venerdì 3 agosto 2012
La questione 'capitale' di Taranto
sabato 15 ottobre 2011
Da bamboccioni a Indignados
Dall'autunno 2008 il mondo intero è cambiato: è stato un brusco risveglio che ci ha portato a rivedere completamente la percezione delle nostre vite, delle nostre scelte individuali e collettive. La pubblica opinione egemone, quella che non metteva in discussione lo strapotere dei mercati finanziari, le storture della globalizzazione, le misure di flessibilizzazione del mercato del lavoro, sorda alle critiche che provenivano da settori minoritari del mondo politico ed intellettuale, presentava l'era chiusasi così bruscamente come un'età dell'abbondanza, delle possibilità per tutti di realizzarsi e di realizzare i propri sogni. Le cose che non andavano erano evidenti, ma si tendeva a non vederle, attribuendo la responsabilità alla debolezza dei soggetti incapaci di adeguarsi allo spirito dei tempi cogliendone le opportunità. I giovani erano uno degli obiettivi principali di questa invettiva: 'sanno solo lamentarsi', si diceva, 'hanno avuto tutto senza sacrifici e non sono contenti'.
La sortita di una nobile figura come Padoa Schioppa che chiamò "bamboccioni" i giovani che restano in casa con i genitori fino a trent'anni e passa offre la misura di come questa visione abbia travalicato ogni confine: un'affermazione del genere te la puoi aspettare da un imprenditore rampante, da un intellettuale o politico di cultura neo-liberista, da un conservatore innamorato dei bei tempi andati e della forza delle generazioni passate, tempratesi nei sacrifici, ma non da un economista di area di centro-sinistra.
E' bastato che la percezione della direzione intrapresa dalle nostre società cambiasse ed ecco che la condizione giovanile è diventato di fronte all'opinione pubblica un fatto improvvisamente serio. Se non siamo in un'era dell'abbondanza, ma in quella di una crisi che sembra infinita, è legittimo pensare che le vittime principali di questa situazione saranno le giovani generazioni, quelle che vivranno nello stato e nelle società che verranno costruite con le scarse risorse oggi a disposizione. Oggi nessuno più si sogna di bollare i giovani come "bamboccioni" o di rivolgergli le sprezzanti parole che con tanta leggerezza per anni sono state usate. Anzi, dopo averli spogliati di ogni prospettiva oggi sono in tanti, a destra ed a sinistra, ma soprattutto in quella parte di società equidistante dal mondo politico, a sperare che siano proprio i giovani a segnare il cambio di rotta, in Italia ed in un'Occidente che pare incapace di reagire alle ferite che si è inferto.
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lunedì 3 ottobre 2011
Fiat fuori da Confindustria
lunedì 12 settembre 2011
11/9/01: quasi un'epoca fa!
Per chi ha vissuto la propria adolescenza nei pressi dell’11 Settembre 2001 l’attentato alle Torri Gemelle ha rappresentato il battesimo della propria autocoscienza storico-politica. La sensazione predominante era quella di essere contemporanei a qualcosa di inequivocabilmente importante, di star attraversando un’epoca che si apriva con un fatto che offriva una chiave di lettura del presente che avrebbe permesso a chiunque, un domani, di dire “io c’ero”. Cominciare a capire di esser parte del mondo con un evento così terribile era allo stesso tempo inquietante ed esaltante. Silvia Avallone nel suo romanzo “Acciaio”, ambientato proprio nell’estate del 2001, ha meritoriamente raccontato quei momenti visti con gli occhi di ragazze e ragazzi spensierati di un’età compresa tra i 14 ed i 26 anni riuniti in un bar di paese, qualunquisti ma allo stesso tempo morbosamente incuriositi da quanto stava accadendo.
Le domande e le riflessioni sulla situazione internazionale non erano una novità in quell’estate cominciata a Genova: molti avevano già cominciato a confrontarsi e schierarsi sui temi sollevati dai No Global. L’11 Settembre travolse tutto e chiamò in causa tutti, anche i tantissimi che da Genova non erano stati lambiti in quella calda estate in cui impazzava “Tre parole”, una canzonetta inno della spensieratezza e del disimpegno. Ascoltarla oggi con la consapevolezza di quello che stava per accadere fa venire i brividi.
Ad un decennio di distanza sembra passato un intero secolo. Tanti sono gli eventi che hanno sconfessato la lettura egemone in Occidente di quei fatti e della reazione necessaria: il fallimento delle guerre in Afghanistan ed Iraq, la crisi economica che ha fatto traumaticamente scoprire all’Occidente come il proprio nemico sia al suo interno, la candidatura di Obama e la sua elezione (indipendentemente dal giudizio che si possa dare del suo operato) ed infine le rivolte nel mondo arabo (nonostante su di esse pesino proprio le incognite del fondamentalismo islamico).
In questa nuova epoca restano ancora aperte le sfide e gli interrogativi posti dall’11 Settembre: la convivenza tra culture diverse, le tensioni internazionali nate e rinfocolate da secolari disuguaglianze, l’iniquità di una globalizzazione non governata dalla politica e le spinte fondamentaliste ed identitarie che essa innesca. Ad esse però l’Occidente vi si accosta oggi meno sicuro di sé, ferito dalla sua stessa arroganza. E non è detto che sia un male.
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La lunga marcia comincia adesso
Lo sciopero generale indetto dalla Cgil è stato un successo: le piazze e le strade si sono riempite di quella parte d'Italia contraria alle tante manovre proposte nelle ultime settimane e convinta della necessità di mandare via questo governo.
Sull'efficacia dello strumento dello sciopero generale oggi occorre però spendere qualche parola. Nelle ultime settimane la Cgil dopo la proclamazione dello sciopero è stata attaccata dalla destra e da Confindustria che l'accusavano di "irresponsabilità" e dal mondo antagonista che le contestava l'esiguità del numero delle ore di mobilitazione a fronte della gravità delle misure del governo.
Lo sciopero generale era fino a qualche decennio fa uno strumento efficace per bloccare il paese: tra grande industria e pubblico impiego era occupata una parte considerevole della popolazione italiana. Se in questi due settori i lavoratori incrociavano le braccia, il paese si bloccava e la percezione del disagio era evidente. Oggi, dopo un ventennio di esternalizzazioni e delocalizzazioni, l'Italia industriale è stata lentamente smantellata: sempre più sono le piccole e medie imprese o addirittura i lavoratori in proprio messi in concorrenza tra loro per dei servizi che prima fornivano essendo dipendenti di qualche grande gruppo. Il pubblico impiego è oggetto di una forte cura dimagrante (si pensi alla scuola). I processi di flessibilizzazione delle leggi in materia di lavoro hanno fatto il resto. I lavoratori per i quali lo sciopero è un'opzione a portata di mano sono cioè sempre di meno: chi non scende in Piazza oggi non lo fa perché contrario alle motivazioni della protesta (questa come qualunque altra) ma perché le condizioni materiali del proprio lavoro fanno di tutto per inibire la sua volontà e la sua possibilità di mobilitarsi.
Da questo, dalla metamorfosi delle condizioni materiali del lavoro, dipende prima di tutto la crisi del sindacato in Italia ed in Europa. Così ci si spiega i suoi tentennamenti: il sindacato sa di non riuscire più a rappresentare la totalità dei lavoratori e pertanto ogni volta che deve compiere un passo in avanti deve contemporaneamente chiedersi chi lo seguirà.
Ciò significa forse che mobilitarsi con la speranza di fare qualcosa d'altro di un semplice atto di testimonianza sia una pia illusione? No, ma bisogna avere la consapevolezza che vincere una battaglia sul terreno del lavoro oggi è un'operazione estremamente complessa che non può giocarsi solo sul terreno del lavoro. Pertanto questo sciopero generale, con tutti i suoi limiti, con la consapevolezza che nessuno sperava che alla sera il governo avrebbe ritarato la manovra, lo si deve considerare come un buon inizio. Unire in un'unico corteo metalmeccanici, pubblico impiego, pensionati, immigrati, precari e studenti all'inizio di Settembre è un risultato fantastico. Ora affinché non venga sprecato c'è bisogno contemporaneamente che all'interno dei vari settori il fronte si allarghi e che tra di essi non si divida. Scarpe rotte, eppur...
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da LINKREDULO di MERCOLEDì 7 SETTEMBRE 2011 - http://www.linkredulo.it/politica/2243-la-lunga-marcia-comincia-adesso.html
mercoledì 8 giugno 2011
PRECARIO SARÀ LEI! - Noi giovani europei e i nostri fratelli sulla sponda sud del Mediterraneo
Il vuoto politico dell'ultimo trentennio ed il progressivo peggioramento delle prospettive di vita e di benessere può però spingere ad un'esaltazione incondizionata di tutto ciò che proviene dai giovani (con quante g, prototipo dei luoghi comuni sui giovani, decidetelo voi). È emblematico che sentimenti di simpatia nei confronti degli indignados spagnoli (come in precedenza in Italia nei confronti degli studenti dell'Onda o di quelli mobilitatisi nell'ultimo autunno) provengano da giornali e settori dell'opinione pubblica tutt'altro che contrari negli anni passati alla flessibilizzazione dei rapporti di lavoro ed a tutte le politiche che hanno costruito l'attuale situazione.
Il mio disagio nasce da un ulteriore sospetto: non è che forse tale entusiastico sostegno e spazio che viene dato ai giovani in rivolta sia deleterio proprio per le ragioni di quelle rivolte contribuendo a fenomeni di normalizzazione? L'esaltazione di una generazione in rivolta non rischia di fornire un'immagine troppo consolatoria per le vecchie generazioni che hanno costruito questo mondo ed auto-assolutoria per quelle giovani che possono tornare a casa soddisfatte di essere oggetto d'attenzione del mainstream con un volto pulito?
Pertanto in questo articolo non voglio unirmi al coro di entusiastici sostenitori degli indigados ma voglio provare a porre qualche questione in merito alla loro mobilitazione.
La loro esperienza è estremamente interessante, soprattutto perché segue di pochi mesi quelle avvenute in Tunisia in Egitto (sulla Libia è d'obbligo sospendere il giudizio), culminate con la fuga dei dittatori e l'apertura di una delicata quanto interessante fase di transizione. Il fascino di ciò che è avvenuto in Maghreb dipende anche dall'aver rovesciato l'immagine di un Occidente alfiere dell'unica modernità possibile e del resto del mondo all'affannosa rincorsa dei modelli da esso propugnati o proiettato verso ondate regressive quali il fondamentalismo e l'integralismo islamico. La Rivoluzione dei gelsomini è un fenomeno tutto maghrebino al quale parte dell'Occidente ha guardato come a un'esperienza capace di salvarlo. Da qui all'idea che sia possibile esportare quell'esperienza senza problemi però ce ne passa parecchio.
Ciò non significa che non sia possibile: entrambe le società (quella europea e quella nord-africana) sono unite dall'aver costruito nei decenni passati, per motivi diversi, sistemi sociali che non ha preso in considerazione la questione delle future generazioni ed oggi si trovano a dover fare i conti con il loro senso di esclusione e la loro indignazione. Su quest'affinità c'è da lavorarci cercando di costruire una coscienza mediterranea del problema e delle possibili alternative, senza però dimenticare in tale costruzione le divergenze tra la nostra e la loro condizione. Tale omissione, fatta in nome di un equivoco umanesimo egualitaristico, rischia di compromettere la possibilità di tradurre l'esperienza maghrebina in Europa. E come sanno bene i traduttori, il loro è un lavoro faticoso, tutt'altro che una semplice trasposizione.
Propongo qui tre differenze tra la sponda sud e la sponda nord del Mediterraneo, nella speranza che tenendole presenti sia più facile continuare a guardare alla Rivoluzione dei gelsomini con una maggiore consapevolezza, agevolando e non pregiudicando la possibilità di averla come faro.
Boom economico. Nella storia recente delle società europee c'è il periodo post-bellico ed una produzione di ricchezza e di benessere protrattasi fino alla metà degli anni '70. Le differenze e le ingiustizie sociali sono rimaste (e tante!), ma più di una generazione è riuscita attraverso l'istruzione ed il lavoro ad emanciparsi, comprarsi una casa, permettere ai figli di studiare, comprarsi oltre ai beni di prima necessità una televisione, una macchina etc. Sulla ricchezza prodotta in quel periodo si regge ancora in gran parte l'equilibrio sociale attuale: le giovani generazioni oggi entrano tardi nel mondo del lavoro, guadagno poco con contratti che scadono presto; se non muoiono di fame o vanno a dormire sotto i ponti è solo in virtù delle, sempre più esigue, disponibilità economiche dei genitori accumulate a partire dagli anni del boom. Della situazione sulla sponda sud del Mediterraneo l'esperienza di Mohamed Bouazizi è emblematica: dopo la scuola Mohamed non continua gli studi perché non ha una famiglia capace di sostenerne le spese ed inizia a lavorare. È il capofamiglia (il padre è morto) e dal suo lavoro dipende la sopravvivenza di sette persone. Come lui ce ne sono tantissimi in Tunisia; la situazione oltre che umiliante e senza prospettive di lungo periodo (come in Europa) è anche disperata: se non si lavora non si rischia solo di non costruirsi un futuro, di rimandare (forse all'infinito) la propria indipendenza restando sotto l'ombrello protettivo della famiglia; se non si lavora si rischia tutto, per sé e per i propri cari. Da qui è facile capire la radicalità della rivolta sociale trasformatasi in breve tempo in rivoluzione politica; è facile capire come era impossibile per le autorità lasciarla sfumare aspettando che i giovani tornassero alle loro case ed alle loro cose, ai loro sogni di realizzazione individuale finanziata a tempo indeterminato dalla famiglia.
Democrazia. Porre come discrimine tra l'Occidente ed il resto del mondo la democrazia caricando ciò con un giudizio di valore (del tipo 'noi, in quanto democratici, siamo migliori') è approssimativo oltreché criminale. È invece utile non omettere questo dato in senso analitico, quantomeno per capire quali siano stati il coinvolgimento e le responsabilità delle opinioni pubbliche nella storia politica dei singoli stati e come devono strutturarsi in essi le prospettive emancipative. Le opinioni pubbliche sono sempre responsabili, in democrazia o sotto dittatura, per il voto che esprimono o per il silenzio e la docilità che esercitano. Paradossalmente in presenza di un regime democratico di lunga durata è più difficile voltare radicalmente pagina, chiudere i conti con una fase, anche quando essa sia stata palesemente dannosa. La legittimazione popolare, il consenso attivo dell'opinione pubblica è una perenne assoluzione collettiva. L'epopea neo-liberista, la flessibilità sul mercato del lavoro, il degrado a cui sono stati abbandonati i beni pubblici (quando non sono stati direttamente svenduti), il rifiuto di governare la globalizzazione in nome della razionalità e della giustizia del mercato, in breve, i fenomeni che hanno impoverito l'Occidente gettando tutto il fardello sulle giovani generazioni non sono state realizzate malgrado l'opinione pubblica, ma grazie al sostegno ed all'entusiasmo di quest'ultima. Oggi la transizione democratica in Maghreb (soprattutto in Tunisia) parte da un'equazione che noi non possiamo permetterci: quella tra la dittatura e l'iniquità sociale da un lato e la democrazia e l'uguaglianza dall'altra.
Lavoro e globalizzazione. È il punto a mio parere più delicato: noi siamo in quella parte di mondo ricattata dalla globalizzazione, loro in quella sedotta. Una delle principali novità della globalizzazione è stata la possibilità per le aziende di delocalizzare la produzione negli stati che gli offrivano le condizioni migliori del fisco e non solo (basti pensare alle normative sulla sicurezza sul lavoro). Hanno così tenuto sotto ricatto gli stati dove si erano insediati nel passato, che oggi gli offrono invece condizioni svantaggiose (come ci hanno ribadito le recenti vicende di Pomigliano e Mirafiori). Nei paesi un tempo detti in via di sviluppo che hanno conosciuto una transizione o una maturazione democratica in contemporanea con l'inizio della globalizzazione si sono avviati processi di emancipazione collettiva e di redistribuzione della ricchezza molto interessanti. Ad esempio ciò è successo in Brasile. In quei casi le grandi aziende occidentali hanno deciso di aprire degli stabilimenti produttivi consapevoli che il livello delle tutele, dei salari e della fiscalità era talmente più basso rispetto agli standard occidentali che erano persino possibile concedere delle migliorie, rivoluzionarie per le popolazioni locali ma poco onerose per le corporation se confrontate al loro costo nei paesi industrializzati. Dietro quella spinta emancipativa vi sono quindi anche questioni materiali che non vanno ignorate. Da sole tali condizioni materiali non bastano, non a caso altrove hanno prodotto ulteriore accentramento del potere e concentrazione della ricchezza, ma quando incontrano delle forze operaie e progressiste organizzate sono capaci di far partire delle esaltanti esperienze politiche come quella di Lula in Brasile. In Tunisia ed in Egitto il fenomeno dell'apertura agli investimenti stranieri era cominciato timidamente, frenato soprattutto dall'incognita dell'integralismo islamismo. Non aveva però dato vita a fenomeni redistributivi, contribuendo infatti a creare grandi concentrazioni della ricchezza (basti provare a confrontare la situazione di due cittadini tunisini: Mohammed Bouazizi e Tarek Ben Ammar, miliardario socio in affari di Berlusconi). La rivolta delle giovani generazioni in quei paesi sembra anche dire: vogliamo essere parte di queste novità ed opportunità che la globalizzazione offre e di cui voi, elitès corrotte ed autoritarie, ci espropriate. Qualcosa che noi non possiamo dire perché siamo in quella parte di mondo cui la globalizzazione ha messo in discussione gli standard di benessere prodotti in precedenza.
Prima di chiudere mi preme sottolineare come queste tre questioni sono ben lungi dall'essere dei motivi per i quali noi giovani europei non dovremmo indignarci. Anzi, proprio perché ci stiamo impoverendo, le nostre democrazie sono ostaggio dei poteri economici e mediatici ed il nostro confronto con la globalizzazione ha oscillato tra un balbettio e la regressione verso fenomeni neo-tribali dovremmo ribellarci ancor di più.
Dobbiamo farlo senza ignorare le differenze, con la consapevolezza della nostra condizione e lo sguardo sempre rivolto ai nostri fratelli dall'altra parte del Mediterraneo che hanno sicuramente qualcosa da insegnarci.
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da LINKREDULO di MERCOLEDÌ 25 MAGGIO 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/2101-noi-giovani-europei-ed-i-nostri-fratelli-sulla-sponda-sud-del-mediterraneo.html
mercoledì 11 maggio 2011
PRECARIO SARA' LEI! - Gli applausi di Bergamo sono un programma politico
Quando ho letto degli applausi ricevuti da Harald Espenhahn, amministratore delegato della ThyssenKrupp, al meeting di Confindustria tenutosi a Bergamo ho pensato di titolare la rubrica di questa settimana con una citazione dotta: “Hanno la faccia come il culo”, riprendendo una celeberrima copertina di Cuore di qualche anno fa.
Espenhan è stato recentemente condannato a 16 anni per omicidio volontario per l'incendio divampato nello stabilimento torinese della ThyssenKrupp del 6 dicembre 2007, quando persero la vita sette operai. Il tribunale ha ritenuto l'amministratore delegato consapevole e quindi colpevole dell'insicurezza delle linea su cui è scoppiato l'incendio.
Alla rabbia che cresceva istante dopo istante immaginando questa platea di manager che, privi di ogni senso del pudore, applaudivano le loro brame di denaro, è subentrata la consapevolezza di dover riflettere sull'accaduto.
La storia della ThyssenKrupp è la classica storia di un
Quegli applausi, lungi dall'essere uno sfogo di gioventù, sono un vero e proprio programma politico. Le conquiste passate, per chi non fosse ancora riuscito a capirlo nei decenni passati, sono revocabili in qualunque momento, non appena l'equilibrio delle forze in campo muta. E le forze in campo sono radicalmente mutate dagli anni '80 in poi a sfavore del lavoro. Le tutele ed i diritti conquistati in Italia con il sacrificio e la lotta del più grande movimento operaio d'Occidente sono state erose negli anni passati dalle politiche un centro-destra riunito attorno alla leadership forte di Berlusconi (perfetto eroe eponimo, in versione kitch, dell'epopea neo-liberista) e da un centro-sinistra che, non unico in Occidente, non ha compreso per tempo quanto epocale fosse la sconfitta inflittagli non dal crollo del muro di Berlino, ma dall'egemonia reganian-tatcheriana in voga dall'inizio degli anni '80. I 'faccia-come-il-culo' di Bergamo hanno sia sostenuto gli uni che legittimato gli altri. Oggi, che la crisi economico-finanziaria ha rimescolato le carte a sinistra e la leadership berlusconiana nel centro-destra è appannata e statica, si guardano attorno, alla ricerca di qualcuno che possa offrirgli garanzie e farsi interprete della loro epopea, svecchiandola e lanciandola verso nuove sfide.
Di quell'applauso dobbiamo ringraziarli: ce ne ricorderemo e glielo ricorderemo ogni qualvolta verranno a dirci di abbassare i toni, di 'non essere ideologici', che 'con la globalizzazione è finita la lotta di classe' (cit. Tremonti), che 'il conflitto sociale è vecchio è brutto', che 'reclamare diritti per i più poveri significa essere animati da invidia sociale' e che 'per vincere bisogna sfondare al centro', 'conquistare i moderati', 'dialogare con il mondo produttivo'.
A pensarci bene sono d'accordo con loro: al diavolo le ipocrisie. Che la lotta continui!
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da LINKREDULO di MERCOLEDÌ 11 MAGGIO 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/2056-precario-sara-lei-gli-applausi-di-bergamo-sono-un-programma-politico.html
mercoledì 4 maggio 2011
PRECARIO SARÀ LEI! – Il conflitto sociale all'epoca del Finanzcapitalismo
Il libro di Luciano Gallino, Finanzcapitalismo, la civiltà del denaro in crisi, edito recentemente da Einaudi, aiuta a fare un po’ di chiarezza sul mondo in cui viviamo e su quali siano (e siano stati) i processi di ristrutturazione del capitalismo che ci hanno portato alla situazione attuale. Gallino non è nuovo ad analisi sul tema e la monumentalità dell’opera è tale che probabilmente ci tornerò nei prossimi articoli della rubrica.
In questo primo focus mi preme sottolineare il cambio di paradigma che Gallino suggerisce: quello del passaggio dal capitalismo industriale, fondato sulla “produzione di valore” al finanzcapitalismo, basato sull’“estrazione di valore”. Il passaggio è esemplificato dal superamento della forma triadica coniata da Marx D1 – M – D2 secondo la quale si investe denaro (manodopera + materie prime D1) per produrre della merce (M) e trarne un profitto superiore a quello investito (D2) alla formula diadica D1-D2, nella quale la crescita del denaro è dovuta esclusivamente ad operazioni speculative. Scrive Gallino: “il denaro viene impiegato, investito, fatto circolare sui mercati finanziari allo scopo di produrre immediatamente una maggior quantità di denaro”. Tra i dati riportati vi è quello secondo il quale i cosiddetti “investitori istituzionali” (fondi pensione, fondi comuni di investimento e compagnie assicurative) detengono, in media, il 55% del capitale di tutte le società presenti in borsa, determinando con una quota così alta tutte le strategie di governance delle stesse. Fine di tali strategie non è quello di fare degli investimenti oculati per produrre un prodotto credibile, ma quello di accrescere, a brevissimo termine, il valore delle azioni. In tale ottica anche solo l’annuncio di piani ristrutturazioni aziendali volti a ridurre le spese (attraverso delocalizzazioni, esternalizzazioni, intensificazione dei turni di lavoro, tagli ai cosiddetti ‘rami secchi’ etc.) aumenta immediatamente il valore delle azioni.
Nel processo di produzione della ricchezza attraverso la trasformazione di materie prime in merci il capitale aveva bisogno di manodopera e su questo bisogno il mondo del lavoro ha costruito il conflitto e conquistato le tutele ed i diritti durante il ‘900; invece nello schema diadico il lavoro non è più strumento prioritario del capitale per produrre ricchezza: il rapporto tra domanda e offerta viene rovesciato ed i diritti erosi continuamente anche grazie ad uno sterminato esercito del lavoro di riserva che la globalizzazione ha offerto.
La ricostruzione di un conflitto non può che partire dalla consapevolezza di questa situazione, senza la quale qualunque iniziativa rischia di contribuire ad accrescere la frustrazione delle vittime del Finanzcapitalismo e la loro sensazione che il presente sia impolitico ed inemendabile.
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da LINKREDULO di Mercoledì 04 Maggio 2011 - http://www.linkredulo.it/opinioni/2029-precario-sara-lei--d1-d2-ed-il-lavoro-non-serve-piu.html