con la possibilità di mantenersi lontano dalla conflittualità della politica nazionale ma allo stesso tempo potendo dare prova di capacità di governo in un'ente importantissimo. L'organicità a Comunione e Liberazione ha fatto il resto: gli ha garantito un radicamento in un'ampia fetta dell'opinione pubblica vicina al centro-destra proteggendolo da faide interne.

Non è un caso che sia stato l'unico, qualche mese fa, a lanciare la sua candidatura a successore di Berlusconi in concorrenza ad Alfano, sostenuto proprio dal Cavaliere e dallo stato maggiore del Pdl. Il suo essere uomo del Nord gli permetteva di farsi portatore della continuità d'alleanza con la Lega che infatti aveva detto di volerlo sostenere in caso di primarie contro Alfano. L'attivismo telematico del governatore lombardo fugava gli ultimi dubbi e impensieriva non poco i suoi oppositori interni: l'ipotesi di una sfida contro un candidato sostenuto dalla Lega e da Cl, radicato in Lombardia e in tutto il Nord appariva cosa ardua.

Questa la situazione fino a qualche mese. Formigoni sembrava uscire indenne anche dalla sconfitta di Pisapia, dai personaggi folkloristici della sua maggioranza al Pirellone (vedi Nicole Minetti ed il Trota) e da qualche scandalo in Regione che coinvolgeva consiglieri della sua maggioranza ed ex-assessori.

Negli ultimi mesi però è cambiato il vento: via il governo Berlusconi, via la certezza dell'allenza Pdl-Lega. Formigoni sembra in una situazione di empasse simile a quella di Vendola: vuole essere leader di una coalizione che al momento non c'è. Potrebbe essere la carta giocata dal Pdl per rispondere alla Lega qualora quest'ultima decidesse di rompere definitivamente l'alleanza. In tal caso da essere anello di congiunzione col partito di Bossi, Formigoni dovrebbe sfidarlo sul suo stesso terreno, diventare più aggressivo (al pari di come fece Franceschini con l'ei fu “Sinistra Arcobaleno” nel 2008). Ma per ora non può vestire questi nuovi panni, sperando che la frattura si ricostruisca. Deve quindi assistere all'attivismo della Lega al Nord e nella sua Lombardia senza poter rispondere. Nel frattempo il tempo passa ed il “caso Ponzoni” (suo ex-assessore arrestato per appropriazione indebita, corruzione, concussione, peculato, bancarotta fraudolenta, violazione della legge per il finanziamento ai partiti e rivelazione del segreto d'ufficio) contribuisce ad incrinare l'immagine di amministratore virtuoso che Formigoni si era costruito col tempo.


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da LINKREDULO del 19/1/12 - http://linkredulo.it/giornale/politica/2467-lempasse-di-formigoni-.html

Angelino Alfano e i giovani d'oggi


La nomina di Alfano a segretario del Pdl è stata senz'ombra di dubbio la novità politica più rilevante nel centro-destra dopo la batosta elettorale alle amministrative della scorsa primavera. Dopo 17 anni Berlusconi sembrava fare per la prima volta un passo indietro, reagendo all'impopolarità certificata prima dalle amministrative e poi dai referendum con una cessione di sovranità ad un politico molto più giovane di lui ma dalla comprovata fiducia (dove lo trovi uno che ci mette la faccia su un qualcosa di impresentabile come il lodo Alfano?).

Lui, il giovane segretario, si è saputo fin'ora giocare al meglio quest'occasione: non ha mai sconfessato la leadeship berlusconiana, ha potuto presentarsi come l'unico capace di fare da sintesi tra le diverse correnti del Pdl proprio in virtù della sua estraneità alle beghe interne garantita dalla vicinanza al capo. I vari capi-bastone hanno accettato di buon grado la nomina di Alfano proprio perché, assieme a ridimensionare le proprie velleità, faceva la stessa cosa con quelle altrui garantendo un periodo di tregua armata.

La cosa più sorprendente però Alfano è riuscito a farla con l'opinione pubblica: puntando tutto sulla memoria a breve termine degli italiani, si è presentato come la novità, giocando molto nell'apparire ggiovane (rigorosamente con due g), capace di interagire con i social network, di parlare un linguaggio pratico. E fin'ora ci è riuscito: ha rimesso in pista il Pdl minando la certezza di quanti, me compreso, credevano che nel post-berlusconismo il Pdl sarebbe imploso. Il governo tecnico ed il fallimento del governo Berlusconi sono stati per lui una benedizione, la grande occasione per lasciare che il passato si allontani da sé senza il bisogno che nessuno ne prenda le distanze. Non lo ammetterà mai pubblicamente, ma sa meglio di chiunque altro che è così.

La partita però è ancora tutta da giocare: Formigoni ha già annunciato di volersi candidare alle primarie del Pdl per succedere a Berlusconi e la Lega, prima della nascita del governo tecnico che la sta allontanando dal Pdl, aveva dichiarato di volerlo sostenere. Alfano avrebbe il sostegno dei berlusconiani di ferro e di gran parte della componente ex-an, sarebbe cioè la candidatura ufficiale, sostenuta dallo stato maggiore del partito. In quest'ottica si collocano le ipotesi di tandem con Alemanno o con Giorgia Meloni (caldeggiata dalla componente giovanile). Un ticket targato Agrigento-Roma potrebbe però rivelarsi un grosso handicap, soprattutto se l'altro candidato è un uomo radicato nel Nord come Formigoni e potrebbe ottenere il sostegno della Lega. La soluzione potrebbe venire proprio da un tentativo (magari sostenuto da Berlusconi) di un tandem con un nome proposto proprio dalla Lega, che non potrebbe che essere Maroni.

Il governo tecnico inoltre ha offerto ad Alfano l'occasione di riallacciare i rapporti con l'Udc, forza culturalmente affine al centro-destra ma indisponibile ad allearvisi fino a quando questo sarebbe stato guidato da Berlusconi.

Come si evolverà la vicenda politica di Alfano e del Pdl è difficile da prevedere: fino ad ora, dal post-referendum tutto sembra essere andato per il verso giusto ma è difficile pensare che Alfano riuscirà a mantenere unito il partito e salda la sua leadership anche dopo una eventuale sconfitta elettorale, cosa invece riuscita a Berlusconi ben due volte nel 1996 e nel 2006. Una cosa è però certa: quella che per il centro-sinistra sembrava una passeggiata è stata complicata da una serie di circostanze e dall'attivismo che Alfano ha sfoderato.


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da LINKREDULO del 4/1/12 - http://linkredulo.it/giornale/politica/2450-angelino-alfano-e-i-giovani-doggi.html

La Lega al Purgatorio dell'opposizione


I programmi della Lega erano altri e fino ad un anno fa tutto sembrava andare bene: continuare a crescere elettoralmente, conquistare posti chiavi nelle amministrazioni locali, ostentare un cinico distacco dal Pdl e dagli scandali legati a Berlusconi sostenendo la linea che si stava insieme perché c'era bisogno dei voti per il federalismo.

Un epilogo del berlusconismo era prevedibile già un anno fa ed oltre (non fosse altro per questioni anagrafiche), ma la Lega non se ne preoccupava, anzi: in assenza di partiti nazionali capaci guidare una transizione (apparendo fino all'anno scorso il Pd sempre più in ritirata al Nord) e con il vento dell'anti-politica che spirava forte, la speranza era quella di capitalizzare le esperienze di governo nelle amministrazioni del Nord ed i pochi risultati del governo centrale targati Lega per alzare il livello delle rivendicazioni, magari rispolverando il vessillo secessionista. Era un piano che sembrava filare liscio ed invece...

I festeggiamenti per i 150 anni non hanno giovato: soprattutto nel Piemonte di fresca conquista con l'elezione di Cota le celebrazioni hanno risvegliato un sentimento patriottico in tutta l'opinione pubblica, marginalizzando gli esponenti leghisti che se ne sono allontanati o lo hanno irriso. L'alluvione in Veneto e la cattiva gestione che il governo centrale ne ha fatto hanno creato malumore anche nel tanto declamato Nord-Est. La perdurante situazione di stallo del governo centrale, incapace di affrontare la crisi, ha reso sempre più difficile presentare l'alleanza con Berlusconi come l'amaro calice, necessario per incassare dei risultati che non arrivavano, facendo montare nella base e nell'elettorato una legittima domanda: ma ne vale la pena? Questa domanda, come un pericoloso tarlo, ha scalato i vertici del partito, arrivando per la prima volta nella sua storia ad una evidente spaccatura. La sconfitta a Milano e la posizione presa in occasione dei referendum (sintomo di come i vertici avevano perso il polso dell'opinione pubblica) sono stati la dimostrazione evidente che qualcosa si era rotto.

La lunga estate, con manovre su manovre, situazioni di empasse create anche dalle prese di posizioni di Bossi, ha logorato ulteriormente il partito che è apparso ormai parte delle pastoie romane incapaci di decidere e lontane dalle preoccupazioni della gente.

Fatte queste premesse non è difficile capire perché il governo Monti ed il passaggio all'opposizione sia stato vissuto quasi con gioia dalla Lega. La crisi del berlusconismo che si credeva catastrofica si è verificata ma è stata congelata dal governo tecnico. L'innalzamento del livello del conflitto, la riscoperta della battaglia secessionista (vedi la convocazione del parlamento del nord) appaiono in questa fase poco credibili, anche perché la politica tutta è stata commissariata e non è ad essa che l'opinione pubblica guarda sperando che risolva i problemi. Le misure di austerithy però possono cambiare velocemente lo scenario: dal successo o insuccesso del governo Monti, dalla sua popolarità dipende anche il destino della Lega.


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da LINKREDULO del 25/11/11 - http://linkredulo.it/giornale/politica/2397-alfredo-ferrara.html

sabato 15 ottobre 2011

Il caos regna sovrano


In questi giorni di bufera economico-finanziaria e di incertezza politica chi ci capisce qualcosa è bravo. Che un ciclo politico sia giunto al termine è evidente a tutti (di centro, di destra e di sinistra), il giudizio su di esso spetterà agli storici, soprattutto in merito alla capacità che Berlusconi ha avuto nel 1994 di cogliere lo spirito dei tempi con un coup de teatre troppo frettolosamente degradato dagli avversari ad 'anomalia'. Da allora la scena politica è stata monopolizzata da Berlusconi: basti pensare al fatto che, Lega a parte, ad oggi non esiste in Parlamento più nessun partito presente nel 1994 ed in ogni metamorfosi e gemmazione che hanno portato all'attuale quadro parlamentare vi è in un modo o nell'altro il suo influsso.

All'interno del suo partito poi Berlusconi è stato capace di tenere insieme quanto di più diverso possibile (ex-PSI, ex-DC, ex-MSI) facendo contemporaneamente crescere una classe dirigente a sua immagine e somiglianza pescata, senza gavetta politica, dal mondo dell'imprenditoria, dello spettacolo, delle professioni. Il percorso politico di Forza Italia prima e del Pdl poi è stato un tutt'uno con quello del suo leader, benché crescessero al loro interno esperienze (come quella di Formigoni) che ambivano ad un'autonomia e che puntavano tatticamente al ricambio generazionale.

La crisi economico finanziaria del 2008 ha cambiato radicalmente il contesto sociale, costringendo il berlusconismo a confrontarsi con una realtà che era esattamente l'opposto di quella che aveva permesso la sua nascita. I problemi in termini di consenso non sono cominciati subito (frutto soprattutto dell'impopolare memoria del governo Prodi) ma lentamente hanno fatto capolino.

Il dilemma di fronte al quale ci troviamo oggi era abbastanza prevedibile: ci sarà qualcuno capace di assumere la totalità dell'eredità politica di Berlusconi? Quello che non ci poteva attendere è che bisognasse rispondere urgentemente a questo quesito, sotto la pressione dei mercati finanziari e dell'Europa. La successione senza parricidio è la cosa più difficile che possa esserci: ultimamente è riuscita solo a Lula (sull'onda di un consenso personale schiacciante) ed a Putin (in barba alle regole democratiche). Fare previsioni, o prestar fiducia a chi ne fa, è davvero inutile.


da LINKREDULO di MERCOLEDì 12 OTTOBRE 2011 - http://www.linkredulo.it/politica/2293-il-caos-regna-sovrano.html


lunedì 28 marzo 2011

Il pacifismo interessato di una destra cialtrona

La guerra in Libia è certamente un fatto estremamente complesso, da tempo avrei voluto scriverci qualcosa senza riuscirci. Stranamente a destra invece c'è una certa libertà e facilità d'esterazione a riguardo: hanno cominciato a mostrare insofferenza nei confronti della guerra Giuliano Ferrara e Vittorio Sgarbi, gli si sono accodati Libero, la Lega e fronde del Pdl. Mostrano non l'indignazione dovta all'ingiustizia dei bombardamenti su un suolo straniero, ma il fastidio di chi dormiva sogni tranquilli ed è stato disturbato bruscamente dai vicini di casa che litigano.


Che la prontezza con la quale la Francia ha dato il via alle operazioni militari pochissimo tempo dopo la risoluzione dell'Onu sia tutt'altro che disinteressata lo sanno anche i sassi; che la democrazia non la si esporti con le bombe in Occidente non lo si deve certo andare a spiegare a quelle milioni di persone che nel 2003 si sono mobilitate contro la guerra in Iraq. Ma come si permettono di pronunciare queste motivazioni quei cialtroni che in Italia quella guerra (e quella in Afghanistan) l'hanno votata, finanziata e difesa proprio con le motivazioni dell'esportazione della democrazia e della liberazione del popolo iraqueno (che in quella circostanza non aveva mostrato alcuna volontà di essere liberato..)? Dovrebbero ancora chiedere scusa per aver avallato dai loro comodi scranni a Montecitorio, dalle loro scrivanie e le loro tribune una guerra infame che ha causato oltre mezzo milione di morti, ed invece cazzeggiano allegramente nelle tribune televisive visibilmente divertiti nell'usare le argomentazioni che 8 anni fa venivano usata per spiegare perché le loro scelte erano sbagliate.



Questa volta dalla guerra l'Italia ha solo da perdere in termini economici e politici: la Libia di Gheddafi ha col tempo tutelato gli interessi economici italiani e garantito il controllo dell'immigrazione clandestina attraverso i lager per migranti. Di fronte ad una simile oscenità il governo di centro-destra si è sempre comportante negando, minimizzando, facendo capire che era disposto a tutto pur di tenere i clandestini lontani dall'Italia.



Oggi l'eventualità che Gheddafi non sia più a capo del paese dall'altra parte del Mediterraneo pone due questioni: gli interessi economici ed energetici italiani che fine faranno? Dovremo aspettarci ondate migratorie incontrollate? La prima questione è tutt'altro che una sciocchezza e meriterebbe di essere affrontata seriamente, senza cinismo ma con l'idea di costruire una duratura convivenza pacifica nel Mediterraneo. E' evidente però come alla maggioranza di centro-destra, che sul contrasto all'immigrazione clandestina ha costruito immense rendite elettorali, è il secondo problema quello che preoccupa e spaventa maggiormente e che il primo è affrontato con la logica cinicamente arraffona di chi pensava di mantenere eternamente rendite di posizione grazie alle garanzie offerte da un dittatore (a cui magari è lecito anche vendere armi).



Ogni volta che questi signori aprono bocca si comprende quanto dei moti di liberazione nel Maghreb (prima ancora dell'intervento militare) avrebbero volentieri fatto a meno e quanto li infastidisce che le briciole che si spartiranno le potenze della coalizione dei volenterosi saranno molto probabilmente tolte all'Italia. Abbiano almeno il coraggio di dire che in nome degli interessi economici e del contrasto all'immigrazione clandestina sarebbero disposti a vendersi l'anima al diavolo piuttosto che scomodare nobili ragioni ideali con le quali, la storia recente ce lo insegna, non hanno niente a che fare.



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da LINKREDULO di LUNEDì 28 MARZO 2011 - http://www.linkredulo.it/politica/1908-il-pacifismo-interessato-di-una-destra-cialtrona.html

venerdì 6 agosto 2010

L'evoluzione di Fini a spese del Paese

da LINKREDULO di Martedì 03 Agosto 2010 13:40 - http://www.linkredulo.it/politica/1381-levoluzione-di-fini-a-spese-del-paese.html

Le parole usate da Fini nella conferenza stampa post-cacciata dal Pdl suscitano giustamente la domanda ‘ma se ne accorge solo oggi che Berlusconi è illiberale?’. Se così fosse ci troveremmo di fronte ad un politico di bassissimo livello, incapace di capire quello che negli anni hanno denunciato svariati analisti di cultura liberale o anche conservatrice. La realtà è a mio parere profondamente diversa dall’ipotesi che Fini non avesse capito, ma non è detto che sia migliore.

Alla discesa in campo di Berlusconi, questi riuscì a far stare dalla sua parte tre forze provenienti da diverse parti dell’arco parlamentare e con prospettive diverse:

1) l’arcipelago centrista, poi unitosi nell’Udc attorno alla leadership di Pier Ferdinando Casini, parte della diaspora democristiana che riteneva lo scudo crociato irrimediabilmente alternativo alla sinistra. Si collocò a fianco di Berlusconi con la speranza che la pratica di governo contribuisse a “costituzionalizzarlo” o che tutt’al più lo logorasse aprendo una nuova fase politica in cui potevano giocare un ruolo da protagonisti senza la macchia di un’alleanza con la sinistra;

2) la Lega Nord, unita a Berlusconi da un comune sentimento anti-statale e dall’estraneità al ceto politico della Prima Repubblica. Dopo il divorzio di fine ’94 la Lega ha preso le misure a Berlusconi capendo che questi non avrebbe opposto alcun tipo di freno alle politiche federalistiche a patto che l’alleato nordista non mettesse in discussione la sua leadership, l’attacco alla giustizia come viatico all’impunità e le leggi ad personam per favorire le sua aziende;

3) Alleanza Nazionale, cui il Cavaliere sapeva di fare un’offerta che non potevano rifiutare: sdoganare il vecchio MSI permettendo ad uomini provenienti da quella storia di ricoprire incarichi di governo sempre più importanti, dimostrando così di aver definitivamente superato la nostalgia del ventennio. Alleanza Nazionale era sostenitrice inoltre del sistema bipolare, ampiamente affermatosi proprio grazie all’ingresso di Berlusconi in politica: unendo le due cose se ne ottiene che una fase storica fatta di affermazione del bipolarismo e sdoganamento dei fascisti sarebbe prevedibilmente stata foriera di un’altra fase, ad essa successiva, in cui quello che era il vecchio MSI avrebbe potuto giocarsi le sue carte fino in fondo, fino magari a proporre una leadership.

Sappiamo come si è conclusa l’alleanza con l’Udc: la speranza di una costituzionalizzazione di Berlusconi si è infranta in anni di pratiche eversive e di leggi ad personam; inoltre l’evo berlusconiano nel 2008, anno della rottura dell’alleanza, dimostrava di non essere una fase transitoria della storia politica italiana, un boccone amaro da buttar giù per i democristiani alternativi alla sinistra per aprire una fase nuova dalla parte giusta. Col passare degli anni e con l’accelerazione impressa dal predellino anzi l’evo berlusconiano dimostrava la sua insaziabile voracità, di fronte alla quale l’Udc ha deciso di proseguire il suo cammino altrove.

La Lega è indubbiamente l’alleato più fedele di Berlusconi. Disinteressata ad imporre una leadership alla coalizione, ne’ a dimostrare la propria appartenenza a qualche nobile famiglia politica europea (intento che inevitabilmente entra in contrasto con l’alleanza con Berlusconi), il suo unico interesse è corrodere lentamente l’unità nazionale ed acquisire posizioni di forza sul territorio. Ogni giorno in più dell’evo berlusconiano, così privo di un disegno politico capace di imporsi e di configgere con i progetti leghisti, così interessato all’impunità ed ai profitti del Capo (quindi pronto a cedere su tutte le altre questioni) è un giorno in più per proseguire su questo doppio binario: corrosione dell’unità nazionale e posizionamento in sempre nuove amministrazioni locali. Solo quando Berlusconi sparirà dalla scena politica potremo renderci conto davvero della lungimiranza eversiva di questo disegno.

Il discorso su Alleanza nazionale è un po’ più complesso: è rimasta al fianco di Berlusconi, avallando ogni nefandezza, ogni legge ad personam, ogni tentativo di eversione e di delegittimazione dell’ordine costituzionale, consapevole che abbandonarlo significava ritornare ad essere “i soliti fascisti” cui non affidare le chiavi delle istituzioni o, peggio ancora nella loro prospettiva, dei trasformisti che rinnegavano la vocazione bipolare. Questo accordo ha finito per tenere Alleanza nazionale a fianco del Cavaliere per oltre un quindicennio, permettendo a quest’ultimo di entrare in contatto con gli ex-colonnelli e di lusingarli con gioielli che nella loro militanza missina mai avrebbero pensato di poter toccare: comparsate tv capaci di renderli popolari e simpatici, Ministeri, schitarrate di Apicella etc. In questo percorso i Gasparri, i La Russa, gli Alemanno si sono dovuti porre il quesito su quale dei due leaders seguire: entrambi autoritari e poco disposti ad una qualche cessione di sovranità, gli ex-colonnelli hanno scelto di fare i signorsì di Berlusconi, consapevoli che almeno erano ricompensati con il potere ed incensati nei salotti televisivi, veri viatici al consenso.

La cinica operazione finiana (cinica soprattutto per lo stato di salute della democrazia italiana) era parsa negli anni infrangersi ogni qualvolta emergeva un nuovo lacchè di Berlusconi all’interno di Alleanza Nazionale. In quest’ottica probabilmente mandare alle ortiche un partito che ormai non lo seguiva più e giocarsi il tutto per tutto ricoprendo la terza carica dello Stato forse è stata tutt’altro che un’ingenuità.

Oggi infatti l’immagine di Fini, tralasciando i fan più sfegatati di Berlusconi (sulla cui eclissi punta il disegno finiano), è totalmente imparagonabile a quella che lo stesso aveva nel ’94: oggi Fini si presenta come l’uomo delle istituzioni, alfiere di una destra moderna ed europea, ben accetto nel PPE e nei salotti buoni, capace di convincere ed essere applaudito persino da quello stesso popolo antimafia che 18 anni fa lo cacciava dal funerale di Paolo Borsellino.

Degli interrogativi sul senso di questa metamorfosi però non possiamo non porceli senza difettare in memoria storica. A fianco della metamorfosi di Fini in questo quindicennio, decisamente favorevole al prestigio del Presidente della Camera, va posta la metamorfosi del paese, divenuto più cinico, più povero, con delle istituzioni più deboli ed una democrazia molto più fragile. Probabilmente in un paese meno disperato e con un’opinione pubblica più forte il tentativo di Fini di accreditarsi come una destra credibile sarebbe immediatamente stoppato dalla domanda: ne valeva la pena per interessi di bottega (lo sdoganamento della destra) essere complici dell’eversione berlusconiana per un quindicennio? Probabilmente però in un paese diverso non sarebbe neanche necessario porre questa domanda perché qualunque forma di complicità con il berlusconismo sarebbe tout court incompatibile con una qualsiasi forma di credibilità pubblica.