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lunedì 18 luglio 2011

La futurite, malattia senile della sinistra al governo


Pare che per la sinistra fare i conti col passato, con un secolo che (come il XX) l’ha vista protagonista nel bene e nel male, sia ancora oggi un terreno scivoloso dal quale è impossibile uscirne senza ossa rotte. È questa la prima, sconsolante, considerazione che ho fatto dopo aver letto l’esternazione di Vendola sull’attualità del chiamarsi compagni.

Chiudere i conti col passato, con le derive totalitarie, con descrizioni del mondo che non corrispondono più alla realtà significa tornare ad essere radicati nei conflitti del presente, dismettere i panni del minoritarismo. Come fare a non essere d’accordo che qualunque descrizione del capitalismo di stampo fordista con annessa specifica conflittualità sia del tutto desueta ai tempi della globalizzazione e del cannibalismo del capitalismo finanziario? Come fare a non essere d’accordo con la critica del potere e delle sue derive compiute in nome degli ultimi da elitès con i piedi e la testa tra i primi della classe?

È però davvero sottile il confine tra il dismettere vecchie arnesi che non permettono di leggere i conflitti ed il dolore dei nostri tempi e la futurite, quella strana malattia che colpisce le sinistre al governo e le porta a vedere nella dismissione di ogni cultura critica in quanto patrimonio del passato la panacea dei mali del presente, utile magari a compiacere qualche salotto buono. Sottile ed irreparabile quanto la linea che separa l’entusiasmo dalla delusione. Per questo preoccuparsi di tenere i piedi al di qua di quel confine in ogni atto ed in ogni esternazione è cosa saggia.


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da LINKREDULO di LUNEDÌ 18 LUGLIO 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/2211-la-futurite-malattia-senile-delle-sinistre-al-governo.html


venerdì 10 settembre 2010

2001-2010: metamorfosi del berlusconismo ed eclissi della politica

da LINKREDULO di Giovedì 09 Settembre 2010 22:44 - http://www.linkredulo.it/politica/1404-2001-2010-metamorfosi-del-berlusconismo-ed-eclissi-della-politica.html

La campagna elettorale del 2001 la ricorderò per sempre: avevo 16 anni ed era la prima a cui partecipavo attivamente. Ripensandoci oggi riesco a comprendere alcuni aspetti che all’epoca sfuggivano allo sguardo di un adolescente e facendolo mi balza agli occhi com’era diversa quella fase del berlusconismo da quella attuale.

Durante quella campagna elettorale Berlusconi riuscì a costruire un sogno ed a trasmetterlo al suo elettorato. Erano anni in cui il credo neo-liberista non incontrava resistenze e si pensava che la caduta del muro di Berlino e l’avanzata del mercato su tutto il globo terrestre avrebbero diffuso il benessere e la libertà ovunque. Si trattava insomma, almeno nella propaganda, di una forma di universalismo: un’idea di società in cui per tutti è possibile essere felici. A fianco di questa metamorfosi geopolitica era egemone in Occidente un individualismo che celebrava il successo del singolo e proprio in questa chiave declinava la felicità. Berlusconi si fece interprete di entrambi questi aspetti: il primo nella forma di disegno politico ed il secondo incarnandolo con la sua biografia (opportunamente riveduta e corretta da abili comunicatori). La fase finale della campagna elettorale coincise con il 1° Maggio ed in quell’occasione Berlusconi sostenne che avrebbe creato nuovi posti di lavoro perché facendo l’interesse delle aziende avrebbe permesso a queste di creare nuova occupazione: un’affermazione che riletta oggi, alla luce della legge 30, appare in tutta la sua assurdità ma che allora riuscì a convincere gran parte dell’opinione pubblica. In questo contesto va anche inserita la crisi della politica avviatasi nell’89 con la fine di quelle che venivano chiamate le “grandi narrazioni” ed aggravata in Italia dal discredito che sulla classe politica gettò senza appello l’inchiesta di Mani Pulite. Anche in questo Berlusconi si fece interprete dello spirito dei tempi presentandosi come l’uomo d’azienda, di successo, quello concreto ed estraneo alle pastoie ed all’inconcludenza della politica. Ricorrente nella campagna elettorale era l’espressione “governerò l’azienda Italia”.

Ponendo l’accento su questi aspetti non voglio ridimensionare l’impatto che su quella campagna elettorale (e su tutte le successive) ebbe il controllo della maggior parte dei media, ne’ gli errori del centro-sinistra. Il mio intento è considerare la vicenda berlusconiana in un più ampio contesto in cui a fianco dell’eccezione democratica, tutta italiana, c’era una regola economico-sociale uniforme in tutto l’Occidente a tal punto da spingere i governi progressisti ad adeguarvisi. Questo aspetto infatti, a mio parere, non è mai stato sufficientemente indagato ed è una delle cause, forse la principale, della mancanza di credibilità del centro-sinistra attuale e della sua incapacità di creare una prospettiva credibile di futuro. Il delirante Berlusconi degli ultimi anni, il suo ineguagliabile potere economico e mediatico e la rozzezza che lo circonda hanno infatti indotto in molti erroneamente l’idea che alla base del suo successo politico non ci sia alcun sogno, alcuna utopia attorno alla quale si è raccolto il suo consenso.

Ed oggi? Cosa è cambiato nel modo di Berlusconi di porsi sulla scena pubblica? La speranza che il suo governo avrebbe creato prospettive di vita migliori per tutti si è irrimediabilmente arenata sul crescente divario nella distribuzione della ricchezza e su una normativa in tema di mercato del lavoro che ha privato le giovani generazioni di ogni speranza. Già alla fine del mandato iniziato con quella roboante vittoria non si sentiva più Berlusconi prospettare un futuro migliore per tutti. Emblematico è il caso della scuola: nel 2001 quello di una riforma della scuola basata sulle tre i (inglese, internet, impresa) era uno dei temi su cui si basò la campagna elettorale. Quel disegno era perfettamente coerente con quanto descritto prima e si trattava di un’idea di scuola, con la quale essere o meno d’accordo. Passati gli anni la scuola si è trasformata sull’agenda berlusconiana da luogo di questa prospettata rivoluzione a settore da tagliare.

A quella prospettiva universalistica (non più credibile dopo quei 5 anni di governo) si è sostituito un altro approccio tipico dei regimi: l’accusa nei confronti dei sabotatori, divenuta anno dopo anno più frequente e trasferitasi dall’opposizione ad alcune “elitès di merda” (Brunetta dixit) come la magistratura, gli intellettuali e i giornali non compiacenti fino ad arrivare ad intere categorie sociali, in particolar modo i dipendenti pubblici. Berlusconi è passato dall’unire una cospicua parte di opinione pubblica attorno ad un sogno ad unirla attorno all’avversione per l’altra parte d’Italia. Ha trovato terreno fertile in un mai sopito sentimento anti-comunista, nell’idea, incrementata da tangentopoli, che il settore pubblico e chi vi lavora sia parassitario ed in ciò che restava del fascino del self-made man.

A fianco di una mancanza di radicalità nell’opporsi all’eversione berlusconiana, ritengo che il principale errore del centro-sinistra nel 2006 sia stato quello di non aver saputo contrapporre al declinante sogno berlusconiano un altro sogno, un’altra idea di società, smarcandosi più nettamente dal credo neo-liberista. Perdendo qualche pezzo di coalizione si sarebbe potuta condurre una campagna elettorale con un po’ più di chiarezza sui temi chiave e con un programma un po’ più coinvolgente ed entusiasmante del pur sacrosanto stato dei conti pubblici, in nome dei quali è davvero impensabile chiamare un popolo alla mobilitazione.

Nelle elezioni del 2008 abbiamo potuto vedere come il sogno berlusconiano era completamente sparito. Il fallimento dell’esperienza di governo del centro-sinistra gli ha offerto un motivo in più per condurre la campagna elettorale esclusivamente nella modalità suddetta: legittimare ed esaltare il pensiero di una parte dell’opinione pubblica di essere migliore dell’altra. La caccia ai sabotatori però si è rivelato ancora una volta l’unico rimedio per colmare il vuoto di politica: la vicenda di Fini lo testimonia. A ciò va aggiunta la crisi economica del’08, tanto epocale da indurre tutti i leaders conservatori occidentali a ripensare l’intervento dello Stato nella vita pubblica. Ciò era però incompatibile con il sogno berlusconiano e tale incompatibilità si è tradotta in un balbettio negli interventi per affrontarla o in contrasti con la politica del rigore di Tremonti.

Oggi al popolo berlusconiano ed all’opinione pubblica ancora disposta a credergli resta, rinvigorito dall’astio verso l’altra parte d’Italia, il cadavere di quel vecchio sogno che mantiene una credibilità posticcia grazie all’assenza di alternative valide e pronte al confronto; opzione a cui talvolta il centro-sinistra sembra aver purtroppo rinunciato.

venerdì 9 luglio 2010

Cassano, D’Alema e Reichlin a confronto sulla crisi della politica

Occasione del confronto la presentazione del libro di Alfredo Reichlin “Il midollo del leone”.

da barilive.it 9/7/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=17834

Ieri pomeriggio presso la libreria Laterza si è svolta la presentazione del volume “Il midollo del leone” di Alfredo Reichlin, politico italiano di lungo corso, storico esponente del PCI oggi nel Partito Democratico. Quello di Reichlin a Bari è stato un ritorno: in passato quando si avvicinò alle posizioni della minoranza ingraiana ed entrò in attrito con la dirigenza del Partito venne diplomaticamente esiliato in Puglia a ricoprire il ruolo di segretario regionale. Qui ebbe modo di conoscere la nascente Ecole barisienne per la quale divenne un interlocutore privilegiato all’interno di quel PCI nei confronti del quale quei giovani intellettuali meridionali erano molto critici.
A discutere con lui del libro c’erano Franco Cassano, uno di quei giovani intellettuali, e Massimo D’Alema che circa vent’anni dopo Reichlin venne anch’egli spedito in Puglia come segretario regionale. La riflessione sulla crisi della politica e della sinistra, temi trattati dal testo di Reichlin, si è non a caso spesso intrecciata con i ricordi dei tre partecipanti al dibattito.

Franco Cassano ha aperto la discussione ponendo in evidenza la sproporzione delle forze in campo tra la politica e l’economia impostasi negli ultimi decenni. Per farlo ha impiegato una metafora calcistica dicendo che “prima la politica giocava in casa, ora gioca in casa dell’economia” e che quindi la crisi della sinistra non va letta solo nei termini di allentamento della tensione morale ma anche in quelli di un cambiamento strutturale delle forze in campo. La questione centrale per il dibattito politico a sinistra oggi, ha detto Cassano, dovrebbe essere incentrata intorno a quelle che, con un’espressione antica, vengono definite le “forze motrici della storia”, quelle capaci di rovesciare il fattore campo nel rapporto economia-politica rimettendo al centro il tema dei bisogni.

Il dibattito si è poi acceso tra D’Alema e Reichlin; riportare la totalità degli argomenti toccati è davvero impossibile. Entrambi esponenti di punta del partito democratico e sostenitori di Bersani all’ultimo congresso, hanno (soprattutto per merito di Reichlin che è intervenuto per secondo ed ha quindi potuto replicare) discusso a viso aperto proponendo due diverse visioni della situazione politica italiana. Se D’Alema ha posto l’accento sulla continuità tra la crisi delle forze progressiste in Italia e quella delle forze progressiste europee motivandola come crisi di sistema (in contrapposizione alla parte restante del pianeta in cui i progressisti guidano grandi processi emancipativi), Reichlin senza minimizzare il cambiamento di scenario internazione avvenuto nell’ultimo trentennio (ha non a caso citato le politiche di Ronald Regan e Margaret Tatcher dicendo che della loro rivoluzione la sinistra non ha ancora preso le misure) ha evidenziato la discontinuità con la situazione italiana. Il suo intervento è cominciato dicendo “non riesco a ridimensionare la crisi italiana”. Reichlin è stato non a caso il primo a pronunciare il nome di Berlusconi, dicendo che è imparagonabile il livello di analisi e di studio che gli esponenti del PCI avevano raggiunto negli anni ’30 in merito al fascismo con quello che oggi la sinistra italiana sta producendo in merito al berlusconismo.