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giovedì 16 giugno 2011

PRECARIO SARÀ LEI! - La questione sociale al centro del dibattito politico

La crisi esplosa nell'autunno 2008 è stato un vero spartiacque, un cambio d'epoca di cui forse non è ancora possibile cogliere appieno la portata. Lo testimonia il brusco cambiamento del dibattito politico, per circa un ventennio tutto imperniato attorno a proposte di privatizzazione dei beni pubblici, tagli a pubblica istruzione e sanità, flessibilizzazione dei rapporti di lavoro, deregolamentazione del mercato e della finanza etc. La destra la faceva da padrona mostrando il volto rampante ed aggressivo di chi ha capito i tempi e ne è l'interprete naturale, la sinistra provava a rincorrerla su questo terreno mostrando una sconfortante subalternità.

Il 15 Agosto 2009 all'indomani delle elezioni europee che avevano sancito un'ennesima sconfitta delle forse riformiste, in un editoriale sul Messaggero, col sconsueto fiuto politico Romano Prodi diceva:

"la causa della sconfitta di questa grande stagione è da individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour e l’ulivo mondiale erano una fucina di novità, nella prassi di governo di Tony Blair e i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio.

Per circa un ventennio questo è stato il tenore del dibattito politico e non a caso lo spartiacque tra i buoni ed i cattivi era dato dalla collocazione antecedente alla caduta del Muro di Berlino: l'accusa di esser stati comunisti (o, come si dice in America, socialisti) significava essere estranei ai tempi nuovi in cui invece la panacea di tutti i mali era il mercato liberato da ogni freno. L'idea che il dibattito politico (e sottolineo, non quello tra gli intellettuali che, poco ascoltati, hanno invece lanciato più d'un campanello d'allarme) propugnava era quella che fino all'89 avevamo assistito ad un film in cui si fronteggiava l'occidente capitalista al socialismo reale. Alla fine del film il secondo aveva irrimediabilmente vinto ed essendo rimasto sul campo solo il primo per rappresentare il mondo bastava una fotografia, statica, immobile che raffigurava il vincitore. Peccato che gli anni passavano e quel vincitore a guardarne le metamorfosi da vicino e senza pregiudizi diventava più brutto, più ingiusto, più diseguale. Come un treno in corsa il mantra neo-liberista continuava però indisturbato: 'ce lo chiede la globalizzazione' ripetevano i conducenti di ogni colore.

Nello stesso articolo Prodi scriveva:

"Nel frattempo il cambiamento della società continuava secondo le linee precedenti: una crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo dello Stato e dell’uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più limitata degli interventi pubblici di carattere sociale".

La crisi ha insomma fatto ripartire la pellicola facendole percorrere in qualche secondo 19 anni circa, rimettendo al centro del dibattito politico la questione sociale, le disuguaglianze e la difficoltà di affrontarle. Ne è una riprova che anche in quest'ultima tornata amministrativa il tema del lavoro e della precarietà si stato molto frequentato dai due principali vincitori (Pisapia e De Magistris) e che invece due imprenditori, presentatisi ancora una volta come pragmatici e competenti (Moratti e Lettieri) siano stati sonoramente sconfitti. In quest'ottica possiamo leggere l'elezione di Obama proprio all'indomani della crisi dopo una campagna elettorale in cui aveva insistito molto in invettive contro l'America di Wall Street.
Lungi da me pensare che la vittoria di un presidente democratico in America inverta nei fatti una tendenza egemone in Occidente da trent'anni. Figurarsi se penso che possano farlo le elezioni di Pisapia e De Magistris. Ritengo però sia importante cogliere come la domanda centrale nel dibattito politico oggi non sia più 'dove eri prima dell'89?' ma 'dove eri prima del '08?', 'che ruolo hai avuto nelle politiche che hanno portato alla crisi ed impoverito i paesi occidentali?', 'come pensi che se ne esca?'. In questo contesto leggo l'eventualità (fino a qualche anno fa impensabile) che un politico come Nichi Vendola, che nel 2001 sfilava a Genova con il movimento no global mentre uno dei G8 maggiormente interpreti dell'epopea neo-liberista si riuniva, possa aspirare a diventare capo del governo. Nello stesso contesto leggo la difficoltà del Pd ad essere credibile di fronte al suo stesso elettorato visto che ha imbarazzo a rispondere sulla sua collocazione pre-crisi. Lo stesso ed ancor di più vale per Berlusconi: il suo successo, oltre che ad una guerra ad armi tutt'altro che pari, è dovuto all'esser stato un'interprete kitch dell'egemonia reganian-tatcheriana ed oggi che i tempi sono cambiati sembra tremendamente fuori dal mondo. Nessuno, neanche il suo elettorato, crede che la sua proposta possa riguardare il futuro dell'Italia.

Il disagio sociale, il lavoro, l'incertezza del futuro sono quindi le questioni su cui oggi si gioca la partita politica. La sinistra parte avvantaggiata ma non è detto che la destra non sia capace di farsi portavoce di proposte che all'opinione pubblica appaiano più credibili ed immediate. In questo clima di incertezza, soprattutto se la sinistra balbetterà finte risposte, proposte securitarie o autoritarie avranno gioco facile. Per questo non si può non essere della partita e non fare di tutto per vincerla.

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da LINKREDULO DI Mercoledì 01 Giugno 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/2121-precario-sara-lei-la-questione-sociale-al-centro-del-dibattito-poltico.html

martedì 17 maggio 2011

Sono anche elezioni amministrative

Due giorni fa Natalia Aspesi su La Repubblica ha scritto:


“Poiché gli italiani non possono mai occuparsi di se stessi, dei loro problemi, della loro vita, e nel caso dei milanesi, della disoccupazione, della mancanza di case, delle strade dissestate, della sicurezza in periferia, della solitudine che attanaglia tutti, ma solo del premier, soprattutto questa volta non sono chiamati a decidere se questo sindaco ha amministrato bene, o come capita ovunque esista la democrazia, si può provare a cambiare. Noi disgraziati cittadini siamo chiamati a votare soprattutto pro o contro la magistratura, pro o contro il premier. Ci derubano della nostra città, della nostra quotidianità, di noi stessi. Non contiamo nulla.”



È uno sfogo che condivido integralmente con l'aggiunta che, purtroppo, da questa situazione ci siamo fatti prendere la mano anche a sinistra, leggendo ogni passaggio della vita politica italiana solo ed esclusivamente come un accrescimento del consenso e del potere di Silvio Berlusconi o come la possibilità di liberarcene, dimenticandoci che la realtà è un po' più complessa di questo schema binario che rispecchia integralmente la situazione disperata del nostro paese.

Questa tornata elettorale mi ha appassionata da subito pur non essendone coinvolto direttamente: le grandi città dove si vota sembrano essersi date appuntamento per celebrare insieme un importante crocevia delle loro storie. Sono passati ormai 18 anni dall'entrata in vigore di una legge elettorale che conferendo il mandato di sindaco direttamente nelle urne e prevedendo il doppio turno ha profondamente rinnovato le classi dirigenti delle città, talvolta con delle brusche virate, costruendo delle grandi leadeship o demolendole alla velocità della luce. Una lunga linea di continuità all'interno di queste storie sembra nella maggior parte dei casi esser giunta al capolinea in queste elezioni, o quantomeno sembra vacillare.

Milano è il caso più eclatante: nella città di Piazza Affari e di Mediaset, capitale del berlusconismo e della Lega, il centro-destra è in affanno a causa dell'opacità dell'attività amministrativa di Letizia Moratti e dell'entusiasmo che invece il centro-sinistra sembra aver ritrovato dopo aver abbandonato un complesso di inferiorità che l'aveva sempre portato a prediligere candidature e proposte non ostili all'egemonia berlusconian-leghista. Per ben 4 tornate elettorali (1 Formentini, 2 Albertini ed 1 Moratti) non c'è stata storia, ora il centro-destra che ha egemonizzato la città a suon di affari e xenofobia subisce la freddezza di un elettorato che non si fida più.


A Torino sembra profilarsi l'esito più scontato, principalmente in ragione di una candidatura proposta dal centro-destra che pare più un atto di testimonianza che altro. Rimane però un appuntamento interessante nella città operaia per eccellenza il confronto del centro-sinistra con il proprio elettorato a breve distanza dalla vicenda del referendum di Mirafiori, ancor più perché il candidato sindaco, Fassino, tenne un atteggiamento molto deciso nell'appoggiare il piano di Marchionne provocando le ire di parte del mondo operaio e della sinistra (soprattutto ma non solo torinese). La vittoria elettorale di Cota l'anno scorso rende ancor più interessante assistere a che atteggiamento la città, che nella maggioranza votò per la Bresso, ha a distanza di un anno nei confronti del governatore e della Lega.

In una recente puntata di Report si è parlato di Bologna come del crollo di un modello di buongoverno: l'ingloriosa esperienza di Del Bono e la difficoltà riscontrata dal centro-sinistra nel trovare una leadership credibile sono emblematiche dello stato di salute della città. Alle primarie ha prevalso il gaffeur Virginio Merola su Amelia Frascaroli (sostenuta da Vendola e Prodi). La sua vittoria al primo turno appare possibile ma l'entusiamo della base è scarso: appaino infatti lontani i tempi in cui la classe dirigente emiliana e quelle esperienze di governo locale erano viste come un punto di riferimento ed una speranza per la sinistra di tutto il paese. Il Pdl, dopo tante tribolazioni, ha accetto di sostenere Manes Bernardini (Lega nord). Arrivare al ballottaggio sarebbe un successo, ma al di là di come vadano le elezioni prosegue l'avanzata della Lega in Emilia e la candidatura di Bernardini è un ulteriore tassello per la costruzione di una classe dirigente presente sul territorio.

A Napoli il momento di rottura è ancora più evidente: esce di scena Rosa Russo Jervolino che era succeduta (rivendicandone la continuità) ad Antonio Bassolino. Insieme hanno governato la città per 18 anni, cominciati suscitando grandi speranze e costruendo l'immagine di un Sud che combatte il malaffare e imbocca lo sviluppo. Escono di scena tra immondizia e insulti. Il centro-destra attorno a Gianni Lettieri ha raccolto alcuni pezzi di quella classe dirigente tuonando contro la quale ha costruito i successi elettorali delle provinciali del 2009, delle regionali del 2010 (ed in parte anche delle politiche del 2008). Il centro-sinistra, dopo la figuraccia delle primarie si presenta spaccato: il Pd e Sel candidano l'ex-prefetto Morcone e l'Idv con la Fds candida Antonio De Magistris. Qualche mese fa, visti anche i precedenti delle provinciali e delle regionali, la vittoria del centro-destra al primo turno appariva scontata, ancor più in presenza di un centro-sinistra spaccato. L'ipotesi di una candidatura di De Magistris sembrava lontanissima dall'essere qualcosa di diverso da un atto di testimonianza, della serie 'esiste un altro centro-sinistra'. A campagna elettorale iniziata lo scenario si è rivelato molto diverso: Lettieri lontano dal 50% e un secondo posto al ballottaggio in bilico tra Morcone e De Magistris con il primo in vantaggio solo di poco. È difficile persino immaginare cosa succederebbe se, ipotesi non impossibile, l'ex-magistrato dovesse diventare sindaco contro il centro-destra di Cosentino ma anche contro lo stato maggiore del centro-sinistra tutto. Pesante e difficile da capire è stato il mancato appoggio alla sua candidatura del partito di Vendola, con il quale probabilmente ora sarebbe Morcone a rincorrere.



A Cagliari invece il centro-sinistra ha ritrovato l'unità attraverso le primarie proprio attorno ad un candidato vendoliano: il giovane consigliere regionale Massimo Zedda ha battuto alle primarie un pezzo da novanta del Pd, Antonello Cabras, da molti indicato come il mandante dello sgambetto che costò a Soru la fine della legislatura e la rielezione a governatore. Oggi Zedda guida tutta la coalizione contro un centro-destra che vince al primo turno e governa la città dal 1992. La partita, stando ai sondaggi, sembra aperta e questo per il centro-sinistra cagliaritano è già tanto.

Resta inoltre tutta da verificare la consistenza del terzo polo, la sua capacità di costruire una classe dirigente sul territorio, cosa molto più difficile che avere leadership televisive e carismatiche (come sono/sono state quelle di Fini e di Casini). Quanti dirigenti locali che pur condividevano le tesi di Fini quand'era ancora nel Pdl hanno deciso di seguirlo rinunciando aprioristicamente, almeno per questa tornata, a incarichi in giunta o di sottogoverno? A quali ceti, categorie professionali, figure Fli si appoggerà e parlerà?

Solo con la consapevolezza delle tante poste in palio, delle diverse speranze e delle tante frustrazioni ed ansie che si agitano nelle comunità che si recano alle urne è possibile riuscire a restituire della posta in palio un'immagine fedele e giusta. Dall'esito complessivo ne emergeranno anche delle conseguenze, forse molto rilevanti, per la politica nazionale. Ma non è giusto vederci solo questo: la dicotomia Berlusconi sì - Berlusconi no ci ha resi più pigri intellettualmente e meno curiosi, assolvendoci con l'idea che fare politica a sinistra significhi solo lavorare per liberarci di lui. Superarla è il primo modo per tornare padroni di noi stessi. Anche guardando a queste elezioni amministrative.

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da LINKREDULO di sabato 14/5/11 - http://www.linkredulo.it/politica/2072-sono-anche-elezioni-amministrative.html

mercoledì 29 settembre 2010

Contro il mito pigro e autoassolutorio dell'eroe

da LINKREDULO di Martedì 28 Settembre 2010 - http://www.linkredulo.it/opinioni/1445-contro-il-mito-pigro-e-autoassolutorio-delleroe.html

Da circa un paio d’anni la figura dell’eroe è frequentemente evocata dal mondo politico. A cominciare è stato Marcello Dell’Utri che nel pieno della campagna elettorale del 2008, in maniera grottesca, definì Vittorio Mangano un eroe. Da allora il mondo politico non ha mai smesso di rimpallarsi una continua rivendicazione su quelli che sono i “veri eroi”: cominciò Veltroni in chiusura della campagna elettorale da Piazza del Popolo, citando tra i suoi veri eroi Peppino Impastato, hanno perseverato Berlusconi e Dell’Utri con Mangano, poi i finiani con Saviano contrapposto proprio allo stalliere di Arcore, Vendola con Falcone, Borsellino e Carlo Giuliani ed infine Bersani con Falcone, Borsellino ed Angelo Vassallo.

Il fatto che la casella “eroe” sia stata rilanciata in ambito berlusconiano per un condannato per mafia avrebbe dovuto imporre a chi voleva prendere le distanze da questa beatificazione quantomeno il beneficio del dubbio sulla validità di riempirla in modi diversi. Invece no: tutti hanno pensato che la risposta migliore fosse prestarsi a questo continuo rimpallo in cui i nomi chiamati in causa vengono trattati come figurine panini ed esposte ad un logorio d’immagine pari a quello di un qualunque prodotto di marketing.

In questi tempi contraddistinti da un fatalismo che fa apparire il futuro già scritto, o quantomeno al di fuori della portata dei più, e da un individualismo che da marcia gloriosa del self made man si è trasformato nella solitudine di tanti sconfitti, non c’è da stupirsi che l’idea di umanità sottesa alla figura dell’eroe sia stata recepita con tanta facilità: l’eroe è infatti qualcosa d’altro da noi, fa quel che fa proprio perché è irrimediabilmente diverso dal resto dell’umanità. Se si oppone alla mafia e muore ucciso da essa ad esempio non lo fa per virtù civiche e senso di responsabilità (valori coltivabili e perseguibili da tutti), ma perché ha dentro di sé, in quel fondo imperscrutabile, un qualcosa che lo spinge a farlo. Un qualcosa che nessuno può sforzarsi di coltivare per rendersi migliore: se ce l’hai te lo tieni e vai incontro al tuo eroico martirio senza lamentarti; se non ce l’hai pazienza, sei un uomo come tutti gli altri.

La trasformazione di semplici uomini e di semplici donne in eroi è utile a lasciare il resto dell’umanità quieta nei propri affari quotidiani, lontana dal pensiero che il loro esempio potrebbe un giorno diventare la normalità in una società diversa e meno rassegnata. Elevarli al rango di eroi ci sottrae ad un confronto con loro: ci priva di un termine di paragone davanti al quale le nostre paure, l
e nostre meschinità impallidirebbero mostrandosi per quello che sono: non limiti e difetti intrascendibili connaturati all’umanità, ma qualcosa di superabile che se non riusciamo a sconfiggere è solo per responsabilità nostra.

Vittorio Mangano e Peppino Impastato (rispettivamente il peggio e il meglio della storia d’Italia) non sono eroi ma uomini come noi: con le loro paure, le loro ambizioni e la libertà di scegliere quale strada percorrere. Proprio come noi che possiamo scegliere di degradarci al livello dello stalliere, elevarci al livello del giovane che muore perché sogna una Sicilia senza mafia o guardare entrambi nelle diverse forme che l’indifferenza ci offre, alleandoci così tacitamente con il più forte ed il più arrogante dei due.

Per ricordare che ci sono storie nelle quali riconoscersi non è necessario trasformare il ricordo in una forma di laica beatificazione; anzi tale metamorfosi è il modo migliore per annichilire e mistificare l’opera di chi quelle storie le ha incarnate, condannando le sue idee ed il suo coraggio ad una solitudine postuma, ancor più dolorosa di quella che ha contraddistinto la sua esistenza terrena perché ha il sapore di un’eterna incomprensione.

giovedì 8 luglio 2010

Immigrazione e diritti: Nichi Vendola dialoga con don Sciortino

Ieri a Bari la presentazione del volume "Anche voi foste stranieri" alla libreria Laterza
da barilive.it 8/7/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17828


Si è svolta ieri pomeriggio presso la libreria Laterza la presentazione del testo “Anche voi foste stranieri” di Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana. I temi del libro e della presentazione erano stati il giorno precedente ampiamente discussi dallo stesso Don Sciortino in un'ampia e generosa intervista che ci ha concesso.
Il dibattito è stato aperto dall’introduzione di Alessandro Laterza che ha elogiato il libro in quanto tentativo di “raccontare il tema dell’immigrazione come un pezzo della nostra società”. Don Sciortino nel suo intervento ha parlato dei mass media e del loro modo di raccontare il fenomeno migratorio non favorendo pratiche di accoglienza ma sentimenti di razzismo; della posizione che la Chiesa cattolica deve avere a riguardo tornando ad essere profetica non piegandosi su se stessa nella difesa dei propri simboli e della propria identità. Citando il Cardinal Dionigi Tettamanzi ha detto che “innalzando muri non teniamo fuori gli altri, ma rendiamo prigionieri noi stessi”. Obiettivo polemico è stato anche il mancato riconoscimento della cittadinanza per quegli immigrati con i quali invece i bambini italiani condividono o hanno condiviso la culla, il banco di scuola e che parlano un italiano (e talvolta anche un dialetto) perfetto. Queste forme di discriminazione, se declinate nei termini del mancato diritto di voto per chi vive, lavora, paga i contributi ed ama l’Italia, appare ancora più paradossale se paragonata al diritto di voto che è stato concesso agli italiani all’estero: individui che talvolta hanno reciso ogni contatto con l’Italia, spesso non parlano più l’italiano e magari non hanno mai versato contributi allo stato italiano.
L’appassionato intervento di Vendola , che ha ringraziato Don Sciortino per l’occasione di discussione offertagli, ha rimarcato la necessità di pensare al welfare che l’Occidente ha costruito nell’ultimo secolo storicizzandolo e pensandolo come nato senza tutele per le donne, viste come “oggetto di assistenza e non come soggetto di libertà”, e per i migranti, visti come “problema e non come risorsa”. Rispondendo ad una domanda rivolta a Don Sciortino dall’uditorio in merito al primo comandamento (“non avrai altro Dio all’infuori di me”) ed a quanto questo sia in contraddizione con lo spirito di accoglienza, Vendola ha invece evidenziato la portata rivoluzionaria dello stesso in quanto monito a non divinizzare le cose e le persone ed a relativizzarne il potere.
Durante il dibattito è stato citato due volte da Don Sciortino il nome del Presidente della Camera Gianfranco Fini (una volta in quanto partecipante al "Patto di Capodarco" ed un’altra in quanto padrone di casa nella presentazione del testo tenutasi alla Camera). Di fronte ad una nostra domanda se egli ritenesse affidabile come interlocutore sul tema dell’immigrazione chi come Fini ha firmato una delle leggi più razziste dell’Occidente in materia ed in passato non è stato esente da responsabilità in merito all’imbarbarimento del dibattito pubblico sugli immigrati (vedi la vicenda datata 2007 dello stupro della Reggiani e della conferenza stampa tenuta sul luogo dello stupro a poche ore di distanza), Don Sciortino ha dapprima evitato di rispondere, poi ulteriormente sollecitato da Alessandro Laterza ha posto come priorità la necessità di coinvolgere tutti sul tema dell’accoglienza. Vendola ha invece preferito non esprimersi.

giovedì 29 aprile 2010

Anguille, elefanti e Vendola ter

da barilive.it 29/4/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17123


La nuova Giunta regionale è fatta. Vendola è riuscito ad imporre con il suo consenso individuale la parità di genere ed una compagine amministrativa di grande autorevolezza, in controtendenza con un Consiglio Regionale in cui le donne elette scarseggiano ed alcuni dei nomi più suffragati sono personalità il cui ingresso in Giunta il Presidente ha non a caso bloccato. Archiviata positivamente questa fase è il momento di svolgere una riflessione serena su ciò che questa tornata elettorale e la composizione della Giunta ci indicano.

Con il sistema delle preferenze e di collegi così grandi (preferibile nonostante tutto al sistema delle liste bloccate) a prevalere sono soprattutto quei candidati consiglieri capaci di investire montagne di soldi nella campagna elettorale. Emblematico è il caso di Gugliemo Minervini: non una personalità della società civile sulla quale poteva cadere il sospetto che fosse impreparata ad affrontare il meccanismo elettorale ma un politico di lungo corso che il meccanismo elettorale lo conosce benissimo; personalità di spicco a livello regionale nel suo partito, radicato sul territorio, indubbiamente uno dei migliori assessori uscenti con una delega che gli ha permesso di entrare in contatto con migliaia di giovani facendogli toccare con mano la “Puglia migliore”, è stato superato elettoralmente da altri candidati capaci di aprire comitati ovunque e svolgere una costosissima campagna elettorale.

E se il Governatore non fosse stato un solista d’eccezione capace di imporre scelte alla sua orchestra ma una personalità più corale oggi che Giunta avremmo? Sicuramente una Giunta nella quale il computo delle preferenze avrebbero avuto gioco facile ad imporsi, facendo sparire la parità di genere e relegando le personalità della società civile alla loro brillante autorevolezza professionale lontana dai luoghi di potere.

Il sonante ingresso in Consiglio regionale di imprenditori e ‘cambia casacca’ (che definire poco legati alla causa è un eufemismo) è un sintomo della crisi dei partiti, sempre meno radicati sul territorio ed incapaci di far emergere una classe dirigente dall’interno dei suoi militanti, che quindi preferiscono affidarsi in campagna elettorale ad esterni di peso (economicamente ed elettoralmente). Resta da chiedersi se il super-candidato Presidente sia un efficace tampone o l’unica soluzione possibile per questo stato di cose.

Chi ha a cuore la qualità delle classi dirigenti e la parità di genere può accontentarsi di restare fuori dalla giungla della politica sperando in un interlocutore supereroe, capace di attraversarla uscendone indenne, rafforzato e con la voglia di ascoltare le loro rivendicazioni? O è più auspicabile, nell’ottica di un radicamento territoriale e politico del centro-sinistra in Puglia che trascenda temporalmente la vicenda politica locale di Vendola, avere l’ambizione di riformare quella giungla in cui i leoni sono i signori delle preferenze, restituendo alla politica ed ai partiti quella agibilità che oggi gli manca?

Se il centro-sinistra pugliese (partiti ed elettorato) vuol essere davvero un laboratorio politico nazionale capace non solo di vincere delle tornate elettorali e governare bene, ma di ridisegnare la mappa e le forme dell’agire politico collettivo, non può non affrontare apertamente questi nodi.

sabato 17 aprile 2010

Banfi: "Vendola? Non la penso come lui ma lo avrei votato"

A Bari per la presentazione della versione italiana del suo film tedesco
Presto in versione "commissario" con la sua casa di produzione

da barilive.it 17/4/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16989

Del film “Indovina chi sposa mia figlia” avevamo già parlato in estate. Si tratta di una produzione italo-tedesca, tratta dal bestseller di Jan Weiler “Maria, ihm schmeckt’s nicht!” (Maria, non gli piace!), interpretato da Lino Banfi e Sergio Rubini, girato in Puglia (a Gravina) con la collaborazione dell’Apulia Film Commision.
Il film racconta la storia di Jan, bibliotecario tedesco fidanzato con Sara, italo-tedesca. Jan arriva in Italia per sposarsi e conosce la famiglia di Sara, tra cui il padre Antonio, interpretato da Lino Banfi. Tra i due inizia poi un rapporto a metà tra la conflittualità e la complicità.
Dopo che il film è stato un vero e proprio successo al botteghino in Germania (più di 1 milione di spettatori), in virtù della calorosa accoglienza che la città pugliese ha riservato alla troupe ed in particolar modo a Lino Banfi, la produzione ha deciso di festeggiare questo affetto presentando a Bari ed a Gravina la versione italiana del film. Nella conferenza stampa presso la sala proiezioni della Fondazione Apulia Film Commission il produttore italiano Cristiano Bortone non si è risparmiato nel sottolineare l’attenzione che l’Apulia Film commission ha riservato alla produzione e la bellezza della Puglia.
Presente anche Lino Banfi che davanti ad una folta platea di giornalisti non ha dismesso i panni del mattatore scherzando sul fatto che abbia dovuto recitare in tedesco, lingua che non conosceva e si è dovuto sforzare di pronunciare correttamente attraverso il cosiddetto “gobbo” posizionato nei luoghi più improbabili. Non sono mancati ripetuti accenni dell’attore alla Puglia, terra in cui Banfi è nato ma da cui è andato via in giovane età. Il suo ritorno per girare questa pellicola cade infatti in un momento in cui la Puglia vive la sua primavera cinematografica grazie all’impegno finanziario della Giunta regionale. Di Vendola Banfi ha dichiarato “è in gamba; non la penso come lui politicamente ma lo ammiro come persona, è trasparente”, dicendo anche che se fosse stato a Bari l’avrebbe votato ed aiutato nella campagna elettorale.
Nel corso della conferenza, Banfi ha anche dichiarato che con la sua neonata casa di produzione sta producendo una fiction che ricorda la primissima parte della sua carriera “il commissario Zagaria”, nella quale si propone di unire il Banfi della commedia all’italiana a quello di “Un medico in famiglia” e degli ultimi film, facendo commuovere e ridere nella stessa pellicola.

mercoledì 7 aprile 2010

Facebook vuole comporre la giunta regionale

I gruppi a sostegno di questo e di quell'altro...

da barilive.it 7/4/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16877

Facebook è stato indubbiamente un grande protagonista di questa campagna elettorale, soprattutto qui in Puglia: in concomitanza con l’inizio della querelle sulla candidatura di Vendola nascevano con gran frequenza gruppi in sostegno del Presidente uscente. E Vendola non è stato per nulla avaro di attenzioni nei confronti dei suoi sostenitori che su Facebook si organizzavano, si riunivano, discutevano, dedicandogli diverse videolettere, caricando sul suo profilo foto e video dei comizi e delle campagne di comunicazioni elaborate da ProForma.

Oggi c’è però una novità, una vera e propria evoluzione nel modo con cui Facebook segue l’evolversi della vita politica regionale: in concomitanza con il dibattito sulla nuova Giunta sono nati gruppi in sostegno di alcune riconferme. Quel pizzico di malizia necessario per interpretare la politica fa pensare che, in un momento così delicato e con gli equilibri così precari, queste iniziative non nascano nient’affatto spontaneamente ma che vengano dagli staff o da persone vicine ai diretti interessati.
Al momento il gruppo più numeroso è “Per la riconferma di Gugliemo Minervini ad assessore” con oltre 1000 iscritti seguito a distanza dal più specifico “Vogliamo la conferma di Mario Loizzo come assessore regionale ai trasporti” che conta poco più di 200 iscritti. Tommaso Fiore conta addirittura due gruppi in sostegno della sua riconferma (con un totale di 150 iscritti circa), e Fabiano Amati un gruppo con meno di 50 iscritti.

I due casi più interessanti sono proprio i due più numerosi: quello in sostegno di Guglielmo Minervini a giudicare dagli interventi dei membri appare come una vera e propria fucina di idee ed iniziative e quello in sostegno di Loizzo, nato più tardi, è pieno di commenti di stima e di affetto nei confronti dell’uscente assessore ai trasporti. Per entrambi gli assessori in questione, il cui lavoro nella passata giunta è unanimemente elogiato, la riconferma è messa in discussione: nel primo caso da un calo di consenso causato dal fuoco amico e nel secondo caso dall’elezione in consiglio regionale dell’altrettanto capace e stimabile Antonio Decaro che ha condotto la campagna elettorale rivendicando la capacità di governare il sistema dei trasporti (non è un caso la specificità del gruppo in sostegno di Mario Loizzo).

In entrambi i casi quindi la rete si mobilita in soccorso degli assessori uscenti contro le logiche che rischiano di estrometterli. Checché se ne pensi dei Social network e per quanto si possa diffidare del disinteresse di chi ha fatto nascere questi gruppi, il contributo che offrono nel rendere più partecipato e meno cencelliano questo momento così importante della vita politica è indubitabile. E non possiamo che rallegrarcene.

venerdì 26 marzo 2010

Discorso introduttivo dell'iniziativa elettorale "la/a SCUOLA del/dal FUTURO" - Corato 25/03/10

Pubblico il discorso introduttivo che ho letto in occasione dell'iniziativa elettorale "la/a SCUOLA del/dal FUTURO" svoltasi a Corato il 25/03/10 con l'Assessore regionale al Diritto allo Studio Gianfranco Viesti, il Coordinamento insegnanti coratini per Vendola ed un gruppo di studenti.


I nomi delle stelle sono belli:
Sirio, Andromeda, l'Orsa, i due Gemelli.
Chi mai potrebbe dirli tutti in fila?
Son più di cento volte centomila.
E in fondo al cielo, non so dove e come,
c'è un milione di stelle senza nome:
stelle comuni, nessuno le cura,
ma per loro la notte è meno scura.

Voglio aprire con questa filastrocca di Gianni Rodari questo incontro-dibattito sulla scuola co-promosso dalla Fabbrica di Nichi di Corato e dal Coordinamento insegnanti coratini per Vendola, alla presenza dell’assessore al diritto allo studio Gianfranco Viesti che ringrazio per la disponibilità.

E’ una filastrocca che ci parla di una inattualità perché invita a guardare il cielo non concentrandosi sulle stelle più note, quelle coi nomi più grandi e altisonanti, ma su tutte le stelle: quel milione di stelle senza nome, comuni, prive di cura, a cui il viandante notturno deve gratitudine per la luce che dignitosamente, senza la riconoscenza di vedersi chiamate con un nome proprio e cantate con questo dai poeti, emanano.

E’ una filastrocca inattuale in un tempo in cui un individualismo strisciante e l’esaltazione del privato hanno occupato interamente la scena, rubandola ai sogni collettivi, alla dignità faticosamente conquistata da milioni di individui che nel novecento hanno fatto irruzione sulla scena pubblica, contribuendo materialmente a determinare le nostre vite. Un privatismo di cui hanno sofferto e soffrono soprattutto le comunità ed i territori lontani dai centri di potere, quei territori e quelle comunità capaci di tirar fuori il meglio di sé proprio dal lavoro, dal sacrificio fatto lontano dai riflettori, privo di celebrazioni.

In assenza di ragioni collettive ogni individuo è più solo, derubato di una prospettiva diversa per sé e per i propri figli in una società più giusta, si guarda intorno, angosciosamente alla ricerca di capri espiatori della sua prigionia sociale e culturale. Si spiegano così i due fenomeni politici che l’hanno fatto da padrona nell’Italia degli ultimi vent’anni: il berlusconismo, la celebrazione di quell’uomo che si è fatto da solo infrangendo ogni regola, calpestando ogni legame sociale e rivendicando ciò come un merito, ed il leghismo, la rivendicazione di un egoismo sociale che misconosce ogni forma di solidarietà che non sia quella pietistica, che scaccia come ipocrisia e buonismo ogni proposta di dibattito collettivo che tenga in considerazione le posizioni degli ultimi.

La scuola pubblica, la più imponente presa in carico delle disuguaglianze, impegnata non a lenire le ferite che queste causano, ma a creare le condizioni affinché queste non si riproducano, era inevitabile che diventasse anno dopo anno un corpo estraneo di una società cinica e disillusa. Nata come terminale di uno stato che con essa costruiva la propria unità territoriale e sociale, in una società che riconosceva autorevolezza e credibilità agli insegnanti, con la brusca virata degli ultimi vent’anni la scuola pubblica si è ritrovata orfana di un progetto, di una missione, a dover fare i conti con un progressivo ridimensionamento delle risorse. Ed a proposito dell’autorevolezza e della credibilità degli insegnanti, stelle senza nome che illuminano la notte delle periferie, dei quartieri popolari, che silenziosamente costituiscono l’impalcatura di una società e di uno stato che troppo spesso li ha umiliati, abbiamo assistito ad una delegittimazione quotidiana (spesso a voce alta) come quella riservata a tutti i dipendenti pubblici: silenziosamente ha prevalso un tipo umano ad essa completamente antitetico che alla credibilità ed all’autorevolezza ha sostituito il fascino del successo ad ogni costo, alla dedizione per il proprio lavoro le payette ed i lustrini, fieramente indifferente ad ogni cosa che si discosti di un millimetro dal proprio interesse e dalla propria auto-realizzazione.

Questo processo che può apparire lontano, distante dalle nostre vite, è più vicino di quanto si possa immaginare. La rappresentazione plastica della marginalità del mondo della scuola dal dibattito politico, l’esilio pubblico a cui questa è stata relegata dai nostri tempi arriva fin nelle nostre istituzioni cittadine: zero consiglieri comunali su 30 e zero assessori comunali su 10 provengono dal mondo della scuola. E’ l’immagine chiara di come oggi il “mondo che conta” sia altrove: nelle imprese, negli ospedali, negli studi professionali.

Negli ultimi anni poi, noi pugliesi ci siamo trovati a dover fare i conti con un duplice fenomeno: i tagli del ministro Gelmini e le iniziative del Governo regionale in materia di pubblica istruzione.

I primi hanno avuto il sapore di una vera e propria resa dei conti che mette in ginocchio definitivamente un corpo già provato. Dopo aver reso vana la promessa di uguaglianza che la scuola opera quotidianamente e faticosamente, avendo costruito una società, lì fuori dalla scuola, che vanifica ogni tentativo di far partire tutti dallo stesso livello, ora il governo sembra voler zittire definitivamente quella promessa stessa: ‘non siamo tutti uguali, quindi è inutile sprecare risorse per provare a diventarlo’. La retorica messa in atto dal ministro Gelmini e dal ministro Brunetta sulla meritocrazia sono un astuto tentativo di mimetizzare una nuova forma di classismo: se non meriti è inutile che ti lagni, che evochi disagi sociali e familiari, che ti aspetti che la comunità perda tempo e risorse per permetterti di rimetterti in carreggiata. Se non meriti, scendi dal treno della scuola e dell’università pubblica e guai a quei controllori che non si mostrano tassativi ed inflessibili, appesantendo il convoglio e con esso tutto il paese.

Non siamo stati abbastanza attenti di fronte a questa astuzia retorica, eppure bastava ricordarsi il titolo di uno dei capitoli di “Lettera ad una professoressa” di Don Lorenzo Milani: “la scuola dell’obbligo non può bocciare”: non può farlo quella scuola che opera nei quartieri popolari laddove sbattere la porta in faccia ad uno studente significa rispedirlo in case povere di ogni voglia di emancipazione sociale, non può rinunciare a cuor leggero ad insegnargli il piacere di saper leggere e scrivere, argomentare, difendere la propria dignità e l’onestà del proprio lavoro, non può rinunciare a far questo soprattutto in quei quartieri in cui domina la criminalità organizzata. Non può darsi pace la scuola pubblica immaginandosi come un ufficio protocollo cui ognuno si presenta con il proprio bagaglio di merito da far autenticare. Non così è stata pensata, non è stata scelta per questo da chi ha deciso di dedicargli la propria vita.

A fianco di questi provvedimenti umilianti, chi lavora nella scuola e la cittadinanza pugliese tutta ha conosciuto poi le politiche del governo regionale. Non mi dilungherò in merito ad esse, abbiamo la fortuna di avere con noi chi le ha messe in atto ed avrà modo di esporle e spiegarle. Mi limito a dire che hanno avuto il sapore di un’inversione di tendenza: dopo tanti anni c’era qualche istituzione che non solo stanziava fondi per la scuola pubblica, ma rivendicava ciò come un investimento di civiltà, come un dovere della pubblica amministrazione. Non è un caso che un gruppo di docenti a Corato, vistisi rispettati e re-investiti della missione cui hanno deciso di dedicare la propria vita, abbia voluto essere parte di questa campagna elettorale.

L’involuzione che ho raccontato, e che in Puglia ha finalmente trovato un’inversione di tendenza, ha ragioni profonde sulle quali tutto il centro-sinistra italiano dovrà riflettere molto se vorrà presentare un progetto credibile all’elettorato ed all’opinione pubblica. Con la crisi economica del 2008 un ciclo politico sembra essersi concluso, un ciclo politico in cui le forze progressiste si sono viste messe nell’angolo, private del loro vocabolario e costrette ad inseguire le politiche delle forze neo-conservatrici. Rimetterci in cammino oggi significa riconoscere gli errori fatti. L’ha fatto magistralmente Romano Prodi con un’editoriale su “Il messaggero” del 14 Agosto scorso in cui scriveva:

“La causa della sconfitta di questa grande stagione è da individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour era una fucina di novità, nella prassi di governo i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio.

Sul dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali le decisioni non si discostavano spesso da quelle precedenti. […]

Nel frattempo il cambiamento della società continuava secondo le linee precedenti: una crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo dello Stato e dell’uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più limitata degli interventi pubblici di carattere sociale.”

E poi: “per vincere i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti”. In Puglia ciò sta avvenendo già da tempo e le politiche scolastiche sono un tentativo di ricostruire, sotto le macerie di una società cinica e individualistica, un vincolo solidaristico.

Da sempre le decisioni che un governo prende in materia di pubblica istruzione parlano non solo della pubblica istruzione: ci danno la traccia della volontà di questo di investire sul futuro, di affrontare le disuguaglianze, di non rassegnarsi ad esse. Non è un caso che quando scendono in piazza gli studenti, i precari della scuola, manifestano un malessere sociale diffuso e nello stesso tempo suscitano speranze in settori dell’opinione pubblica distanti dal mondo della scuola e dell’università. Non è un caso se oggi le politiche scolastiche del governo regionale suscitano interesse anche in quei settori.

Da anni attraversiamo la notte, con l’angoscia di chi attende un’alba che ci restituisca speranze e dignità. Tante albe ci sono state annunciate per poi rivelarsi illusorie e ricacciarci ancora più soli nel buio. Da molti oggi la Puglia è descritta come un’alba possibile per il nostro paese, ed è nostro dovere coltivare questa possibilità. La notte sarà ancora lunga, non dobbiamo farci illusioni aspettando che l’alba arrivi da un momento all’altro, ma impegnare i nostri sforzi per orientarci nel buio e cominciare un nuovo cammino; e l’unica guida possibile sono le stelle, quel milione di stelle senza nome, comuni, che nessuno cura ma che possono renderci la notte meno scura ed il viaggio meno solitario.

Buon cammino a tutti!