martedì 17 luglio 2012
Il referendum anti-casta: politica e anti-politica al tempo della crisi
sabato 25 febbraio 2012
Ancora contro i lavoratori?
L'idea che facilitando i licenziamenti si favorisca la crescita è vecchia, ed oltre ad essere vecchia ha dimostrato di essere fallimentare.
L'Italia, in ritardo rispetto agli altri paesi occidentali ha cominciato a sperimentare la flessibilità alla fine degli anni '90 col pacchetto Treu e nel 2003 con la Legge 30. L'effetto è stato un impoverimento generale, una generazione che non entrerà mai nel mercato del lavoro stabilmente e che quindi non riuscirà mai a versare i contributi previdenziali, un calo dei consumi. In questo scenario è chiaro che gli Stati sono stati obbligati a ricorrere al debito per finanziare ciò che resta del loro welfare, mentre proseguivano silenziosamente a smantellarlo passo dopo passo.
L'abolizione dell'articolo 18 era stato un cavallo di battaglia del governo Berlusconi nel 2002, poi non se ne fece niente per l'opposizione ferrea della Cgil che riuscì a coinvolgere anche gli altri sindacati in uno storico sciopero generale. Fu una vittoria di Pirro perché di lì a poco arrivò per l'appunto la Legge 30 che ha reso inesigibile l'articolo 18 per i nuovi assunti.
La crisi del 2008 ha svelato quanto questo modello, reazione alla globalizzazione dei mercati ed alle illusioni della Finanza, fosse insostenibile. Ma le èlites finanziarie di un'Europa che non vuole diventare grande (cioè diventare politica) invece di invertire la rotta sembrano correre come un treno sulla rotta tracciata dal neo-liberismo che fin qui ci ha condotto: tagli al welfare e deregolamentazione del mercato del lavoro. I conti pubblici saranno salvi ancora per un altro po', ma il paese continuerà ad impoverirsi. Tra breve torneremo a stupirci che le cose non sono andate come speravamo. Ma forse sarà troppo tardi.
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da LINKREDULO del 27/10/11 - http://linkredulo.it/giornale/politica/2320-ancora-contro-i-lavoratori.html
sabato 15 ottobre 2011
Da bamboccioni a Indignados
Dall'autunno 2008 il mondo intero è cambiato: è stato un brusco risveglio che ci ha portato a rivedere completamente la percezione delle nostre vite, delle nostre scelte individuali e collettive. La pubblica opinione egemone, quella che non metteva in discussione lo strapotere dei mercati finanziari, le storture della globalizzazione, le misure di flessibilizzazione del mercato del lavoro, sorda alle critiche che provenivano da settori minoritari del mondo politico ed intellettuale, presentava l'era chiusasi così bruscamente come un'età dell'abbondanza, delle possibilità per tutti di realizzarsi e di realizzare i propri sogni. Le cose che non andavano erano evidenti, ma si tendeva a non vederle, attribuendo la responsabilità alla debolezza dei soggetti incapaci di adeguarsi allo spirito dei tempi cogliendone le opportunità. I giovani erano uno degli obiettivi principali di questa invettiva: 'sanno solo lamentarsi', si diceva, 'hanno avuto tutto senza sacrifici e non sono contenti'.
La sortita di una nobile figura come Padoa Schioppa che chiamò "bamboccioni" i giovani che restano in casa con i genitori fino a trent'anni e passa offre la misura di come questa visione abbia travalicato ogni confine: un'affermazione del genere te la puoi aspettare da un imprenditore rampante, da un intellettuale o politico di cultura neo-liberista, da un conservatore innamorato dei bei tempi andati e della forza delle generazioni passate, tempratesi nei sacrifici, ma non da un economista di area di centro-sinistra.
E' bastato che la percezione della direzione intrapresa dalle nostre società cambiasse ed ecco che la condizione giovanile è diventato di fronte all'opinione pubblica un fatto improvvisamente serio. Se non siamo in un'era dell'abbondanza, ma in quella di una crisi che sembra infinita, è legittimo pensare che le vittime principali di questa situazione saranno le giovani generazioni, quelle che vivranno nello stato e nelle società che verranno costruite con le scarse risorse oggi a disposizione. Oggi nessuno più si sogna di bollare i giovani come "bamboccioni" o di rivolgergli le sprezzanti parole che con tanta leggerezza per anni sono state usate. Anzi, dopo averli spogliati di ogni prospettiva oggi sono in tanti, a destra ed a sinistra, ma soprattutto in quella parte di società equidistante dal mondo politico, a sperare che siano proprio i giovani a segnare il cambio di rotta, in Italia ed in un'Occidente che pare incapace di reagire alle ferite che si è inferto.
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Il caos regna sovrano
In questi giorni di bufera economico-finanziaria e di incertezza politica chi ci capisce qualcosa è bravo. Che un ciclo politico sia giunto al termine è evidente a tutti (di centro, di destra e di sinistra), il giudizio su di esso spetterà agli storici, soprattutto in merito alla capacità che Berlusconi ha avuto nel 1994 di cogliere lo spirito dei tempi con un coup de teatre troppo frettolosamente degradato dagli avversari ad 'anomalia'. Da allora la scena politica è stata monopolizzata da Berlusconi: basti pensare al fatto che, Lega a parte, ad oggi non esiste in Parlamento più nessun partito presente nel 1994 ed in ogni metamorfosi e gemmazione che hanno portato all'attuale quadro parlamentare vi è in un modo o nell'altro il suo influsso.
All'interno del suo partito poi Berlusconi è stato capace di tenere insieme quanto di più diverso possibile (ex-PSI, ex-DC, ex-MSI) facendo contemporaneamente crescere una classe dirigente a sua immagine e somiglianza pescata, senza gavetta politica, dal mondo dell'imprenditoria, dello spettacolo, delle professioni. Il percorso politico di Forza Italia prima e del Pdl poi è stato un tutt'uno con quello del suo leader, benché crescessero al loro interno esperienze (come quella di Formigoni) che ambivano ad un'autonomia e che puntavano tatticamente al ricambio generazionale.
La crisi economico finanziaria del 2008 ha cambiato radicalmente il contesto sociale, costringendo il berlusconismo a confrontarsi con una realtà che era esattamente l'opposto di quella che aveva permesso la sua nascita. I problemi in termini di consenso non sono cominciati subito (frutto soprattutto dell'impopolare memoria del governo Prodi) ma lentamente hanno fatto capolino.
Il dilemma di fronte al quale ci troviamo oggi era abbastanza prevedibile: ci sarà qualcuno capace di assumere la totalità dell'eredità politica di Berlusconi? Quello che non ci poteva attendere è che bisognasse rispondere urgentemente a questo quesito, sotto la pressione dei mercati finanziari e dell'Europa. La successione senza parricidio è la cosa più difficile che possa esserci: ultimamente è riuscita solo a Lula (sull'onda di un consenso personale schiacciante) ed a Putin (in barba alle regole democratiche). Fare previsioni, o prestar fiducia a chi ne fa, è davvero inutile.
giovedì 29 settembre 2011
Andare via dal Sud ieri ed oggi
Del rapporto Svimez sull'occupazione al Mezzogiorno ne ha già parlato su questo giornale Antonella Squicciarini: al Sud c'è sempre meno lavoro e sempre meno ricchezza, il che dà il via a imponenti fenomeni di migrazione giovanile verso il Nord Italia.
La scelta di restare al Sud era fino a qualche anno fa una scelta in cui si intrecciavano vita, politica, affetti e coraggio. Di fronte ad un immaginario che era profondamente “nordista” e che propugnava modelli di successo legati a professioni e mondi produttivi lontani anni luce dal Sud, per un giovane laureato meridionale, curioso e volenteroso di realizzare i propri sogni, trovare lavoro altrove significava certificare il taglio con ogni provincialismo. Scegliere di restare al Sud significava invece rifiutare l'immaginario dominante ed accettare una sfida consapevoli di partire da una condizione di debolezza.
Molto di quell'immaginario è stato decostruito negli ultimi anni: basti pensare alla figura del brooker finanziario (figura anti-meridionale per eccellenza), passato nell'immaginario collettivo da alfiere del nuovo capitalismo rampante a sciacallo mangia-risparmi. Ciò che non è cambiato però è la subalternità del Mezzogiorno al Nord-Italia: ieri si manifestava anche sul piano dell'immaginario, oggi solo su quello materiale. Con un paese in crisi, con le giovani generazioni sempre meno propense ad accettare sfide che evidentemente paiono perse in partenza, la parte del paese dotata del tessuto produttivo più solido appare come l'unica capace di offrire un'occupazione che magari non piace, non esalta e non realizza alcun sogno, ma quantomeno offre la garanzia a trent'anni di non dover chiedere soldi a mamma e papà. In tempi di crisi, scusate se è poco.
L'unica speranza possibile per uscire da questa valle di lacrime non risiede però in nuove contrapposizioni, neo-borbonismi o guerre tra poveri ma è rappresentata dalla decomposizione dell'immaginario che ha furoreggiato dagli anni '80 fino all'autunno del 2008. Occupare quello spazio al più presto è una priorità non prorogabile, soprattutto per gli anelli deboli della vecchia catena arrugginita che teneva insieme l'Italia.
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da LINKREDULO di GIOVEDì 29 SETTEMBRE 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/2272-andare-via-dal-sud-ieri-ed-oggi.html
lunedì 12 settembre 2011
11/9/01: quasi un'epoca fa!
Per chi ha vissuto la propria adolescenza nei pressi dell’11 Settembre 2001 l’attentato alle Torri Gemelle ha rappresentato il battesimo della propria autocoscienza storico-politica. La sensazione predominante era quella di essere contemporanei a qualcosa di inequivocabilmente importante, di star attraversando un’epoca che si apriva con un fatto che offriva una chiave di lettura del presente che avrebbe permesso a chiunque, un domani, di dire “io c’ero”. Cominciare a capire di esser parte del mondo con un evento così terribile era allo stesso tempo inquietante ed esaltante. Silvia Avallone nel suo romanzo “Acciaio”, ambientato proprio nell’estate del 2001, ha meritoriamente raccontato quei momenti visti con gli occhi di ragazze e ragazzi spensierati di un’età compresa tra i 14 ed i 26 anni riuniti in un bar di paese, qualunquisti ma allo stesso tempo morbosamente incuriositi da quanto stava accadendo.
Le domande e le riflessioni sulla situazione internazionale non erano una novità in quell’estate cominciata a Genova: molti avevano già cominciato a confrontarsi e schierarsi sui temi sollevati dai No Global. L’11 Settembre travolse tutto e chiamò in causa tutti, anche i tantissimi che da Genova non erano stati lambiti in quella calda estate in cui impazzava “Tre parole”, una canzonetta inno della spensieratezza e del disimpegno. Ascoltarla oggi con la consapevolezza di quello che stava per accadere fa venire i brividi.
Ad un decennio di distanza sembra passato un intero secolo. Tanti sono gli eventi che hanno sconfessato la lettura egemone in Occidente di quei fatti e della reazione necessaria: il fallimento delle guerre in Afghanistan ed Iraq, la crisi economica che ha fatto traumaticamente scoprire all’Occidente come il proprio nemico sia al suo interno, la candidatura di Obama e la sua elezione (indipendentemente dal giudizio che si possa dare del suo operato) ed infine le rivolte nel mondo arabo (nonostante su di esse pesino proprio le incognite del fondamentalismo islamico).
In questa nuova epoca restano ancora aperte le sfide e gli interrogativi posti dall’11 Settembre: la convivenza tra culture diverse, le tensioni internazionali nate e rinfocolate da secolari disuguaglianze, l’iniquità di una globalizzazione non governata dalla politica e le spinte fondamentaliste ed identitarie che essa innesca. Ad esse però l’Occidente vi si accosta oggi meno sicuro di sé, ferito dalla sua stessa arroganza. E non è detto che sia un male.
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