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martedì 17 luglio 2012

Il referendum anti-casta: politica e anti-politica al tempo della crisi



Per capire il momento che l'Italia sta vivendo occorre fare un passo indietro a quegli anni '80 nei quali tutto il mondo, belpaese incluso, hanno vissuto una brusca inversione di tendenza nelle politiche pubbliche e nelle culture politiche egemoni. Farlo non è facile, perché significa raccontare una storia di cui siamo ancora, ahi-noi, parte. Provarci però è a mio avviso l'unico tentativo possibile per uscire da un labirinto all'interno del quale vaghiamo confusi, talvolta cedendo al fatalismo, talaltra prestando il fianco a frustrazioni e retoriche semplicistiche.
Negli anni '80 l'Italia ha accumulato un immenso debito pubblico in una modalità che di keynesiano ha davvero poco: se nella dottrina del grande economista l'indebitamento era funzionale a finanziare politiche capaci di generare occupazione, quindi potere d'acquisto e una crescita economica capace di onorare i debiti contratti, negli anni '80 le forze politiche al governo (DC e PSI) hanno contratto debiti per fare regalie che gli garantissero ritorni elettorali sul breve termine. Quella fase ha ingenerato nell'opinione pubblica italiana un'equazione (con la quale tutt'ora siamo costretti a fare i conti) secondo la quale la spesa pubblica sarebbe tout court uno spreco e che tagliarla indistintamente servirebbe a liberare le energie del sistema produttivo.
Durante gli anni '90 questa eredità ideologica tutta nostrana si è sposata con la rivoluzione neo-conservatrice partita nel decennio precedente in ambito anglo-americano con le presidenze di Margareth Tatcher e Ronald Regan. Questo impasto era cementificato e tenuto assieme dal mito dell'imprenditore di se stesso, dall'idea che la competizione fosse l'unica forma possibile di convivenza e dalla sfiducia nell'intervento pubblico. La destra ha trovato in Berlusconi il suo interprete ideale e la sinistra si è divisa tra chi tentava di governare globalizzazione e neo-liberismo mitigandole con delle pillole di una socialdemocrazia in crisi e chi invece rifiutava ciò mostrandosi però incapace di formulare una proposta politica capace di affrancarsi dal minoritarismo.
L'unica utopia risolutrice sbandierata dal centro-sinistra italiano è stata quella dell'unificazione europea: il trasferimento di poteri dagli stati nazionali agli organismi comunitari è stato però tanto celere laddove creava nuove opportunità per il commercio e la speculazione finanziaria quanto immobile laddove si trattava di costruire gli strumenti politici per governare questa transizione e non lasciare i capitali liberi di ricattare gli stati membri.
Poi è arrivata la crisi economica americana del 2008 ed ha spazzato via tutto ciò, a tal punto che oggi, a soli 4 anni di distanza, sembra passato un secolo. Quando la crisi è arrivata in Europa, colpendo gli anelli deboli della catena (a cui abbiamo entusiasticamente preso parte non prendendo atto della mutata situazione), ha avuto gioco facile ad inserirsi negli interstizi lasciati da quel processo di unificazione incompiuto.
Oggi, con questo governo tecnico, stiamo procedendo su una strada che la Francia ha già ampiamente sconfessato nelle ultime elezioni e che si appresta a subire lo stesso destino in Germania. Possiamo così riassumerne la dottrina: per contrastare la fuga dei grandi investitori istituzionali (fondi pensione, fondi di investimento, compagnie assicurative e banche di investimento) bisogna assicurare che il rischio default sia scongiurato tagliando la spesa sociale ovunque (la spending review ne è un esempio) e, laddove è possibile, svendendo patrimonio pubblico. Il dettaglio che così facendo si tampona la situazione d'emergenza ma non si pongono le condizioni per una uscita strutturale dalla crisi non viene preso in considerazione: a distanza di pochi mesi ci stiamo abituando a ritrovarci con il disagio sociale provocato dalle misure lacrime e sangue, in recessione, nuovamente sotto il ricatto dei mercati e con un pezzo di patrimonio pubblico e di tutela sociale in meno da svendere o da ridimensionare.
Le carte da giocare per il nostro paese sono poche: solo una politica economica europea, la riscrittura delle regole del rapporto politica-finanza su base europea (a cominciare dalla Tobin Tax, passando per una riforma della BCE e delle reali misure anti-spread che mettano da parte l'austerity) possono provare a invertire la rotta. Per farlo servirebbe un equilibrio politico in Europa profondamente diverso da quello attuale (e che, almeno per quanto riguarda la Germania è possibile nel breve periodo, sperando che non sia troppo tardi!); equilibrio al quale l'Italia non può non partecipare. Nel frattempo però non si capisce quale forza politica italiana dovrebbe farsi carico di queste istanze, visto che il Pd sostiene questo governo che ha fatto diventare l'austerity dottrina costituzionale e i partiti alla sua sinistra si stanno dimostrando ancora incapaci di proporre un discorso capace di parlare a tutta la società.
L'opinione pubblica italiana d'altronde, in virtù soprattutto del silenzio dei grandi partiti e del conformismo dei grandi giornali, non sembra minimamente consapevole di quanto drammatica sia la situazione e laddove non cede al fatalismo individua come unica causa di mali a cui è incapace di dare una forma e una spiegazione i costi della casta e come unico elemento di rivendicazione la sua riduzione (vedi il referendum promosso dall'Unione popolare), riproponendo un riflesso condizionato che persino un animale, in una situazione di emergenza, riuscirebbe a rivedere e correggere.

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sabato 25 febbraio 2012

Angelino Alfano e i giovani d'oggi


La nomina di Alfano a segretario del Pdl è stata senz'ombra di dubbio la novità politica più rilevante nel centro-destra dopo la batosta elettorale alle amministrative della scorsa primavera. Dopo 17 anni Berlusconi sembrava fare per la prima volta un passo indietro, reagendo all'impopolarità certificata prima dalle amministrative e poi dai referendum con una cessione di sovranità ad un politico molto più giovane di lui ma dalla comprovata fiducia (dove lo trovi uno che ci mette la faccia su un qualcosa di impresentabile come il lodo Alfano?).

Lui, il giovane segretario, si è saputo fin'ora giocare al meglio quest'occasione: non ha mai sconfessato la leadeship berlusconiana, ha potuto presentarsi come l'unico capace di fare da sintesi tra le diverse correnti del Pdl proprio in virtù della sua estraneità alle beghe interne garantita dalla vicinanza al capo. I vari capi-bastone hanno accettato di buon grado la nomina di Alfano proprio perché, assieme a ridimensionare le proprie velleità, faceva la stessa cosa con quelle altrui garantendo un periodo di tregua armata.

La cosa più sorprendente però Alfano è riuscito a farla con l'opinione pubblica: puntando tutto sulla memoria a breve termine degli italiani, si è presentato come la novità, giocando molto nell'apparire ggiovane (rigorosamente con due g), capace di interagire con i social network, di parlare un linguaggio pratico. E fin'ora ci è riuscito: ha rimesso in pista il Pdl minando la certezza di quanti, me compreso, credevano che nel post-berlusconismo il Pdl sarebbe imploso. Il governo tecnico ed il fallimento del governo Berlusconi sono stati per lui una benedizione, la grande occasione per lasciare che il passato si allontani da sé senza il bisogno che nessuno ne prenda le distanze. Non lo ammetterà mai pubblicamente, ma sa meglio di chiunque altro che è così.

La partita però è ancora tutta da giocare: Formigoni ha già annunciato di volersi candidare alle primarie del Pdl per succedere a Berlusconi e la Lega, prima della nascita del governo tecnico che la sta allontanando dal Pdl, aveva dichiarato di volerlo sostenere. Alfano avrebbe il sostegno dei berlusconiani di ferro e di gran parte della componente ex-an, sarebbe cioè la candidatura ufficiale, sostenuta dallo stato maggiore del partito. In quest'ottica si collocano le ipotesi di tandem con Alemanno o con Giorgia Meloni (caldeggiata dalla componente giovanile). Un ticket targato Agrigento-Roma potrebbe però rivelarsi un grosso handicap, soprattutto se l'altro candidato è un uomo radicato nel Nord come Formigoni e potrebbe ottenere il sostegno della Lega. La soluzione potrebbe venire proprio da un tentativo (magari sostenuto da Berlusconi) di un tandem con un nome proposto proprio dalla Lega, che non potrebbe che essere Maroni.

Il governo tecnico inoltre ha offerto ad Alfano l'occasione di riallacciare i rapporti con l'Udc, forza culturalmente affine al centro-destra ma indisponibile ad allearvisi fino a quando questo sarebbe stato guidato da Berlusconi.

Come si evolverà la vicenda politica di Alfano e del Pdl è difficile da prevedere: fino ad ora, dal post-referendum tutto sembra essere andato per il verso giusto ma è difficile pensare che Alfano riuscirà a mantenere unito il partito e salda la sua leadership anche dopo una eventuale sconfitta elettorale, cosa invece riuscita a Berlusconi ben due volte nel 1996 e nel 2006. Una cosa è però certa: quella che per il centro-sinistra sembrava una passeggiata è stata complicata da una serie di circostanze e dall'attivismo che Alfano ha sfoderato.


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da LINKREDULO del 4/1/12 - http://linkredulo.it/giornale/politica/2450-angelino-alfano-e-i-giovani-doggi.html

La Lega al Purgatorio dell'opposizione


I programmi della Lega erano altri e fino ad un anno fa tutto sembrava andare bene: continuare a crescere elettoralmente, conquistare posti chiavi nelle amministrazioni locali, ostentare un cinico distacco dal Pdl e dagli scandali legati a Berlusconi sostenendo la linea che si stava insieme perché c'era bisogno dei voti per il federalismo.

Un epilogo del berlusconismo era prevedibile già un anno fa ed oltre (non fosse altro per questioni anagrafiche), ma la Lega non se ne preoccupava, anzi: in assenza di partiti nazionali capaci guidare una transizione (apparendo fino all'anno scorso il Pd sempre più in ritirata al Nord) e con il vento dell'anti-politica che spirava forte, la speranza era quella di capitalizzare le esperienze di governo nelle amministrazioni del Nord ed i pochi risultati del governo centrale targati Lega per alzare il livello delle rivendicazioni, magari rispolverando il vessillo secessionista. Era un piano che sembrava filare liscio ed invece...

I festeggiamenti per i 150 anni non hanno giovato: soprattutto nel Piemonte di fresca conquista con l'elezione di Cota le celebrazioni hanno risvegliato un sentimento patriottico in tutta l'opinione pubblica, marginalizzando gli esponenti leghisti che se ne sono allontanati o lo hanno irriso. L'alluvione in Veneto e la cattiva gestione che il governo centrale ne ha fatto hanno creato malumore anche nel tanto declamato Nord-Est. La perdurante situazione di stallo del governo centrale, incapace di affrontare la crisi, ha reso sempre più difficile presentare l'alleanza con Berlusconi come l'amaro calice, necessario per incassare dei risultati che non arrivavano, facendo montare nella base e nell'elettorato una legittima domanda: ma ne vale la pena? Questa domanda, come un pericoloso tarlo, ha scalato i vertici del partito, arrivando per la prima volta nella sua storia ad una evidente spaccatura. La sconfitta a Milano e la posizione presa in occasione dei referendum (sintomo di come i vertici avevano perso il polso dell'opinione pubblica) sono stati la dimostrazione evidente che qualcosa si era rotto.

La lunga estate, con manovre su manovre, situazioni di empasse create anche dalle prese di posizioni di Bossi, ha logorato ulteriormente il partito che è apparso ormai parte delle pastoie romane incapaci di decidere e lontane dalle preoccupazioni della gente.

Fatte queste premesse non è difficile capire perché il governo Monti ed il passaggio all'opposizione sia stato vissuto quasi con gioia dalla Lega. La crisi del berlusconismo che si credeva catastrofica si è verificata ma è stata congelata dal governo tecnico. L'innalzamento del livello del conflitto, la riscoperta della battaglia secessionista (vedi la convocazione del parlamento del nord) appaiono in questa fase poco credibili, anche perché la politica tutta è stata commissariata e non è ad essa che l'opinione pubblica guarda sperando che risolva i problemi. Le misure di austerithy però possono cambiare velocemente lo scenario: dal successo o insuccesso del governo Monti, dalla sua popolarità dipende anche il destino della Lega.


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da LINKREDULO del 25/11/11 - http://linkredulo.it/giornale/politica/2397-alfredo-ferrara.html

Il Finanzcapitalismo sfiducia Berlusconi. C'è da rallegrarsene?


Al di là della febbrile attesa per l'epilogo del governo Berlusconi e della storia politica che sembra con esso chiudersi, ciò che si sta svolgendo in queste settimane in Europa svela un tratto importante della nostra epoca e degli equilibri internazionali disegnati negli ultimi trent'anni.

La proposta dell'ormai ex premier greco Papandreu e (in misura diversa) la possibilità che la caduta del governo Berlusconi porti ad elezioni anticipate (e non ad un governo tecnico che si faccia interprete delle direttive di Ue e Fmi) hanno allarmato le cancellerie europee. Che il ricorrere al debito per finanziare le manovre annuali significasse in una certa misura la perdita della sovranità degli Stati è stato detto da più parti da diversi anni. Il centro-sinistra italiano ha ispirato a questo principio gran parte delle proprie politiche di rigore (colpevolmente non collegando questo passo necessario ad un complessivo disegno di redistribuzione della ricchezza).

Ogni anno gli Stati indebitati tornano sul mercato, chiedendo agli investitori istituzionali di prestargli i soldi per attuare le proprie politiche. Gli investitori istituzionali però, si sa, non prestano soldi in cambio di niente: chiedono in cambio garanzie di rendimento a breve termine. Lo Stato che ne usufruisce deve quindi ispirare le proprie politiche in questa direzione: da qui nasce lo smantellamento della spesa sociale ed il blocco di qualunque investimento sul lungo termine. Per qualche decennio ci siamo illusi che questo meccanismo fosse governabile. Il rischio default (reale o meno) ha gettato via quest'illusione: occorre assecondare il volere dei creditori e farlo alla svelta, ed oggi i creditori chiedono che vengano attuate le misure di cui Ue e Fmi si sono fatti interpreti e chiedono che Berlusconi si faccia da parte, perché non credono alle promesse elettorali, non ascoltano la propaganda ma guardano i dati di fatto.

Al di là di tutti i fattori interni che stanno determinando la crisi del berlusconismo, forse alle battute finali, non bisogna dimenticare questo: il primo a sfiduciare il governo italiano è quello che Luciano Gallino ha chiamato Finanzcapitalismo, quell'evoluzione del capitalismo determinata dalla progressiva cannibalizzazione del capitalismo industriale e dello stato keynesiano da parte della finanza. Le decisioni degli Stati dipendono cioè sempre più dalle richieste che provengono dal mondo finanziario e sempre meno dalla volontà popolare di cui questo complesso meccanismo può in condizioni normali fare a meno (riducendola a recita) ed in condizioni di crisi, quando cioè il tutto diventa palese, deve farne a meno.

Il berlusconismo è nato come interprete dell'epoca in cui tutto questo era visto come fattore virtuoso e rischia di finire perché incapace di corrispondere alle richieste che quel mondo avanza. Chiudere i conti con esso non può significare mostrarsi interlocutori più seri delle richieste provenienti dai mercati finanziari ma farsi interpreti di un progetto che unisca la riconquista della sovranità degli Stati (o magari dell'Europa) ad un disegno di redistribuzione della ricchezza e delle opportunità.


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da LINKREDULO dell'8/11/11 - http://linkredulo.it/giornale/politica/2345-il-finanzcapitalismo-sfiducia-berlusconi-ce-da-rallegrarsene.html


sabato 15 ottobre 2011

Il caos regna sovrano


In questi giorni di bufera economico-finanziaria e di incertezza politica chi ci capisce qualcosa è bravo. Che un ciclo politico sia giunto al termine è evidente a tutti (di centro, di destra e di sinistra), il giudizio su di esso spetterà agli storici, soprattutto in merito alla capacità che Berlusconi ha avuto nel 1994 di cogliere lo spirito dei tempi con un coup de teatre troppo frettolosamente degradato dagli avversari ad 'anomalia'. Da allora la scena politica è stata monopolizzata da Berlusconi: basti pensare al fatto che, Lega a parte, ad oggi non esiste in Parlamento più nessun partito presente nel 1994 ed in ogni metamorfosi e gemmazione che hanno portato all'attuale quadro parlamentare vi è in un modo o nell'altro il suo influsso.

All'interno del suo partito poi Berlusconi è stato capace di tenere insieme quanto di più diverso possibile (ex-PSI, ex-DC, ex-MSI) facendo contemporaneamente crescere una classe dirigente a sua immagine e somiglianza pescata, senza gavetta politica, dal mondo dell'imprenditoria, dello spettacolo, delle professioni. Il percorso politico di Forza Italia prima e del Pdl poi è stato un tutt'uno con quello del suo leader, benché crescessero al loro interno esperienze (come quella di Formigoni) che ambivano ad un'autonomia e che puntavano tatticamente al ricambio generazionale.

La crisi economico finanziaria del 2008 ha cambiato radicalmente il contesto sociale, costringendo il berlusconismo a confrontarsi con una realtà che era esattamente l'opposto di quella che aveva permesso la sua nascita. I problemi in termini di consenso non sono cominciati subito (frutto soprattutto dell'impopolare memoria del governo Prodi) ma lentamente hanno fatto capolino.

Il dilemma di fronte al quale ci troviamo oggi era abbastanza prevedibile: ci sarà qualcuno capace di assumere la totalità dell'eredità politica di Berlusconi? Quello che non ci poteva attendere è che bisognasse rispondere urgentemente a questo quesito, sotto la pressione dei mercati finanziari e dell'Europa. La successione senza parricidio è la cosa più difficile che possa esserci: ultimamente è riuscita solo a Lula (sull'onda di un consenso personale schiacciante) ed a Putin (in barba alle regole democratiche). Fare previsioni, o prestar fiducia a chi ne fa, è davvero inutile.


da LINKREDULO di MERCOLEDì 12 OTTOBRE 2011 - http://www.linkredulo.it/politica/2293-il-caos-regna-sovrano.html


domenica 4 settembre 2011

Sembrava il migliore dei mondi possibili

Cosa ne sarà della manovra ad oggi non è dato saperlo. Dopo la bocciatura del contributo di solidarietà e dell'intervento sulle pensioni non si riesce a capire da dove l'attuale maggioranza abbia intenzione di reperire una rilevante parte della cifra necessaria per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013.

Sarebbe però un errore interpretare il caos come l'impedimento alla comprensione dell'attuale situazione politica italiana. È proprio il caos invece a dirla lunga su una classe dirigente che ad oggi, tranne rare eccezioni, non ha compreso quanto accaduto nell'autunno 2008 con la crisi finanziaria: oggi viviamo in un mondo completamente diverso da quello di solo tre anni che, ben al di là del fisiologico passare del tempo, appaiono come un'altra era geologica. Il berlusconismo è nato negli anni '90 e ne è figlio legittimo, grande interprete di un'epoca in cui il dominio dell'Occidente sul resto del mondo era fuori discussione, in cui era ancora legittimo pensare che il mercato fosse il bene e che non necessitasse di alcuna forma di compensazione, anzi. Il debito pubblico, benché fosse immenso, non impensieriva nessuno (a parte quei parrucconi del centro-sinistra...) in un quadro geopolitico stabile.

Quel mondo non esiste più e fin quando non saranno spazzati via gli ultimi ruderi prodotti da quel clima politico il caos, insieme ad imbarazzanti balbettii, è l'unico spettacolo a cui potremo assistere.


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da LINKREDULO di GIOVEDì 1 SETTEMBRE 2011 -

http://www.linkredulo.it/politica/2235-sembrava-il-migliore-dei-mondi-possibili.html

giovedì 16 giugno 2011

PRECARIO SARÀ LEI! - La questione sociale al centro del dibattito politico

La crisi esplosa nell'autunno 2008 è stato un vero spartiacque, un cambio d'epoca di cui forse non è ancora possibile cogliere appieno la portata. Lo testimonia il brusco cambiamento del dibattito politico, per circa un ventennio tutto imperniato attorno a proposte di privatizzazione dei beni pubblici, tagli a pubblica istruzione e sanità, flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, deregolamentazione del mercato e della finanza etc. La destra la faceva da padrona mostrando il volto rampante ed aggressivo di chi ha capito i tempi e ne è l'interprete naturale, la sinistra provava a rincorrerla su questo terreno mostrando una sconfortante subalternità.

Il 15 Agosto 2009 all'indomani delle elezioni europee che avevano sancito un'ennesima sconfitta delle forse riformiste, in un editoriale sul Messaggero, col sconsueto fiuto politico Romano Prodi diceva:

"la causa della sconfitta di questa grande stagione è da individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour e l’ulivo mondiale erano una fucina di novità, nella prassi di governo di Tony Blair e i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio.

Per circa un ventennio questo è stato il tenore del dibattito politico e non a caso lo spartiacque tra i buoni ed i cattivi era dato dalla collocazione antecedente alla caduta del Muro di Berlino: l'accusa di esser stati comunisti (o, come si dice in America, socialisti) significava essere estranei ai tempi nuovi in cui invece la panacea di tutti i mali era il mercato liberato da ogni freno. L'idea che il dibattito politico (e sottolineo, non quello tra gli intellettuali che, poco ascoltati, hanno invece lanciato più d'un campanello d'allarme) propugnava era quella che fino all'89 avevamo assistito ad un film in cui si fronteggiava l'occidente capitalista al socialismo reale. Alla fine del film il secondo aveva irrimediabilmente vinto ed essendo rimasto sul campo solo il primo per rappresentare il mondo bastava una fotografia, statica, immobile che raffigurava il vincitore. Peccato che gli anni passavano e quel vincitore a guardarne le metamorfosi da vicino e senza pregiudizi diventava più brutto, più ingiusto, più diseguale. Come un treno in corsa il mantra neo-liberista continuava però indisturbato: 'ce lo chiede la globalizzazione' ripetevano i conducenti di ogni colore.

Nello stesso articolo Prodi scriveva:

"Nel frattempo il cambiamento della società continuava secondo le linee precedenti: una crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo dello Stato e dell’uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più limitata degli interventi pubblici di carattere sociale".

La crisi ha insomma fatto ripartire la pellicola facendole percorrere in qualche secondo 19 anni circa, rimettendo al centro del dibattito politico la questione sociale, le disuguaglianze e la difficoltà di affrontarle. Ne è una riprova che anche in quest'ultima tornata amministrativa il tema del lavoro e della precarietà si stato molto frequentato dai due principali vincitori (Pisapia e De Magistris) e che invece due imprenditori, presentatisi ancora una volta come pragmatici e competenti (Moratti e Lettieri) siano stati sonoramente sconfitti. In quest'ottica possiamo leggere l'elezione di Obama proprio all'indomani della crisi dopo una campagna elettorale in cui aveva insistito molto in invettive contro l'America di Wall Street.
Lungi da me pensare che la vittoria di un presidente democratico in America inverta nei fatti una tendenza egemone in Occidente da trent'anni. Figurarsi se penso che possano farlo le elezioni di Pisapia e De Magistris. Ritengo però sia importante cogliere come la domanda centrale nel dibattito politico oggi non sia più 'dove eri prima dell'89?' ma 'dove eri prima del '08?', 'che ruolo hai avuto nelle politiche che hanno portato alla crisi ed impoverito i paesi occidentali?', 'come pensi che se ne esca?'. In questo contesto leggo l'eventualità (fino a qualche anno fa impensabile) che un politico come Nichi Vendola, che nel 2001 sfilava a Genova con il movimento no global mentre uno dei G8 maggiormente interpreti dell'epopea neo-liberista si riuniva, possa aspirare a diventare capo del governo. Nello stesso contesto leggo la difficoltà del Pd ad essere credibile di fronte al suo stesso elettorato visto che ha imbarazzo a rispondere sulla sua collocazione pre-crisi. Lo stesso ed ancor di più vale per Berlusconi: il suo successo, oltre che ad una guerra ad armi tutt'altro che pari, è dovuto all'esser stato un'interprete kitch dell'egemonia reganian-tatcheriana ed oggi che i tempi sono cambiati sembra tremendamente fuori dal mondo. Nessuno, neanche il suo elettorato, crede che la sua proposta possa riguardare il futuro dell'Italia.

Il disagio sociale, il lavoro, l'incertezza del futuro sono quindi le questioni su cui oggi si gioca la partita politica. La sinistra parte avvantaggiata ma non è detto che la destra non sia capace di farsi portavoce di proposte che all'opinione pubblica appaiano più credibili ed immediate. In questo clima di incertezza, soprattutto se la sinistra balbetterà finte risposte, proposte securitarie o autoritarie avranno gioco facile. Per questo non si può non essere della partita e non fare di tutto per vincerla.

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da LINKREDULO DI Mercoledì 01 Giugno 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/2121-precario-sara-lei-la-questione-sociale-al-centro-del-dibattito-poltico.html

martedì 17 maggio 2011

Sono anche elezioni amministrative

Due giorni fa Natalia Aspesi su La Repubblica ha scritto:


“Poiché gli italiani non possono mai occuparsi di se stessi, dei loro problemi, della loro vita, e nel caso dei milanesi, della disoccupazione, della mancanza di case, delle strade dissestate, della sicurezza in periferia, della solitudine che attanaglia tutti, ma solo del premier, soprattutto questa volta non sono chiamati a decidere se questo sindaco ha amministrato bene, o come capita ovunque esista la democrazia, si può provare a cambiare. Noi disgraziati cittadini siamo chiamati a votare soprattutto pro o contro la magistratura, pro o contro il premier. Ci derubano della nostra città, della nostra quotidianità, di noi stessi. Non contiamo nulla.”



È uno sfogo che condivido integralmente con l'aggiunta che, purtroppo, da questa situazione ci siamo fatti prendere la mano anche a sinistra, leggendo ogni passaggio della vita politica italiana solo ed esclusivamente come un accrescimento del consenso e del potere di Silvio Berlusconi o come la possibilità di liberarcene, dimenticandoci che la realtà è un po' più complessa di questo schema binario che rispecchia integralmente la situazione disperata del nostro paese.

Questa tornata elettorale mi ha appassionata da subito pur non essendone coinvolto direttamente: le grandi città dove si vota sembrano essersi date appuntamento per celebrare insieme un importante crocevia delle loro storie. Sono passati ormai 18 anni dall'entrata in vigore di una legge elettorale che conferendo il mandato di sindaco direttamente nelle urne e prevedendo il doppio turno ha profondamente rinnovato le classi dirigenti delle città, talvolta con delle brusche virate, costruendo delle grandi leadeship o demolendole alla velocità della luce. Una lunga linea di continuità all'interno di queste storie sembra nella maggior parte dei casi esser giunta al capolinea in queste elezioni, o quantomeno sembra vacillare.

Milano è il caso più eclatante: nella città di Piazza Affari e di Mediaset, capitale del berlusconismo e della Lega, il centro-destra è in affanno a causa dell'opacità dell'attività amministrativa di Letizia Moratti e dell'entusiasmo che invece il centro-sinistra sembra aver ritrovato dopo aver abbandonato un complesso di inferiorità che l'aveva sempre portato a prediligere candidature e proposte non ostili all'egemonia berlusconian-leghista. Per ben 4 tornate elettorali (1 Formentini, 2 Albertini ed 1 Moratti) non c'è stata storia, ora il centro-destra che ha egemonizzato la città a suon di affari e xenofobia subisce la freddezza di un elettorato che non si fida più.


A Torino sembra profilarsi l'esito più scontato, principalmente in ragione di una candidatura proposta dal centro-destra che pare più un atto di testimonianza che altro. Rimane però un appuntamento interessante nella città operaia per eccellenza il confronto del centro-sinistra con il proprio elettorato a breve distanza dalla vicenda del referendum di Mirafiori, ancor più perché il candidato sindaco, Fassino, tenne un atteggiamento molto deciso nell'appoggiare il piano di Marchionne provocando le ire di parte del mondo operaio e della sinistra (soprattutto ma non solo torinese). La vittoria elettorale di Cota l'anno scorso rende ancor più interessante assistere a che atteggiamento la città, che nella maggioranza votò per la Bresso, ha a distanza di un anno nei confronti del governatore e della Lega.

In una recente puntata di Report si è parlato di Bologna come del crollo di un modello di buongoverno: l'ingloriosa esperienza di Del Bono e la difficoltà riscontrata dal centro-sinistra nel trovare una leadership credibile sono emblematiche dello stato di salute della città. Alle primarie ha prevalso il gaffeur Virginio Merola su Amelia Frascaroli (sostenuta da Vendola e Prodi). La sua vittoria al primo turno appare possibile ma l'entusiamo della base è scarso: appaino infatti lontani i tempi in cui la classe dirigente emiliana e quelle esperienze di governo locale erano viste come un punto di riferimento ed una speranza per la sinistra di tutto il paese. Il Pdl, dopo tante tribolazioni, ha accetto di sostenere Manes Bernardini (Lega nord). Arrivare al ballottaggio sarebbe un successo, ma al di là di come vadano le elezioni prosegue l'avanzata della Lega in Emilia e la candidatura di Bernardini è un ulteriore tassello per la costruzione di una classe dirigente presente sul territorio.

A Napoli il momento di rottura è ancora più evidente: esce di scena Rosa Russo Jervolino che era succeduta (rivendicandone la continuità) ad Antonio Bassolino. Insieme hanno governato la città per 18 anni, cominciati suscitando grandi speranze e costruendo l'immagine di un Sud che combatte il malaffare e imbocca lo sviluppo. Escono di scena tra immondizia e insulti. Il centro-destra attorno a Gianni Lettieri ha raccolto alcuni pezzi di quella classe dirigente tuonando contro la quale ha costruito i successi elettorali delle provinciali del 2009, delle regionali del 2010 (ed in parte anche delle politiche del 2008). Il centro-sinistra, dopo la figuraccia delle primarie si presenta spaccato: il Pd e Sel candidano l'ex-prefetto Morcone e l'Idv con la Fds candida Antonio De Magistris. Qualche mese fa, visti anche i precedenti delle provinciali e delle regionali, la vittoria del centro-destra al primo turno appariva scontata, ancor più in presenza di un centro-sinistra spaccato. L'ipotesi di una candidatura di De Magistris sembrava lontanissima dall'essere qualcosa di diverso da un atto di testimonianza, della serie 'esiste un altro centro-sinistra'. A campagna elettorale iniziata lo scenario si è rivelato molto diverso: Lettieri lontano dal 50% e un secondo posto al ballottaggio in bilico tra Morcone e De Magistris con il primo in vantaggio solo di poco. È difficile persino immaginare cosa succederebbe se, ipotesi non impossibile, l'ex-magistrato dovesse diventare sindaco contro il centro-destra di Cosentino ma anche contro lo stato maggiore del centro-sinistra tutto. Pesante e difficile da capire è stato il mancato appoggio alla sua candidatura del partito di Vendola, con il quale probabilmente ora sarebbe Morcone a rincorrere.



A Cagliari invece il centro-sinistra ha ritrovato l'unità attraverso le primarie proprio attorno ad un candidato vendoliano: il giovane consigliere regionale Massimo Zedda ha battuto alle primarie un pezzo da novanta del Pd, Antonello Cabras, da molti indicato come il mandante dello sgambetto che costò a Soru la fine della legislatura e la rielezione a governatore. Oggi Zedda guida tutta la coalizione contro un centro-destra che vince al primo turno e governa la città dal 1992. La partita, stando ai sondaggi, sembra aperta e questo per il centro-sinistra cagliaritano è già tanto.

Resta inoltre tutta da verificare la consistenza del terzo polo, la sua capacità di costruire una classe dirigente sul territorio, cosa molto più difficile che avere leadership televisive e carismatiche (come sono/sono state quelle di Fini e di Casini). Quanti dirigenti locali che pur condividevano le tesi di Fini quand'era ancora nel Pdl hanno deciso di seguirlo rinunciando aprioristicamente, almeno per questa tornata, a incarichi in giunta o di sottogoverno? A quali ceti, categorie professionali, figure Fli si appoggerà e parlerà?

Solo con la consapevolezza delle tante poste in palio, delle diverse speranze e delle tante frustrazioni ed ansie che si agitano nelle comunità che si recano alle urne è possibile riuscire a restituire della posta in palio un'immagine fedele e giusta. Dall'esito complessivo ne emergeranno anche delle conseguenze, forse molto rilevanti, per la politica nazionale. Ma non è giusto vederci solo questo: la dicotomia Berlusconi sì - Berlusconi no ci ha resi più pigri intellettualmente e meno curiosi, assolvendoci con l'idea che fare politica a sinistra significhi solo lavorare per liberarci di lui. Superarla è il primo modo per tornare padroni di noi stessi. Anche guardando a queste elezioni amministrative.

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da LINKREDULO di sabato 14/5/11 - http://www.linkredulo.it/politica/2072-sono-anche-elezioni-amministrative.html

martedì 1 febbraio 2011

Il crepuscolo del berlusconismo e il voltafaccia dei poteri forti

È opinione largamente condivisa che Berlusconi non si rialzerà dallo scandalo che lo sta travolgendo. L’immenso potere che detiene deve necessariamente indurre alla cautela in qualunque previsione, ma ad avvalorare la tesi della fine del suo regno contribuiscono le prese di posizioni di alcuni poteri forti che nel corso dell’ultimo quindicennio gli sono stati tutt’altro che ostili. Nelle ultime settimane alle prese di distanza e dure critiche provenienti dalla maggior parte della stampa moderata, del vertice di Confindustria e dalla Conferenza episcopale si è aggiunta quella proveniente da Davos.

Nella città svizzera si riuniscono ogni anno al World Economic Forum le elites del mondo finanziario, economico, opinion leader sostenitori del neo-liberismo ed esponenti dei governi occidentali. Nell’incontro di quest’anno si è svolto quello che Federico Rampini ha chiamato il “processo all’Italia” in quanto “paralizzata da Berlusconi” ed in procinto di diventare la palla al piede d’Europa. Dell’ambiente di Davos Berlusconi era sempre stato un eccellente interprete, la sua ascesa politica va letta oltre che come una conseguenza del suo potere economico e mediatico anche come novità che in Italia ha saputo cogliere negli anni ‘90 lo spirito dei tempi: l’epopea del neo-liberismo che proprio a Davos ha il suo tempio.

Mai come ora quindi Berlusconi appare debole ed in declino: i poteri forti che lo hanno incensato e sostenuto, contribuendo ad una sua normalizzazione in cambio di sgravi fiscali, deregolamentazione dei mercati e smantellamento dello stato sociale, gli voltano le spalle.

Verosimilmente nel corso di breve tempo l’Italia volterà pagina, ma tale svolta rischia di essere l’ennesima pagina della sua storia in cui a trionfare è il trasformismo e la capacità di auto-riciclo delle classi dirigenti che abbandonano, un minuto prima che affondi, la nave che hanno contributo a costruire e far salpare. Lungi da una seria autocritica sul loro operato, i poteri che oggi abbandonano Berlusconi lo fanno perché non si sentono più garantiti personalmente da lui. Nella fase di transizione che ci accingiamo a vivere, la cui lunghezza non è dato sapere in anticipo, cercheranno di riposizionarsi cercando nuove figure e forze di riferimento.

Se sulla scena pubblica oggi ci fossero solo loro l’esito di questa transizione sarebbe scontato. A fargli una poco gradita compagnia ci sono però anche il grande movimento che la Fiom ha saputo raccogliere attorno a sé risollevando la questione del lavoro e dandogli voce, gli studenti ed i precari della conoscenza scesi in piazza per manifestare contro la Riforma Gelmini ed i tagli alla pubblica istruzione denunciando con essi lo smantellamento dello stato sociale, il Popolo viola e l’ampia fetta di opinione pubblica riconosciutasi nella mobilitazione in difesa della Costituzione, dell’indipendenza dei poteri e della libertà di stampa. Sono la speranza che dal berlusconismo si possa uscire davvero con un movimento popolare, senza trasformismi di palazzo che finirebbero per riprodurre il terreno di coltura del berlusconismo: quello di una classe dirigente anarcoide ed eversiva che risponde solo a sé stessa ed è pronta in nome di ciò ad avallare ogni scempio civile.

Da una parte ci sono i lavoratori, gli studenti, i precari della scuola e dell’università ed il popolo viola, dall’altra i vertici di Confindustria, le gerarchie ecclesiastiche e la finanza internazionale: più che dall’alleanza elettorale che il centro-sinistra deciderà di adottare è dall’alleanza sociale e dalla scelta tra queste due alternative inconciliabili che dipenderà il futuro dell’Italia. E non scegliere significa aver deciso da che parte stare: quella dei più forti.

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da Linkredulo di LUNEDì 31/1/11 - http://www.linkredulo.it/opinioni/1743-il-berlusconismo-ed-i-poteri-forti.html

venerdì 10 settembre 2010

2001-2010: metamorfosi del berlusconismo ed eclissi della politica

da LINKREDULO di Giovedì 09 Settembre 2010 22:44 - http://www.linkredulo.it/politica/1404-2001-2010-metamorfosi-del-berlusconismo-ed-eclissi-della-politica.html

La campagna elettorale del 2001 la ricorderò per sempre: avevo 16 anni ed era la prima a cui partecipavo attivamente. Ripensandoci oggi riesco a comprendere alcuni aspetti che all’epoca sfuggivano allo sguardo di un adolescente e facendolo mi balza agli occhi com’era diversa quella fase del berlusconismo da quella attuale.

Durante quella campagna elettorale Berlusconi riuscì a costruire un sogno ed a trasmetterlo al suo elettorato. Erano anni in cui il credo neo-liberista non incontrava resistenze e si pensava che la caduta del muro di Berlino e l’avanzata del mercato su tutto il globo terrestre avrebbero diffuso il benessere e la libertà ovunque. Si trattava insomma, almeno nella propaganda, di una forma di universalismo: un’idea di società in cui per tutti è possibile essere felici. A fianco di questa metamorfosi geopolitica era egemone in Occidente un individualismo che celebrava il successo del singolo e proprio in questa chiave declinava la felicità. Berlusconi si fece interprete di entrambi questi aspetti: il primo nella forma di disegno politico ed il secondo incarnandolo con la sua biografia (opportunamente riveduta e corretta da abili comunicatori). La fase finale della campagna elettorale coincise con il 1° Maggio ed in quell’occasione Berlusconi sostenne che avrebbe creato nuovi posti di lavoro perché facendo l’interesse delle aziende avrebbe permesso a queste di creare nuova occupazione: un’affermazione che riletta oggi, alla luce della legge 30, appare in tutta la sua assurdità ma che allora riuscì a convincere gran parte dell’opinione pubblica. In questo contesto va anche inserita la crisi della politica avviatasi nell’89 con la fine di quelle che venivano chiamate le “grandi narrazioni” ed aggravata in Italia dal discredito che sulla classe politica gettò senza appello l’inchiesta di Mani Pulite. Anche in questo Berlusconi si fece interprete dello spirito dei tempi presentandosi come l’uomo d’azienda, di successo, quello concreto ed estraneo alle pastoie ed all’inconcludenza della politica. Ricorrente nella campagna elettorale era l’espressione “governerò l’azienda Italia”.

Ponendo l’accento su questi aspetti non voglio ridimensionare l’impatto che su quella campagna elettorale (e su tutte le successive) ebbe il controllo della maggior parte dei media, ne’ gli errori del centro-sinistra. Il mio intento è considerare la vicenda berlusconiana in un più ampio contesto in cui a fianco dell’eccezione democratica, tutta italiana, c’era una regola economico-sociale uniforme in tutto l’Occidente a tal punto da spingere i governi progressisti ad adeguarvisi. Questo aspetto infatti, a mio parere, non è mai stato sufficientemente indagato ed è una delle cause, forse la principale, della mancanza di credibilità del centro-sinistra attuale e della sua incapacità di creare una prospettiva credibile di futuro. Il delirante Berlusconi degli ultimi anni, il suo ineguagliabile potere economico e mediatico e la rozzezza che lo circonda hanno infatti indotto in molti erroneamente l’idea che alla base del suo successo politico non ci sia alcun sogno, alcuna utopia attorno alla quale si è raccolto il suo consenso.

Ed oggi? Cosa è cambiato nel modo di Berlusconi di porsi sulla scena pubblica? La speranza che il suo governo avrebbe creato prospettive di vita migliori per tutti si è irrimediabilmente arenata sul crescente divario nella distribuzione della ricchezza e su una normativa in tema di mercato del lavoro che ha privato le giovani generazioni di ogni speranza. Già alla fine del mandato iniziato con quella roboante vittoria non si sentiva più Berlusconi prospettare un futuro migliore per tutti. Emblematico è il caso della scuola: nel 2001 quello di una riforma della scuola basata sulle tre i (inglese, internet, impresa) era uno dei temi su cui si basò la campagna elettorale. Quel disegno era perfettamente coerente con quanto descritto prima e si trattava di un’idea di scuola, con la quale essere o meno d’accordo. Passati gli anni la scuola si è trasformata sull’agenda berlusconiana da luogo di questa prospettata rivoluzione a settore da tagliare.

A quella prospettiva universalistica (non più credibile dopo quei 5 anni di governo) si è sostituito un altro approccio tipico dei regimi: l’accusa nei confronti dei sabotatori, divenuta anno dopo anno più frequente e trasferitasi dall’opposizione ad alcune “elitès di merda” (Brunetta dixit) come la magistratura, gli intellettuali e i giornali non compiacenti fino ad arrivare ad intere categorie sociali, in particolar modo i dipendenti pubblici. Berlusconi è passato dall’unire una cospicua parte di opinione pubblica attorno ad un sogno ad unirla attorno all’avversione per l’altra parte d’Italia. Ha trovato terreno fertile in un mai sopito sentimento anti-comunista, nell’idea, incrementata da tangentopoli, che il settore pubblico e chi vi lavora sia parassitario ed in ciò che restava del fascino del self-made man.

A fianco di una mancanza di radicalità nell’opporsi all’eversione berlusconiana, ritengo che il principale errore del centro-sinistra nel 2006 sia stato quello di non aver saputo contrapporre al declinante sogno berlusconiano un altro sogno, un’altra idea di società, smarcandosi più nettamente dal credo neo-liberista. Perdendo qualche pezzo di coalizione si sarebbe potuta condurre una campagna elettorale con un po’ più di chiarezza sui temi chiave e con un programma un po’ più coinvolgente ed entusiasmante del pur sacrosanto stato dei conti pubblici, in nome dei quali è davvero impensabile chiamare un popolo alla mobilitazione.

Nelle elezioni del 2008 abbiamo potuto vedere come il sogno berlusconiano era completamente sparito. Il fallimento dell’esperienza di governo del centro-sinistra gli ha offerto un motivo in più per condurre la campagna elettorale esclusivamente nella modalità suddetta: legittimare ed esaltare il pensiero di una parte dell’opinione pubblica di essere migliore dell’altra. La caccia ai sabotatori però si è rivelato ancora una volta l’unico rimedio per colmare il vuoto di politica: la vicenda di Fini lo testimonia. A ciò va aggiunta la crisi economica del’08, tanto epocale da indurre tutti i leaders conservatori occidentali a ripensare l’intervento dello Stato nella vita pubblica. Ciò era però incompatibile con il sogno berlusconiano e tale incompatibilità si è tradotta in un balbettio negli interventi per affrontarla o in contrasti con la politica del rigore di Tremonti.

Oggi al popolo berlusconiano ed all’opinione pubblica ancora disposta a credergli resta, rinvigorito dall’astio verso l’altra parte d’Italia, il cadavere di quel vecchio sogno che mantiene una credibilità posticcia grazie all’assenza di alternative valide e pronte al confronto; opzione a cui talvolta il centro-sinistra sembra aver purtroppo rinunciato.