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sabato 25 febbraio 2012

Angelino Alfano e i giovani d'oggi


La nomina di Alfano a segretario del Pdl è stata senz'ombra di dubbio la novità politica più rilevante nel centro-destra dopo la batosta elettorale alle amministrative della scorsa primavera. Dopo 17 anni Berlusconi sembrava fare per la prima volta un passo indietro, reagendo all'impopolarità certificata prima dalle amministrative e poi dai referendum con una cessione di sovranità ad un politico molto più giovane di lui ma dalla comprovata fiducia (dove lo trovi uno che ci mette la faccia su un qualcosa di impresentabile come il lodo Alfano?).

Lui, il giovane segretario, si è saputo fin'ora giocare al meglio quest'occasione: non ha mai sconfessato la leadeship berlusconiana, ha potuto presentarsi come l'unico capace di fare da sintesi tra le diverse correnti del Pdl proprio in virtù della sua estraneità alle beghe interne garantita dalla vicinanza al capo. I vari capi-bastone hanno accettato di buon grado la nomina di Alfano proprio perché, assieme a ridimensionare le proprie velleità, faceva la stessa cosa con quelle altrui garantendo un periodo di tregua armata.

La cosa più sorprendente però Alfano è riuscito a farla con l'opinione pubblica: puntando tutto sulla memoria a breve termine degli italiani, si è presentato come la novità, giocando molto nell'apparire ggiovane (rigorosamente con due g), capace di interagire con i social network, di parlare un linguaggio pratico. E fin'ora ci è riuscito: ha rimesso in pista il Pdl minando la certezza di quanti, me compreso, credevano che nel post-berlusconismo il Pdl sarebbe imploso. Il governo tecnico ed il fallimento del governo Berlusconi sono stati per lui una benedizione, la grande occasione per lasciare che il passato si allontani da sé senza il bisogno che nessuno ne prenda le distanze. Non lo ammetterà mai pubblicamente, ma sa meglio di chiunque altro che è così.

La partita però è ancora tutta da giocare: Formigoni ha già annunciato di volersi candidare alle primarie del Pdl per succedere a Berlusconi e la Lega, prima della nascita del governo tecnico che la sta allontanando dal Pdl, aveva dichiarato di volerlo sostenere. Alfano avrebbe il sostegno dei berlusconiani di ferro e di gran parte della componente ex-an, sarebbe cioè la candidatura ufficiale, sostenuta dallo stato maggiore del partito. In quest'ottica si collocano le ipotesi di tandem con Alemanno o con Giorgia Meloni (caldeggiata dalla componente giovanile). Un ticket targato Agrigento-Roma potrebbe però rivelarsi un grosso handicap, soprattutto se l'altro candidato è un uomo radicato nel Nord come Formigoni e potrebbe ottenere il sostegno della Lega. La soluzione potrebbe venire proprio da un tentativo (magari sostenuto da Berlusconi) di un tandem con un nome proposto proprio dalla Lega, che non potrebbe che essere Maroni.

Il governo tecnico inoltre ha offerto ad Alfano l'occasione di riallacciare i rapporti con l'Udc, forza culturalmente affine al centro-destra ma indisponibile ad allearvisi fino a quando questo sarebbe stato guidato da Berlusconi.

Come si evolverà la vicenda politica di Alfano e del Pdl è difficile da prevedere: fino ad ora, dal post-referendum tutto sembra essere andato per il verso giusto ma è difficile pensare che Alfano riuscirà a mantenere unito il partito e salda la sua leadership anche dopo una eventuale sconfitta elettorale, cosa invece riuscita a Berlusconi ben due volte nel 1996 e nel 2006. Una cosa è però certa: quella che per il centro-sinistra sembrava una passeggiata è stata complicata da una serie di circostanze e dall'attivismo che Alfano ha sfoderato.


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da LINKREDULO del 4/1/12 - http://linkredulo.it/giornale/politica/2450-angelino-alfano-e-i-giovani-doggi.html

Berlusconi ancora in sella?


Dopo aver analizzato la situazione del Terzo Polo, della Lega, del Pd, di Sel, Idv e Fds proviamo ad analizzare la situazione del Pdl. Non a caso ho lasciato per ultimo il partito di Berlusconi: per esso l’analisi è particolarmente complessa, gravata dall’incognita del futuro del suo leader e delle molteplici e diversificate componenti che è riuscito in questi anni a tenere insieme. Per tale motivo affronterò la questione in tre articoli diversi, uno incentrato sul leader uscente e gli altri due sui due candidati alla leadership venuti allo scoperto: Alfano e Formigoni.

Le dimissioni di Berlusconi erano lo scenario più inaspettato in quella primavera 2008 che vide l’inizio di questa legislatura. Tanta acqua è passata sotto i ponti ed il mondo di oggi è radicalmente diverso da quello di tre anni fa: basti citare la crisi finanziaria, l’elezione di Obama e la primavera araba, tre eventi epocali che hanno ridisegnato gli equilibri pre-esistenti persino in quell’Italia che sembrava così refrattaria al cambiamento.

Berlusconi non è stato, non è e non sarà un leader normale, è bene ricordarcelo ancora oggi che è nell’ombra. È a capo di un partito personale nel quale il dissenso non ha diritto di cittadinanza e dispone di un potere economico e mediatico capace di per sé di condizionare pesantemente la scena politica. Le 17 leggi ad personam approvate sotto i suoi governi (circa due all’anno) spiegano meglio di qualunque analisi i moventi della sua “discesa in campo” e la sua indisponibilità (meglio dire impossibilità) ad uscire di scena come qualunque altro uomo politico. Le dimissioni che ha rassegnato ormai più di un mese fa non cambiano la scena: nel Pdl nessuno osa sconfessare apertamente la linea del leader, chiunque voglia costruire uno spazio per la propria leadership deve o dichiararsene erede in toto (Alfano) o fare salti mortali per mostrarsi diverso senza attaccarlo (Formigoni). Il suo potere mediatico è intatto e pronto ad assecondarne qualunque scelta: rilanciare la propria leadership o lanciare quella da lui benedetta. I suoi interessi economici e giudiziari restano intatti e la difficoltà di passare il testimone ad un successore è ad essi strettamente legato: come fare a fidarsi in questo ambito di qualcuno che non sia egli stesso?

Qualunque successore, sopravvivendo politicamente a Berlusconi, potrebbe prima o poi, in un momento di crisi di consenso, scegliere di sacrificare gli interessi dell’impopolare predecessore per salvarsi. Alfano è nato politicamente mettendo la faccia su quel lodo che garantiva a Berlusconi l’impunità. Questo ‘peccato originale’ lo rende agli occhi di Berlusconi più affidabile degli altri. Mai però quanto se stesso, motivo per il quale non ci sarebbe da stupirsi se, contro ogni evidenza, Berlusconi covasse ancora in sé la speranza di tornare in sella.


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da LINKREDULO del 29/12/11 - http://linkredulo.it/giornale/politica/2445-berlusconi-ancora-in-sella.html


Il Pd: da (presunto) vincitore contro Berlusconi a ostaggio di Monti


Continuiamo il nostro approfondimento sull’attuale situazione politica. Dopo aver preso in esame il Terzo polo e la Lega Nord, oggi dedichiamo le nostre attenzioni al Partito democratico.

Il governo Monti può essere rivendicato dal partito di Bersani come un successo ma, di fatto, commissariando la politica commissaria anche il Pd, reo di non aver saputo tracciare durante l’estate altra rotta che non fosse quella del congelamento di se stesso insieme a Berlusconi in nome della responsabilità nazionale. La rivendicazione di una differenza dal centro-destra risiedeva non nel “noi sappiamo cosa fare”, ma nel “noi siamo disposti ad affidarci ai tecnici”, troppo poco per un partito che ambisce ad essere il più suffragato e ad esprimere una leadership.

Ora si trova in una situazione paradossale: quella di chi deve rivendicare una vittoria sostenere un esecutivo lontano politicamente e culturalmente dalle aspettative del proprio elettorato. Nel crocevia della globalizzazione il centro-sinistra italiano ha sempre posto l’accento sulla priorità della stabilità dei conti pubblici per attuare poi, in un tempo imprecisato, politiche redistributive. Quel tempo imprecisato non è mai arrivato perché il centro-destra è sempre stato capace di capitalizzare elettoralmente il dissenso verso le misure di austerithy, vincendo le elezioni e segnando l’inversione di tendenza. Oggi il copione si ripete: se il Pdl cerca di apparire quanto più distaccato dalle misure di Monti ed il Terzo polo esalta il suo ‘buon senso’ ed il superamento del bipolarismo, il Pd si mostra convinto nel sostegno al governo, ci mette la faccia motivando il tutto nell’ottica del ‘serve non far fallire il paese’ e sperando che l’elettorato conservi la memoria che l’amaro calice va bevuto per colpa dei ritardi e delle incapacità di Berlusconi e del Pdl. Sarà difficile proporsi come alternativa e perno di una coalizione con partiti che non sostengono il governo. Il congelamento dello scontro politico rischia di essere per il Pd un colpo di spugna che cancella in poco tempo la memoria del passato recente, unica forza reale al momento capace di dargli lo slancio per farlo diventare maggioranza.


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da LINKREDULO del 9/12/11 - http://linkredulo.it/giornale/politica/2418-il-pd-da-presunto-vincitore-contro-berlusconi-a-ostaggio-di-monti.html

La Lega al Purgatorio dell'opposizione


I programmi della Lega erano altri e fino ad un anno fa tutto sembrava andare bene: continuare a crescere elettoralmente, conquistare posti chiavi nelle amministrazioni locali, ostentare un cinico distacco dal Pdl e dagli scandali legati a Berlusconi sostenendo la linea che si stava insieme perché c'era bisogno dei voti per il federalismo.

Un epilogo del berlusconismo era prevedibile già un anno fa ed oltre (non fosse altro per questioni anagrafiche), ma la Lega non se ne preoccupava, anzi: in assenza di partiti nazionali capaci guidare una transizione (apparendo fino all'anno scorso il Pd sempre più in ritirata al Nord) e con il vento dell'anti-politica che spirava forte, la speranza era quella di capitalizzare le esperienze di governo nelle amministrazioni del Nord ed i pochi risultati del governo centrale targati Lega per alzare il livello delle rivendicazioni, magari rispolverando il vessillo secessionista. Era un piano che sembrava filare liscio ed invece...

I festeggiamenti per i 150 anni non hanno giovato: soprattutto nel Piemonte di fresca conquista con l'elezione di Cota le celebrazioni hanno risvegliato un sentimento patriottico in tutta l'opinione pubblica, marginalizzando gli esponenti leghisti che se ne sono allontanati o lo hanno irriso. L'alluvione in Veneto e la cattiva gestione che il governo centrale ne ha fatto hanno creato malumore anche nel tanto declamato Nord-Est. La perdurante situazione di stallo del governo centrale, incapace di affrontare la crisi, ha reso sempre più difficile presentare l'alleanza con Berlusconi come l'amaro calice, necessario per incassare dei risultati che non arrivavano, facendo montare nella base e nell'elettorato una legittima domanda: ma ne vale la pena? Questa domanda, come un pericoloso tarlo, ha scalato i vertici del partito, arrivando per la prima volta nella sua storia ad una evidente spaccatura. La sconfitta a Milano e la posizione presa in occasione dei referendum (sintomo di come i vertici avevano perso il polso dell'opinione pubblica) sono stati la dimostrazione evidente che qualcosa si era rotto.

La lunga estate, con manovre su manovre, situazioni di empasse create anche dalle prese di posizioni di Bossi, ha logorato ulteriormente il partito che è apparso ormai parte delle pastoie romane incapaci di decidere e lontane dalle preoccupazioni della gente.

Fatte queste premesse non è difficile capire perché il governo Monti ed il passaggio all'opposizione sia stato vissuto quasi con gioia dalla Lega. La crisi del berlusconismo che si credeva catastrofica si è verificata ma è stata congelata dal governo tecnico. L'innalzamento del livello del conflitto, la riscoperta della battaglia secessionista (vedi la convocazione del parlamento del nord) appaiono in questa fase poco credibili, anche perché la politica tutta è stata commissariata e non è ad essa che l'opinione pubblica guarda sperando che risolva i problemi. Le misure di austerithy però possono cambiare velocemente lo scenario: dal successo o insuccesso del governo Monti, dalla sua popolarità dipende anche il destino della Lega.


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da LINKREDULO del 25/11/11 - http://linkredulo.it/giornale/politica/2397-alfredo-ferrara.html

Vince solo il Terzo polo (per ora!)


Decifrare l'attuale situazione politica è alquanto complicato, soprattutto perché le dimissioni di Berlusconi e l'iniziativa di Napolitano che ha portato ad un governo delle larghissime intese lasciano tante incognite sul terreno cui soltanto l'evolversi dei fatti saprà dare delle risposte.

E' scontato dire che a perdere siano stato Berlusconi, Bossi, il Pdl e la Lega: eletti in pompa magna con un'ampia maggioranza si sono dimostrati incapaci di governare la crisi. Sulla loro situazione ci torneremo in un altro articolo. E' difficile poter sostenere che a vincere sia stato il centro-sinistra, costretto a condividere con Berlusconi il sostegno ad un governo che rischia di logorare e dividere i protagonisti del cosìddetto “Patto di Vasto”. Anche su questo torneremo in un altro articolo.

Un vincitore certo però c'è: il terzo polo di Fini, Casini e Rutelli. Sono gli unici che potranno sostenere convintamente il governo Monti senza esitazioni o imbarazzi nei confronti del proprio elettorato. Casini e Rutelli da tempo sostengono il superamento del bipolarismo, Fini il superamento delle categorie destra/sinistra. Il governo Monti è la perfetta incarnazione di quanto hanno predicato i tre in questi anni. Culturalmente inoltre il professore di Varese è senza dubbio molto più affine al PPE che al PSE, e la via d'uscita dalla crisi che traccerà sarà difficilmente difforme dalla via egemone in Europa: tagli, liberalizzazioni, sostegno alla crescita senza politiche redistributive o costruzione di nuovo welfare. Condirà il tutto con qualche misura “di sinistra” per rendere la minestra meno indigesta al Pd, ma la via maestra sarà coerente con i governi della Merkel, di Sarkozy e di Cameron.

Inoltre la sconfitta di Berlusconi li fa uscire dalla marginalità in cui erano stati scacciati: i mercati hanno mostrato la più totale sfiducia nel governo italiano, nei suoi annunci, nelle sue lotte intestine e nella sua mancanza di prospettiva di lungo termine (dovuta alla fase calante della leadeship berlusconiana). Nel 2008 svincolandosi da Casini e nel 2010 cacciando Fini, Berlusconi ha preteso di poter fare tutto da solo, di rappresentare da solo tutto il centro-destra italiano: moderati, cattolici, liberali, conservatori etc. E' andato a sbattere violentemente contro i mercati che, sfiduciandolo, ne hanno minato l'immagine di garante dei ceti produttivi che, ora, guardano a Monti con fiducia e speranza. Chi lo sosterrà senza esitazioni e senza distinguo (e solo il terzo polo può farlo!), partecipando dell'immagine di un governo fattivo, lontano dalla gazzarra degli ultimi anni, è destinato ad accrescere i propri consensi.


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da LINKREDULO del 16/11/11 - http://linkredulo.it/giornale/politica/2374-vince-solo-il-terzo-polo-per-ora.html

sabato 15 ottobre 2011

Il caos regna sovrano


In questi giorni di bufera economico-finanziaria e di incertezza politica chi ci capisce qualcosa è bravo. Che un ciclo politico sia giunto al termine è evidente a tutti (di centro, di destra e di sinistra), il giudizio su di esso spetterà agli storici, soprattutto in merito alla capacità che Berlusconi ha avuto nel 1994 di cogliere lo spirito dei tempi con un coup de teatre troppo frettolosamente degradato dagli avversari ad 'anomalia'. Da allora la scena politica è stata monopolizzata da Berlusconi: basti pensare al fatto che, Lega a parte, ad oggi non esiste in Parlamento più nessun partito presente nel 1994 ed in ogni metamorfosi e gemmazione che hanno portato all'attuale quadro parlamentare vi è in un modo o nell'altro il suo influsso.

All'interno del suo partito poi Berlusconi è stato capace di tenere insieme quanto di più diverso possibile (ex-PSI, ex-DC, ex-MSI) facendo contemporaneamente crescere una classe dirigente a sua immagine e somiglianza pescata, senza gavetta politica, dal mondo dell'imprenditoria, dello spettacolo, delle professioni. Il percorso politico di Forza Italia prima e del Pdl poi è stato un tutt'uno con quello del suo leader, benché crescessero al loro interno esperienze (come quella di Formigoni) che ambivano ad un'autonomia e che puntavano tatticamente al ricambio generazionale.

La crisi economico finanziaria del 2008 ha cambiato radicalmente il contesto sociale, costringendo il berlusconismo a confrontarsi con una realtà che era esattamente l'opposto di quella che aveva permesso la sua nascita. I problemi in termini di consenso non sono cominciati subito (frutto soprattutto dell'impopolare memoria del governo Prodi) ma lentamente hanno fatto capolino.

Il dilemma di fronte al quale ci troviamo oggi era abbastanza prevedibile: ci sarà qualcuno capace di assumere la totalità dell'eredità politica di Berlusconi? Quello che non ci poteva attendere è che bisognasse rispondere urgentemente a questo quesito, sotto la pressione dei mercati finanziari e dell'Europa. La successione senza parricidio è la cosa più difficile che possa esserci: ultimamente è riuscita solo a Lula (sull'onda di un consenso personale schiacciante) ed a Putin (in barba alle regole democratiche). Fare previsioni, o prestar fiducia a chi ne fa, è davvero inutile.


da LINKREDULO di MERCOLEDì 12 OTTOBRE 2011 - http://www.linkredulo.it/politica/2293-il-caos-regna-sovrano.html


domenica 31 luglio 2011

L’inversione dei ruoli nella politica pugliese

La polemica sulla sicurezza tra Pdl ed Emiliano e la mancata nomina del Prefetto di Bari ripropongono per l’ennesima volta lo stesso copione nel centro-destra barese. La vicenda è presto detta: il Pdl da qualche settimana denuncia il problema sicurezza in città snocciolando dati, denunciando omissioni etc. In questo contesto si inserisce la marcia per la sicurezza promossa al quartiere Libertà. Emiliano da parte sua risponde che ci vuole una bella faccia tosta per sollevare una tale questione se da mesi la città di Bari è senza Prefetto per responsabilità delle beghe di due pezzi da novanta del centro-destra nazionale (entrambi salentini): Raffaele Fitto ed Alfredo Mantovano.

Al di là di quello che sarà l’esito di questa vicenda, ciò che emerge in maniera netta ed inequivocabile è lo stato del centro-destra barese e pugliese: stretto a metà tra personalità di rilievo nazionale ormai lontane dalla Puglia e disposte tutt’al più ad interessarsene da Roma (quasi sempre configgendo tra loro) ed una classe dirigente locale che pullula di mastini da opposizione ma latita di personalità capaci di unire l’opinione pubblica in una proposta politica. In questo l’infaticabile Ninni Cea ha molto in comune con “il soldato” Rocco Palese: capaci di fare le pulci ad Emiliano ed a Vendola, di marcarli stretti senza stancarsi mai, è davvero difficile pensare che possano risultare convincenti come sintesi di una coalizione che si propone di governare. Il risultato di Palese alle regionali ha parlato chiaro in proposito. Il tentativo del centro-destra barese di riproporre la minestra-riscaldata Di Cagno Abbrescia altrettanto.

L’effetto di tutto ciò sul centro-sinistra è lo smarrimento di quella che a mio parere era la cifra della Primavera pugliese: una strutturale e storica estraneità al potere, rimasta il punto di forza delle giunte Emiliano e Vendola almeno per il primo mandato durante il quale sembrava ancora incredibile aver vinto le elezioni e si temeva di dover assistere al ritorno alla normalità in poco tempo, il tempo della fine del mandato e di nuove elezioni per l'appunto. Alla scadenza elettorale sono però emersi i limiti del centro-destra di cui tutt'oggi questi sembra prigioniero e di cui ho parlato sopra, limiti che stanno riuscendo nel mai arduo compito di far prendere ai partiti al governo confidenza col potere, le sue lusinghe e le sue illusorie promesse di amore eterno.

La situazione di stallo è a tratti deprimente, soprattutto per un'opinione pubblica che, a destra come a sinistra, era abituata a considerarsi laboratorio politico nazionale.

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da LINKREDULO di DOMENICA 31 LUGLIO -
http://www.linkredulo.it/politica/2225-linversione-dei-ruoli-nella-politica-pugliese.html



La bella estate del Cavaliere

E siamo alla quarta estate dalla vittoria elettorale di Berlusconi del 2008. Sembrava inimmaginabile che il centro-destra italiano potesse riuscire in poco tempo a dilapidare un consenso che sembrava illimatato. Un giorno, quando si scriverà la storia d'Italia, molte pagine saranno dedicate a questi anni popolati da scandali, colpi di scena, tradimenti in ambito nazionale ed echi di eventi epocali provenienti da fuori confine.

Tra i momenti più travagliati della vita del governo ci sono sicuramente da annoverare le sue estati (tutte tranne la prima, quella del 2008), tutte animate da questioni capaci di travolgere irrimediabilmente il governo alla faccia del luogo comune che vuole il dibattito politico sotto l'ombrellone fatto di polemiche sterili e proposte pronte a insabbiarsi alla riapertura dei lavori parlamentari.

Questa specie di maledizione ebbe inizio nell'estate 2009, alla vigilia della quale Patrizia D'Addario in un'intervista al Corriere della Sera dichiarava di aver passato una notte a Palazzo Grazioli e di aver registrato delle conversazioni col Premier. Seguì di lì a poco la pubblicazione di queste intercettazioni ambientali ed un'estate al veleno in cui La Repubblica e l'allora segretario del Pd Franceschini non risparmiarono alcun colpo a Berlusconi su questa vicenda. L'estate 2009 invece si aprì con l'epurazione di Fini dal Pdl e la formazione dei gruppi parlamentari di Futuro e Libertà, mina vagante della coalizione ed all'epoca dotati della consistenza tale per far cadere il governo. Tutta l'estate la si passò a discutere quanto i finiani facessero sul serio nell'attesa di poterlo constatare alla riapertura del Parlamento.

Dopo il voto del 14 Dicembre 2010 che sancì la sopravvivenza del Governo anche senza i voti dei finiani sembrava che il cammino fosse in discesa per Berlusconi. La maledizione delle estati però ecco che non si smentisce e fa iniziare l'estate 2011, dopo la sconfitta alle elezioni ed ai referendum, con un voto parlamentare che spacca l'asse Pdl-Lega lasciando l'incognita dell'affidabilità dell'alleto più fidato, con un Pdl spaccato e, soprattutto, una situazione finanziaria di fronte alla quale la coalizione di governo sembra del tutto incapace di reagire.

Su questa fatalità che vede i momenti più incerti di questo governo cadere tutti d'estate possiamo scherzarci, chiamarla maledizione, farci le macumbe etc. C'è però da chiedersi, e qui il sorriso forse viene un po' meno, se di fronte a questioni così imbarazzanti (2009), intricate (2010) ed epocali (2011) Berlusconi non si fosse trovato quando il dibattito politico è sopito, l'opinione pubblica distratta ed il parlamento fermo quale ne sarebbe stato l'esito? Ad esempio, la sua assenza in questa fase di crisi della credibilità del nostro paese e di crisi delle borse europee non passerebbe così inosservata, quasi normale, se non fossimo in una stagione in cui siamo abituati a veder latitare la classe dirigente dalla scena pubblica che non passa dal gossip e dalle foto al mare con pargoli, consorti ed amici.


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da LINKREDULO di GIOVEDÌ 28 LUGLIO 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/2223-la-bella-estate-del-cavaliere.html


martedì 17 maggio 2011

Sono anche elezioni amministrative

Due giorni fa Natalia Aspesi su La Repubblica ha scritto:


“Poiché gli italiani non possono mai occuparsi di se stessi, dei loro problemi, della loro vita, e nel caso dei milanesi, della disoccupazione, della mancanza di case, delle strade dissestate, della sicurezza in periferia, della solitudine che attanaglia tutti, ma solo del premier, soprattutto questa volta non sono chiamati a decidere se questo sindaco ha amministrato bene, o come capita ovunque esista la democrazia, si può provare a cambiare. Noi disgraziati cittadini siamo chiamati a votare soprattutto pro o contro la magistratura, pro o contro il premier. Ci derubano della nostra città, della nostra quotidianità, di noi stessi. Non contiamo nulla.”



È uno sfogo che condivido integralmente con l'aggiunta che, purtroppo, da questa situazione ci siamo fatti prendere la mano anche a sinistra, leggendo ogni passaggio della vita politica italiana solo ed esclusivamente come un accrescimento del consenso e del potere di Silvio Berlusconi o come la possibilità di liberarcene, dimenticandoci che la realtà è un po' più complessa di questo schema binario che rispecchia integralmente la situazione disperata del nostro paese.

Questa tornata elettorale mi ha appassionata da subito pur non essendone coinvolto direttamente: le grandi città dove si vota sembrano essersi date appuntamento per celebrare insieme un importante crocevia delle loro storie. Sono passati ormai 18 anni dall'entrata in vigore di una legge elettorale che conferendo il mandato di sindaco direttamente nelle urne e prevedendo il doppio turno ha profondamente rinnovato le classi dirigenti delle città, talvolta con delle brusche virate, costruendo delle grandi leadeship o demolendole alla velocità della luce. Una lunga linea di continuità all'interno di queste storie sembra nella maggior parte dei casi esser giunta al capolinea in queste elezioni, o quantomeno sembra vacillare.

Milano è il caso più eclatante: nella città di Piazza Affari e di Mediaset, capitale del berlusconismo e della Lega, il centro-destra è in affanno a causa dell'opacità dell'attività amministrativa di Letizia Moratti e dell'entusiasmo che invece il centro-sinistra sembra aver ritrovato dopo aver abbandonato un complesso di inferiorità che l'aveva sempre portato a prediligere candidature e proposte non ostili all'egemonia berlusconian-leghista. Per ben 4 tornate elettorali (1 Formentini, 2 Albertini ed 1 Moratti) non c'è stata storia, ora il centro-destra che ha egemonizzato la città a suon di affari e xenofobia subisce la freddezza di un elettorato che non si fida più.


A Torino sembra profilarsi l'esito più scontato, principalmente in ragione di una candidatura proposta dal centro-destra che pare più un atto di testimonianza che altro. Rimane però un appuntamento interessante nella città operaia per eccellenza il confronto del centro-sinistra con il proprio elettorato a breve distanza dalla vicenda del referendum di Mirafiori, ancor più perché il candidato sindaco, Fassino, tenne un atteggiamento molto deciso nell'appoggiare il piano di Marchionne provocando le ire di parte del mondo operaio e della sinistra (soprattutto ma non solo torinese). La vittoria elettorale di Cota l'anno scorso rende ancor più interessante assistere a che atteggiamento la città, che nella maggioranza votò per la Bresso, ha a distanza di un anno nei confronti del governatore e della Lega.

In una recente puntata di Report si è parlato di Bologna come del crollo di un modello di buongoverno: l'ingloriosa esperienza di Del Bono e la difficoltà riscontrata dal centro-sinistra nel trovare una leadership credibile sono emblematiche dello stato di salute della città. Alle primarie ha prevalso il gaffeur Virginio Merola su Amelia Frascaroli (sostenuta da Vendola e Prodi). La sua vittoria al primo turno appare possibile ma l'entusiamo della base è scarso: appaino infatti lontani i tempi in cui la classe dirigente emiliana e quelle esperienze di governo locale erano viste come un punto di riferimento ed una speranza per la sinistra di tutto il paese. Il Pdl, dopo tante tribolazioni, ha accetto di sostenere Manes Bernardini (Lega nord). Arrivare al ballottaggio sarebbe un successo, ma al di là di come vadano le elezioni prosegue l'avanzata della Lega in Emilia e la candidatura di Bernardini è un ulteriore tassello per la costruzione di una classe dirigente presente sul territorio.

A Napoli il momento di rottura è ancora più evidente: esce di scena Rosa Russo Jervolino che era succeduta (rivendicandone la continuità) ad Antonio Bassolino. Insieme hanno governato la città per 18 anni, cominciati suscitando grandi speranze e costruendo l'immagine di un Sud che combatte il malaffare e imbocca lo sviluppo. Escono di scena tra immondizia e insulti. Il centro-destra attorno a Gianni Lettieri ha raccolto alcuni pezzi di quella classe dirigente tuonando contro la quale ha costruito i successi elettorali delle provinciali del 2009, delle regionali del 2010 (ed in parte anche delle politiche del 2008). Il centro-sinistra, dopo la figuraccia delle primarie si presenta spaccato: il Pd e Sel candidano l'ex-prefetto Morcone e l'Idv con la Fds candida Antonio De Magistris. Qualche mese fa, visti anche i precedenti delle provinciali e delle regionali, la vittoria del centro-destra al primo turno appariva scontata, ancor più in presenza di un centro-sinistra spaccato. L'ipotesi di una candidatura di De Magistris sembrava lontanissima dall'essere qualcosa di diverso da un atto di testimonianza, della serie 'esiste un altro centro-sinistra'. A campagna elettorale iniziata lo scenario si è rivelato molto diverso: Lettieri lontano dal 50% e un secondo posto al ballottaggio in bilico tra Morcone e De Magistris con il primo in vantaggio solo di poco. È difficile persino immaginare cosa succederebbe se, ipotesi non impossibile, l'ex-magistrato dovesse diventare sindaco contro il centro-destra di Cosentino ma anche contro lo stato maggiore del centro-sinistra tutto. Pesante e difficile da capire è stato il mancato appoggio alla sua candidatura del partito di Vendola, con il quale probabilmente ora sarebbe Morcone a rincorrere.



A Cagliari invece il centro-sinistra ha ritrovato l'unità attraverso le primarie proprio attorno ad un candidato vendoliano: il giovane consigliere regionale Massimo Zedda ha battuto alle primarie un pezzo da novanta del Pd, Antonello Cabras, da molti indicato come il mandante dello sgambetto che costò a Soru la fine della legislatura e la rielezione a governatore. Oggi Zedda guida tutta la coalizione contro un centro-destra che vince al primo turno e governa la città dal 1992. La partita, stando ai sondaggi, sembra aperta e questo per il centro-sinistra cagliaritano è già tanto.

Resta inoltre tutta da verificare la consistenza del terzo polo, la sua capacità di costruire una classe dirigente sul territorio, cosa molto più difficile che avere leadership televisive e carismatiche (come sono/sono state quelle di Fini e di Casini). Quanti dirigenti locali che pur condividevano le tesi di Fini quand'era ancora nel Pdl hanno deciso di seguirlo rinunciando aprioristicamente, almeno per questa tornata, a incarichi in giunta o di sottogoverno? A quali ceti, categorie professionali, figure Fli si appoggerà e parlerà?

Solo con la consapevolezza delle tante poste in palio, delle diverse speranze e delle tante frustrazioni ed ansie che si agitano nelle comunità che si recano alle urne è possibile riuscire a restituire della posta in palio un'immagine fedele e giusta. Dall'esito complessivo ne emergeranno anche delle conseguenze, forse molto rilevanti, per la politica nazionale. Ma non è giusto vederci solo questo: la dicotomia Berlusconi sì - Berlusconi no ci ha resi più pigri intellettualmente e meno curiosi, assolvendoci con l'idea che fare politica a sinistra significhi solo lavorare per liberarci di lui. Superarla è il primo modo per tornare padroni di noi stessi. Anche guardando a queste elezioni amministrative.

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da LINKREDULO di sabato 14/5/11 - http://www.linkredulo.it/politica/2072-sono-anche-elezioni-amministrative.html

lunedì 28 marzo 2011

Il pacifismo interessato di una destra cialtrona

La guerra in Libia è certamente un fatto estremamente complesso, da tempo avrei voluto scriverci qualcosa senza riuscirci. Stranamente a destra invece c'è una certa libertà e facilità d'esterazione a riguardo: hanno cominciato a mostrare insofferenza nei confronti della guerra Giuliano Ferrara e Vittorio Sgarbi, gli si sono accodati Libero, la Lega e fronde del Pdl. Mostrano non l'indignazione dovta all'ingiustizia dei bombardamenti su un suolo straniero, ma il fastidio di chi dormiva sogni tranquilli ed è stato disturbato bruscamente dai vicini di casa che litigano.


Che la prontezza con la quale la Francia ha dato il via alle operazioni militari pochissimo tempo dopo la risoluzione dell'Onu sia tutt'altro che disinteressata lo sanno anche i sassi; che la democrazia non la si esporti con le bombe in Occidente non lo si deve certo andare a spiegare a quelle milioni di persone che nel 2003 si sono mobilitate contro la guerra in Iraq. Ma come si permettono di pronunciare queste motivazioni quei cialtroni che in Italia quella guerra (e quella in Afghanistan) l'hanno votata, finanziata e difesa proprio con le motivazioni dell'esportazione della democrazia e della liberazione del popolo iraqueno (che in quella circostanza non aveva mostrato alcuna volontà di essere liberato..)? Dovrebbero ancora chiedere scusa per aver avallato dai loro comodi scranni a Montecitorio, dalle loro scrivanie e le loro tribune una guerra infame che ha causato oltre mezzo milione di morti, ed invece cazzeggiano allegramente nelle tribune televisive visibilmente divertiti nell'usare le argomentazioni che 8 anni fa venivano usata per spiegare perché le loro scelte erano sbagliate.



Questa volta dalla guerra l'Italia ha solo da perdere in termini economici e politici: la Libia di Gheddafi ha col tempo tutelato gli interessi economici italiani e garantito il controllo dell'immigrazione clandestina attraverso i lager per migranti. Di fronte ad una simile oscenità il governo di centro-destra si è sempre comportante negando, minimizzando, facendo capire che era disposto a tutto pur di tenere i clandestini lontani dall'Italia.



Oggi l'eventualità che Gheddafi non sia più a capo del paese dall'altra parte del Mediterraneo pone due questioni: gli interessi economici ed energetici italiani che fine faranno? Dovremo aspettarci ondate migratorie incontrollate? La prima questione è tutt'altro che una sciocchezza e meriterebbe di essere affrontata seriamente, senza cinismo ma con l'idea di costruire una duratura convivenza pacifica nel Mediterraneo. E' evidente però come alla maggioranza di centro-destra, che sul contrasto all'immigrazione clandestina ha costruito immense rendite elettorali, è il secondo problema quello che preoccupa e spaventa maggiormente e che il primo è affrontato con la logica cinicamente arraffona di chi pensava di mantenere eternamente rendite di posizione grazie alle garanzie offerte da un dittatore (a cui magari è lecito anche vendere armi).



Ogni volta che questi signori aprono bocca si comprende quanto dei moti di liberazione nel Maghreb (prima ancora dell'intervento militare) avrebbero volentieri fatto a meno e quanto li infastidisce che le briciole che si spartiranno le potenze della coalizione dei volenterosi saranno molto probabilmente tolte all'Italia. Abbiano almeno il coraggio di dire che in nome degli interessi economici e del contrasto all'immigrazione clandestina sarebbero disposti a vendersi l'anima al diavolo piuttosto che scomodare nobili ragioni ideali con le quali, la storia recente ce lo insegna, non hanno niente a che fare.



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da LINKREDULO di LUNEDì 28 MARZO 2011 - http://www.linkredulo.it/politica/1908-il-pacifismo-interessato-di-una-destra-cialtrona.html

venerdì 10 settembre 2010

2001-2010: metamorfosi del berlusconismo ed eclissi della politica

da LINKREDULO di Giovedì 09 Settembre 2010 22:44 - http://www.linkredulo.it/politica/1404-2001-2010-metamorfosi-del-berlusconismo-ed-eclissi-della-politica.html

La campagna elettorale del 2001 la ricorderò per sempre: avevo 16 anni ed era la prima a cui partecipavo attivamente. Ripensandoci oggi riesco a comprendere alcuni aspetti che all’epoca sfuggivano allo sguardo di un adolescente e facendolo mi balza agli occhi com’era diversa quella fase del berlusconismo da quella attuale.

Durante quella campagna elettorale Berlusconi riuscì a costruire un sogno ed a trasmetterlo al suo elettorato. Erano anni in cui il credo neo-liberista non incontrava resistenze e si pensava che la caduta del muro di Berlino e l’avanzata del mercato su tutto il globo terrestre avrebbero diffuso il benessere e la libertà ovunque. Si trattava insomma, almeno nella propaganda, di una forma di universalismo: un’idea di società in cui per tutti è possibile essere felici. A fianco di questa metamorfosi geopolitica era egemone in Occidente un individualismo che celebrava il successo del singolo e proprio in questa chiave declinava la felicità. Berlusconi si fece interprete di entrambi questi aspetti: il primo nella forma di disegno politico ed il secondo incarnandolo con la sua biografia (opportunamente riveduta e corretta da abili comunicatori). La fase finale della campagna elettorale coincise con il 1° Maggio ed in quell’occasione Berlusconi sostenne che avrebbe creato nuovi posti di lavoro perché facendo l’interesse delle aziende avrebbe permesso a queste di creare nuova occupazione: un’affermazione che riletta oggi, alla luce della legge 30, appare in tutta la sua assurdità ma che allora riuscì a convincere gran parte dell’opinione pubblica. In questo contesto va anche inserita la crisi della politica avviatasi nell’89 con la fine di quelle che venivano chiamate le “grandi narrazioni” ed aggravata in Italia dal discredito che sulla classe politica gettò senza appello l’inchiesta di Mani Pulite. Anche in questo Berlusconi si fece interprete dello spirito dei tempi presentandosi come l’uomo d’azienda, di successo, quello concreto ed estraneo alle pastoie ed all’inconcludenza della politica. Ricorrente nella campagna elettorale era l’espressione “governerò l’azienda Italia”.

Ponendo l’accento su questi aspetti non voglio ridimensionare l’impatto che su quella campagna elettorale (e su tutte le successive) ebbe il controllo della maggior parte dei media, ne’ gli errori del centro-sinistra. Il mio intento è considerare la vicenda berlusconiana in un più ampio contesto in cui a fianco dell’eccezione democratica, tutta italiana, c’era una regola economico-sociale uniforme in tutto l’Occidente a tal punto da spingere i governi progressisti ad adeguarvisi. Questo aspetto infatti, a mio parere, non è mai stato sufficientemente indagato ed è una delle cause, forse la principale, della mancanza di credibilità del centro-sinistra attuale e della sua incapacità di creare una prospettiva credibile di futuro. Il delirante Berlusconi degli ultimi anni, il suo ineguagliabile potere economico e mediatico e la rozzezza che lo circonda hanno infatti indotto in molti erroneamente l’idea che alla base del suo successo politico non ci sia alcun sogno, alcuna utopia attorno alla quale si è raccolto il suo consenso.

Ed oggi? Cosa è cambiato nel modo di Berlusconi di porsi sulla scena pubblica? La speranza che il suo governo avrebbe creato prospettive di vita migliori per tutti si è irrimediabilmente arenata sul crescente divario nella distribuzione della ricchezza e su una normativa in tema di mercato del lavoro che ha privato le giovani generazioni di ogni speranza. Già alla fine del mandato iniziato con quella roboante vittoria non si sentiva più Berlusconi prospettare un futuro migliore per tutti. Emblematico è il caso della scuola: nel 2001 quello di una riforma della scuola basata sulle tre i (inglese, internet, impresa) era uno dei temi su cui si basò la campagna elettorale. Quel disegno era perfettamente coerente con quanto descritto prima e si trattava di un’idea di scuola, con la quale essere o meno d’accordo. Passati gli anni la scuola si è trasformata sull’agenda berlusconiana da luogo di questa prospettata rivoluzione a settore da tagliare.

A quella prospettiva universalistica (non più credibile dopo quei 5 anni di governo) si è sostituito un altro approccio tipico dei regimi: l’accusa nei confronti dei sabotatori, divenuta anno dopo anno più frequente e trasferitasi dall’opposizione ad alcune “elitès di merda” (Brunetta dixit) come la magistratura, gli intellettuali e i giornali non compiacenti fino ad arrivare ad intere categorie sociali, in particolar modo i dipendenti pubblici. Berlusconi è passato dall’unire una cospicua parte di opinione pubblica attorno ad un sogno ad unirla attorno all’avversione per l’altra parte d’Italia. Ha trovato terreno fertile in un mai sopito sentimento anti-comunista, nell’idea, incrementata da tangentopoli, che il settore pubblico e chi vi lavora sia parassitario ed in ciò che restava del fascino del self-made man.

A fianco di una mancanza di radicalità nell’opporsi all’eversione berlusconiana, ritengo che il principale errore del centro-sinistra nel 2006 sia stato quello di non aver saputo contrapporre al declinante sogno berlusconiano un altro sogno, un’altra idea di società, smarcandosi più nettamente dal credo neo-liberista. Perdendo qualche pezzo di coalizione si sarebbe potuta condurre una campagna elettorale con un po’ più di chiarezza sui temi chiave e con un programma un po’ più coinvolgente ed entusiasmante del pur sacrosanto stato dei conti pubblici, in nome dei quali è davvero impensabile chiamare un popolo alla mobilitazione.

Nelle elezioni del 2008 abbiamo potuto vedere come il sogno berlusconiano era completamente sparito. Il fallimento dell’esperienza di governo del centro-sinistra gli ha offerto un motivo in più per condurre la campagna elettorale esclusivamente nella modalità suddetta: legittimare ed esaltare il pensiero di una parte dell’opinione pubblica di essere migliore dell’altra. La caccia ai sabotatori però si è rivelato ancora una volta l’unico rimedio per colmare il vuoto di politica: la vicenda di Fini lo testimonia. A ciò va aggiunta la crisi economica del’08, tanto epocale da indurre tutti i leaders conservatori occidentali a ripensare l’intervento dello Stato nella vita pubblica. Ciò era però incompatibile con il sogno berlusconiano e tale incompatibilità si è tradotta in un balbettio negli interventi per affrontarla o in contrasti con la politica del rigore di Tremonti.

Oggi al popolo berlusconiano ed all’opinione pubblica ancora disposta a credergli resta, rinvigorito dall’astio verso l’altra parte d’Italia, il cadavere di quel vecchio sogno che mantiene una credibilità posticcia grazie all’assenza di alternative valide e pronte al confronto; opzione a cui talvolta il centro-sinistra sembra aver purtroppo rinunciato.

venerdì 6 agosto 2010

L'evoluzione di Fini a spese del Paese

da LINKREDULO di Martedì 03 Agosto 2010 13:40 - http://www.linkredulo.it/politica/1381-levoluzione-di-fini-a-spese-del-paese.html

Le parole usate da Fini nella conferenza stampa post-cacciata dal Pdl suscitano giustamente la domanda ‘ma se ne accorge solo oggi che Berlusconi è illiberale?’. Se così fosse ci troveremmo di fronte ad un politico di bassissimo livello, incapace di capire quello che negli anni hanno denunciato svariati analisti di cultura liberale o anche conservatrice. La realtà è a mio parere profondamente diversa dall’ipotesi che Fini non avesse capito, ma non è detto che sia migliore.

Alla discesa in campo di Berlusconi, questi riuscì a far stare dalla sua parte tre forze provenienti da diverse parti dell’arco parlamentare e con prospettive diverse:

1) l’arcipelago centrista, poi unitosi nell’Udc attorno alla leadership di Pier Ferdinando Casini, parte della diaspora democristiana che riteneva lo scudo crociato irrimediabilmente alternativo alla sinistra. Si collocò a fianco di Berlusconi con la speranza che la pratica di governo contribuisse a “costituzionalizzarlo” o che tutt’al più lo logorasse aprendo una nuova fase politica in cui potevano giocare un ruolo da protagonisti senza la macchia di un’alleanza con la sinistra;

2) la Lega Nord, unita a Berlusconi da un comune sentimento anti-statale e dall’estraneità al ceto politico della Prima Repubblica. Dopo il divorzio di fine ’94 la Lega ha preso le misure a Berlusconi capendo che questi non avrebbe opposto alcun tipo di freno alle politiche federalistiche a patto che l’alleato nordista non mettesse in discussione la sua leadership, l’attacco alla giustizia come viatico all’impunità e le leggi ad personam per favorire le sua aziende;

3) Alleanza Nazionale, cui il Cavaliere sapeva di fare un’offerta che non potevano rifiutare: sdoganare il vecchio MSI permettendo ad uomini provenienti da quella storia di ricoprire incarichi di governo sempre più importanti, dimostrando così di aver definitivamente superato la nostalgia del ventennio. Alleanza Nazionale era sostenitrice inoltre del sistema bipolare, ampiamente affermatosi proprio grazie all’ingresso di Berlusconi in politica: unendo le due cose se ne ottiene che una fase storica fatta di affermazione del bipolarismo e sdoganamento dei fascisti sarebbe prevedibilmente stata foriera di un’altra fase, ad essa successiva, in cui quello che era il vecchio MSI avrebbe potuto giocarsi le sue carte fino in fondo, fino magari a proporre una leadership.

Sappiamo come si è conclusa l’alleanza con l’Udc: la speranza di una costituzionalizzazione di Berlusconi si è infranta in anni di pratiche eversive e di leggi ad personam; inoltre l’evo berlusconiano nel 2008, anno della rottura dell’alleanza, dimostrava di non essere una fase transitoria della storia politica italiana, un boccone amaro da buttar giù per i democristiani alternativi alla sinistra per aprire una fase nuova dalla parte giusta. Col passare degli anni e con l’accelerazione impressa dal predellino anzi l’evo berlusconiano dimostrava la sua insaziabile voracità, di fronte alla quale l’Udc ha deciso di proseguire il suo cammino altrove.

La Lega è indubbiamente l’alleato più fedele di Berlusconi. Disinteressata ad imporre una leadership alla coalizione, ne’ a dimostrare la propria appartenenza a qualche nobile famiglia politica europea (intento che inevitabilmente entra in contrasto con l’alleanza con Berlusconi), il suo unico interesse è corrodere lentamente l’unità nazionale ed acquisire posizioni di forza sul territorio. Ogni giorno in più dell’evo berlusconiano, così privo di un disegno politico capace di imporsi e di configgere con i progetti leghisti, così interessato all’impunità ed ai profitti del Capo (quindi pronto a cedere su tutte le altre questioni) è un giorno in più per proseguire su questo doppio binario: corrosione dell’unità nazionale e posizionamento in sempre nuove amministrazioni locali. Solo quando Berlusconi sparirà dalla scena politica potremo renderci conto davvero della lungimiranza eversiva di questo disegno.

Il discorso su Alleanza nazionale è un po’ più complesso: è rimasta al fianco di Berlusconi, avallando ogni nefandezza, ogni legge ad personam, ogni tentativo di eversione e di delegittimazione dell’ordine costituzionale, consapevole che abbandonarlo significava ritornare ad essere “i soliti fascisti” cui non affidare le chiavi delle istituzioni o, peggio ancora nella loro prospettiva, dei trasformisti che rinnegavano la vocazione bipolare. Questo accordo ha finito per tenere Alleanza nazionale a fianco del Cavaliere per oltre un quindicennio, permettendo a quest’ultimo di entrare in contatto con gli ex-colonnelli e di lusingarli con gioielli che nella loro militanza missina mai avrebbero pensato di poter toccare: comparsate tv capaci di renderli popolari e simpatici, Ministeri, schitarrate di Apicella etc. In questo percorso i Gasparri, i La Russa, gli Alemanno si sono dovuti porre il quesito su quale dei due leaders seguire: entrambi autoritari e poco disposti ad una qualche cessione di sovranità, gli ex-colonnelli hanno scelto di fare i signorsì di Berlusconi, consapevoli che almeno erano ricompensati con il potere ed incensati nei salotti televisivi, veri viatici al consenso.

La cinica operazione finiana (cinica soprattutto per lo stato di salute della democrazia italiana) era parsa negli anni infrangersi ogni qualvolta emergeva un nuovo lacchè di Berlusconi all’interno di Alleanza Nazionale. In quest’ottica probabilmente mandare alle ortiche un partito che ormai non lo seguiva più e giocarsi il tutto per tutto ricoprendo la terza carica dello Stato forse è stata tutt’altro che un’ingenuità.

Oggi infatti l’immagine di Fini, tralasciando i fan più sfegatati di Berlusconi (sulla cui eclissi punta il disegno finiano), è totalmente imparagonabile a quella che lo stesso aveva nel ’94: oggi Fini si presenta come l’uomo delle istituzioni, alfiere di una destra moderna ed europea, ben accetto nel PPE e nei salotti buoni, capace di convincere ed essere applaudito persino da quello stesso popolo antimafia che 18 anni fa lo cacciava dal funerale di Paolo Borsellino.

Degli interrogativi sul senso di questa metamorfosi però non possiamo non porceli senza difettare in memoria storica. A fianco della metamorfosi di Fini in questo quindicennio, decisamente favorevole al prestigio del Presidente della Camera, va posta la metamorfosi del paese, divenuto più cinico, più povero, con delle istituzioni più deboli ed una democrazia molto più fragile. Probabilmente in un paese meno disperato e con un’opinione pubblica più forte il tentativo di Fini di accreditarsi come una destra credibile sarebbe immediatamente stoppato dalla domanda: ne valeva la pena per interessi di bottega (lo sdoganamento della destra) essere complici dell’eversione berlusconiana per un quindicennio? Probabilmente però in un paese diverso non sarebbe neanche necessario porre questa domanda perché qualunque forma di complicità con il berlusconismo sarebbe tout court incompatibile con una qualsiasi forma di credibilità pubblica.