venerdì 26 marzo 2010

Discorso introduttivo dell'iniziativa elettorale "la/a SCUOLA del/dal FUTURO" - Corato 25/03/10

Pubblico il discorso introduttivo che ho letto in occasione dell'iniziativa elettorale "la/a SCUOLA del/dal FUTURO" svoltasi a Corato il 25/03/10 con l'Assessore regionale al Diritto allo Studio Gianfranco Viesti, il Coordinamento insegnanti coratini per Vendola ed un gruppo di studenti.


I nomi delle stelle sono belli:
Sirio, Andromeda, l'Orsa, i due Gemelli.
Chi mai potrebbe dirli tutti in fila?
Son più di cento volte centomila.
E in fondo al cielo, non so dove e come,
c'è un milione di stelle senza nome:
stelle comuni, nessuno le cura,
ma per loro la notte è meno scura.

Voglio aprire con questa filastrocca di Gianni Rodari questo incontro-dibattito sulla scuola co-promosso dalla Fabbrica di Nichi di Corato e dal Coordinamento insegnanti coratini per Vendola, alla presenza dell’assessore al diritto allo studio Gianfranco Viesti che ringrazio per la disponibilità.

E’ una filastrocca che ci parla di una inattualità perché invita a guardare il cielo non concentrandosi sulle stelle più note, quelle coi nomi più grandi e altisonanti, ma su tutte le stelle: quel milione di stelle senza nome, comuni, prive di cura, a cui il viandante notturno deve gratitudine per la luce che dignitosamente, senza la riconoscenza di vedersi chiamate con un nome proprio e cantate con questo dai poeti, emanano.

E’ una filastrocca inattuale in un tempo in cui un individualismo strisciante e l’esaltazione del privato hanno occupato interamente la scena, rubandola ai sogni collettivi, alla dignità faticosamente conquistata da milioni di individui che nel novecento hanno fatto irruzione sulla scena pubblica, contribuendo materialmente a determinare le nostre vite. Un privatismo di cui hanno sofferto e soffrono soprattutto le comunità ed i territori lontani dai centri di potere, quei territori e quelle comunità capaci di tirar fuori il meglio di sé proprio dal lavoro, dal sacrificio fatto lontano dai riflettori, privo di celebrazioni.

In assenza di ragioni collettive ogni individuo è più solo, derubato di una prospettiva diversa per sé e per i propri figli in una società più giusta, si guarda intorno, angosciosamente alla ricerca di capri espiatori della sua prigionia sociale e culturale. Si spiegano così i due fenomeni politici che l’hanno fatto da padrona nell’Italia degli ultimi vent’anni: il berlusconismo, la celebrazione di quell’uomo che si è fatto da solo infrangendo ogni regola, calpestando ogni legame sociale e rivendicando ciò come un merito, ed il leghismo, la rivendicazione di un egoismo sociale che misconosce ogni forma di solidarietà che non sia quella pietistica, che scaccia come ipocrisia e buonismo ogni proposta di dibattito collettivo che tenga in considerazione le posizioni degli ultimi.

La scuola pubblica, la più imponente presa in carico delle disuguaglianze, impegnata non a lenire le ferite che queste causano, ma a creare le condizioni affinché queste non si riproducano, era inevitabile che diventasse anno dopo anno un corpo estraneo di una società cinica e disillusa. Nata come terminale di uno stato che con essa costruiva la propria unità territoriale e sociale, in una società che riconosceva autorevolezza e credibilità agli insegnanti, con la brusca virata degli ultimi vent’anni la scuola pubblica si è ritrovata orfana di un progetto, di una missione, a dover fare i conti con un progressivo ridimensionamento delle risorse. Ed a proposito dell’autorevolezza e della credibilità degli insegnanti, stelle senza nome che illuminano la notte delle periferie, dei quartieri popolari, che silenziosamente costituiscono l’impalcatura di una società e di uno stato che troppo spesso li ha umiliati, abbiamo assistito ad una delegittimazione quotidiana (spesso a voce alta) come quella riservata a tutti i dipendenti pubblici: silenziosamente ha prevalso un tipo umano ad essa completamente antitetico che alla credibilità ed all’autorevolezza ha sostituito il fascino del successo ad ogni costo, alla dedizione per il proprio lavoro le payette ed i lustrini, fieramente indifferente ad ogni cosa che si discosti di un millimetro dal proprio interesse e dalla propria auto-realizzazione.

Questo processo che può apparire lontano, distante dalle nostre vite, è più vicino di quanto si possa immaginare. La rappresentazione plastica della marginalità del mondo della scuola dal dibattito politico, l’esilio pubblico a cui questa è stata relegata dai nostri tempi arriva fin nelle nostre istituzioni cittadine: zero consiglieri comunali su 30 e zero assessori comunali su 10 provengono dal mondo della scuola. E’ l’immagine chiara di come oggi il “mondo che conta” sia altrove: nelle imprese, negli ospedali, negli studi professionali.

Negli ultimi anni poi, noi pugliesi ci siamo trovati a dover fare i conti con un duplice fenomeno: i tagli del ministro Gelmini e le iniziative del Governo regionale in materia di pubblica istruzione.

I primi hanno avuto il sapore di una vera e propria resa dei conti che mette in ginocchio definitivamente un corpo già provato. Dopo aver reso vana la promessa di uguaglianza che la scuola opera quotidianamente e faticosamente, avendo costruito una società, lì fuori dalla scuola, che vanifica ogni tentativo di far partire tutti dallo stesso livello, ora il governo sembra voler zittire definitivamente quella promessa stessa: ‘non siamo tutti uguali, quindi è inutile sprecare risorse per provare a diventarlo’. La retorica messa in atto dal ministro Gelmini e dal ministro Brunetta sulla meritocrazia sono un astuto tentativo di mimetizzare una nuova forma di classismo: se non meriti è inutile che ti lagni, che evochi disagi sociali e familiari, che ti aspetti che la comunità perda tempo e risorse per permetterti di rimetterti in carreggiata. Se non meriti, scendi dal treno della scuola e dell’università pubblica e guai a quei controllori che non si mostrano tassativi ed inflessibili, appesantendo il convoglio e con esso tutto il paese.

Non siamo stati abbastanza attenti di fronte a questa astuzia retorica, eppure bastava ricordarsi il titolo di uno dei capitoli di “Lettera ad una professoressa” di Don Lorenzo Milani: “la scuola dell’obbligo non può bocciare”: non può farlo quella scuola che opera nei quartieri popolari laddove sbattere la porta in faccia ad uno studente significa rispedirlo in case povere di ogni voglia di emancipazione sociale, non può rinunciare a cuor leggero ad insegnargli il piacere di saper leggere e scrivere, argomentare, difendere la propria dignità e l’onestà del proprio lavoro, non può rinunciare a far questo soprattutto in quei quartieri in cui domina la criminalità organizzata. Non può darsi pace la scuola pubblica immaginandosi come un ufficio protocollo cui ognuno si presenta con il proprio bagaglio di merito da far autenticare. Non così è stata pensata, non è stata scelta per questo da chi ha deciso di dedicargli la propria vita.

A fianco di questi provvedimenti umilianti, chi lavora nella scuola e la cittadinanza pugliese tutta ha conosciuto poi le politiche del governo regionale. Non mi dilungherò in merito ad esse, abbiamo la fortuna di avere con noi chi le ha messe in atto ed avrà modo di esporle e spiegarle. Mi limito a dire che hanno avuto il sapore di un’inversione di tendenza: dopo tanti anni c’era qualche istituzione che non solo stanziava fondi per la scuola pubblica, ma rivendicava ciò come un investimento di civiltà, come un dovere della pubblica amministrazione. Non è un caso che un gruppo di docenti a Corato, vistisi rispettati e re-investiti della missione cui hanno deciso di dedicare la propria vita, abbia voluto essere parte di questa campagna elettorale.

L’involuzione che ho raccontato, e che in Puglia ha finalmente trovato un’inversione di tendenza, ha ragioni profonde sulle quali tutto il centro-sinistra italiano dovrà riflettere molto se vorrà presentare un progetto credibile all’elettorato ed all’opinione pubblica. Con la crisi economica del 2008 un ciclo politico sembra essersi concluso, un ciclo politico in cui le forze progressiste si sono viste messe nell’angolo, private del loro vocabolario e costrette ad inseguire le politiche delle forze neo-conservatrici. Rimetterci in cammino oggi significa riconoscere gli errori fatti. L’ha fatto magistralmente Romano Prodi con un’editoriale su “Il messaggero” del 14 Agosto scorso in cui scriveva:

“La causa della sconfitta di questa grande stagione è da individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour era una fucina di novità, nella prassi di governo i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio.

Sul dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali le decisioni non si discostavano spesso da quelle precedenti. […]

Nel frattempo il cambiamento della società continuava secondo le linee precedenti: una crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo dello Stato e dell’uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più limitata degli interventi pubblici di carattere sociale.”

E poi: “per vincere i riformisti debbono elaborare nuove idee e nuovi progetti”. In Puglia ciò sta avvenendo già da tempo e le politiche scolastiche sono un tentativo di ricostruire, sotto le macerie di una società cinica e individualistica, un vincolo solidaristico.

Da sempre le decisioni che un governo prende in materia di pubblica istruzione parlano non solo della pubblica istruzione: ci danno la traccia della volontà di questo di investire sul futuro, di affrontare le disuguaglianze, di non rassegnarsi ad esse. Non è un caso che quando scendono in piazza gli studenti, i precari della scuola, manifestano un malessere sociale diffuso e nello stesso tempo suscitano speranze in settori dell’opinione pubblica distanti dal mondo della scuola e dell’università. Non è un caso se oggi le politiche scolastiche del governo regionale suscitano interesse anche in quei settori.

Da anni attraversiamo la notte, con l’angoscia di chi attende un’alba che ci restituisca speranze e dignità. Tante albe ci sono state annunciate per poi rivelarsi illusorie e ricacciarci ancora più soli nel buio. Da molti oggi la Puglia è descritta come un’alba possibile per il nostro paese, ed è nostro dovere coltivare questa possibilità. La notte sarà ancora lunga, non dobbiamo farci illusioni aspettando che l’alba arrivi da un momento all’altro, ma impegnare i nostri sforzi per orientarci nel buio e cominciare un nuovo cammino; e l’unica guida possibile sono le stelle, quel milione di stelle senza nome, comuni, che nessuno cura ma che possono renderci la notte meno scura ed il viaggio meno solitario.

Buon cammino a tutti!


mercoledì 17 marzo 2010

Carlo Formigoni torna a Bari

Il maestro di un’intera generazione di attori e registi baresi è al Kismet con il Faust di Goethe

da barilive.it 17/03/10 - http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16674

Carlo Formigoni, attore e regista teatrale, dopo aver maturato un’importante esperienza al London Academy of Music and Dramatic Art, approdò al Berliner Ensemble, il teatro di Bertolt Brecht. Maestro di teatro, ha posto le basi del teatro-ragazzi italiano ed attraverso la sua opera di formazione sono nati il Teatro Kismet di Bari e la compagnia Il cerchio di gesso di Foggia. Tra le sue regie, caratterizzate sempre dalla semplicità brechtiana di un teatro morale e necessario, ultima arrivata è quella della Tragedia del dottor Faust, da Goethe, realizzata con la compagnia Teatro Le Forche di Massafra, stasera in programma al Teatro Kismet. Alla vigilia dello spettacolo abbiamo intervistato questo artista e professionista cui la città di Bari deve molto.

- Come mai hai deciso di portare in scena il Faust di Goethe?
- E’ un grande amore e il desiderio di portarlo in scena è sempre stato una costante, non una decisione improvvisa. L’ho messo in scena più volte, anche a Vienna, ed ha fatto maturare in me l’idea di essenzializzare il conflitto per renderlo più comprensibile al pubblico, perché quando metti in scena un’opera così mastodontica il nocciolo della questione rischia di essere sommerso da materiale eccessivo. Un’opera teatrale richiede economia, selezione; perciò puntando l’attenzione sul conflitto Faust-Mefisto, emerge il nocciolo della questione: la presentazione di due componenti di ogni essere umano, il lato che tende alla nobiltà, alla generosità ed il contrario, gli impulsi istintuali.
- Uno degli obiettivi che ti sei è sempre proposto è quello di avvicinare il teatro ai ragazzi: quali reazioni registri quando proponete questo spettacolo alle scuole?
- Lo seguono sempre con attenzione e questo è molto per dei giovani che sentono per la prima volta questo testo così complesso.

- Come ci si confronta con i classici? Non si corre il rischio, per renderli meno lontani, di ricadere in una ossessione per la contemporaneità?
- I classici sono classici perché contengono elementi di una tale profondità umana che più o meno puoi ritrovare in tempi diversi.
- Sei arrivato in Puglia nel 1965, in anni in cui fare teatro, cultura qui non doveva essere facile; eppure è riuscito a seminare tanto. Su cosa hai fatto forza?
- Mi fu affidato l’insegnamento di pratica teatrale a Santa Teresa dei Maschi, ed avendo avuto la fortuna di essere allevato al Berliner Ensamble, il teatro di Bertolt Brecht e perciò di aver assorbito una tecnica di grande aiuto per questa professione, è quella che ho cercato di trasmettere. Per due anni ho lavorato con i ragazzi che sono stati disciplinatissimi.
- Oggi torni al Kismet dopo circa trent’anni dalla sua fondazione nella quale ha avuto un ruolo decisamente fondamentale: che sensazioni provi?
- E’ emozionante perché ritorni in un luogo in cui hai cercato di dare tutto il meglio di te stesso. In questa situazione poi si è anche felici di mostrare quello che uno ritiene debba essere o possa essere il teatro.

sabato 6 marzo 2010

Una Polverini... da sparo

Il caso che sta facendo tremare la coalizione al governo
Fuori la Polverini dal Lazio, in bilico la lista PDL a Roma, ecco una vicenda che rischia di passare alla storia

da barilive.it 3/03/10 - p.te 1 http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16531 - p.te 2 http://www.barilive.it/news/news.aspx?idnews=16533

Proviamo a ricostruire un po’ di fatti legati all’esclusione della lista del Pdl per la provincia di Roma dalla corsa alle regionali del Lazio ed a porci alcune domande.

E’ il pomeriggio del 27 Febbraio quando alcune agenzie cominciano a battere la notizia della possibile esclusione della lista perché non sarebbe stata presentata entro la scadenza prevista dalla legge. Le motivazione proposte da Alfredo Milioni, presidente del XIX municipio di Roma ed incaricato del Pdl per la consegna delle liste, sono a dir poco contraddittorie: a metà strada tra l’urgenza di uscire dall’ufficio elettorale per prendere un panino, delle minacce ricevute da non si capisce chi e delle aggressioni da parte di alcuni militanti radicali non identificati.

Cominciamo col dire che è quantomeno curioso che un partito come il Pdl abbia affidato a Milioni la consegna delle liste, essendosi questo reso protagonista già nel 2006 della sparizione delle liste di FI per le comunali di Roma. In quell’occasione, dopo aver appreso che non sarebbe stato candidato alla presidenza del suo municipio sparì per 24 ore con le liste staccando telefono di casa e cellulare, costringendo il suo partito ad un bis di raccolta di firme notturna in extremis, per poi ricomparire l’indomani insieme alle liste sottratte.

Il 28 Febbraio, giorno successivo all’escusione della lista del Pdl, su Il Giornale Vittorio Feltri torna ad attaccare Gianfranco Fini e tutta la componente ex-AN con un editoriale intitolato “Così Fini vuole rubare il Pdl al Cavaliere”. Il direttore sostiene che di fronte all’incapacità degli ex-FI ad agire all’interno di un partito classico fatto di regole, statuti, organismi dirigenti, ed all’assenza di Berlusconi (impegnato nell’attività di governo), gli ex-AN la stanno invece facendo da padrone, conquistando sempre più tessere da spendere poi al momento opportuno per far fuori Berlusconi. Completamente assente un riferimento alla vicenda delle liste laziali.

Nel frattempo la Polverini, seriamente preoccupata, dà battaglia. Comincia da un gazebo in Piazza del Popolo. Ad accompagnarla, di nomi noti, ci sono solo il sindaco di Roma Gianni Alemanno e la giovane deputata, pasionaria ex-FI, Beatrice Lorenzin; assenti ministri ed esponenti di spicco del Pdl. In quell’occasione il sindaco di Roma e la Polverini invocano in solitaria l’intervento del Colle. A questo appello non segue alcuna sollecitazione da parte di nessun altro all’interno dello stato maggiore del Pdl.

Due giorni dopo l’accaduto (1° Marzo) Renata Polverini, forte della sua esperienza di lotta nel sindacato, indice una maratona oratoria in Piazza in Lucina. Le cronache parlano di flop: l’appello al popolo ottiene una risposta corposa solo da parte di un gruppo di giovani che si definiscono “corrente militante che fa capo ad Alemanno”, giovani che prima della vittoria del Pdl alle comunali di Roma non militavano ne’ in AN, ne’ in FI, ma nella Fiamma Tricolore ed in Casa Pound. Sul palco a fianco a lei ci sono ancora una volta Alemanno e la Lorenzin. A denunciare il presunto abuso d’ufficio di chi si è rifiutato di accettare le liste e la violenza degli ignoti militanti radicali rimangono soltanto i presenti su quel palco.

Sui giornali, soprattutto i giornali di famiglia del Presidente del Consiglio, la musica è tutt’altra e questo non può che indurre allo stupore. Siamo stati abituati da quelle testate e dai loro rispettivi direttori ad articoli che soffiavano sul fuoco della polemica, che attaccavano frontalmente qualunque soggetto si mettesse di traverso al grande capo: magistratura, opposizioni, stampa libera etc. Il luogo ideale insomma in cui rimbalzare le accuse ai radicali ed ai pubblici ufficiali dell’ufficio elettorale. E invece l’obiettivo polemico è tutt’altro. Il 1° Marzo Il Giornale titola così: “Un partito di matti. La mancata presentazione della lista in tempo utile è il grottesco risultato degli equilibrismi per accontentare gli ex Forza Italia e gli ex An. Che creano un mostro burocratico e inefficiente” ed il condirettore Alessandro Sallusti è quello più esplicito in merito alla gestione paritaria del Pdl da parte degli ex AN e degli ex FI, additata come unica responsabile dell’accaduto. Scrive: “Maledetto manuale Cencelli e belli i tempi in cui un gruppo di inesperti e disperati signori mise in piedi un partito con le armi della velocità e dell’efficienza. Lo chiamarono Forza Italia, gli snob lo ribattezzarono «partito di plastica» in segno dispregiativo. In effetti era leggero, inaffondabile, poco costos.”. E poi, rivolgendosi ai “soloni del partito strutturato democratico e lottizzato” che “sono lì a urlare che l’esclusione della lista è un attacco alla democrazia” invoca un “atto di umiltà”, “una grazia” che porti allo sbaraccamento del mostro burocratico nel Pdl. In poche parole si augura che nel Pdl sparisca anche quel minimo di dibattito interno presente e che le decisioni (e le candidature!) tornino ad essere prerogativa esclusiva del capo, senza mediazioni estenuanti, discussioni condivise e altre cose che danno tanto di vecchia politica (o di democrazia, dipende dai punti di vista!).

Oggi (2 Marzo) il titolo scelto da Libero è a dir poco irridente “Pdl = Polli della libertà”. Nel suo editoriale, dai toni certo meno guerrafondai di quelli usati da Feltri, Belpietro scrive: “Era inevitabile che a forza di prendersi a schiaffi i cofondatori del PdL si facessero male”, per poi passare in rassegna, regione per regione, come le liti tra ex-AN ed ex-FI stiano pregiudicando un buon risultato elettorale. Il Giornale invece pubblica un editoriale di Paolo del Debbio dal titolo inequivocabile “Adesso il Cavaliere dia una sveglia al Pdl”. Finalmente si registrano i primi commenti dei colonnelli del Pdl, di provata fede berlusconiana, Gasparri, Cicchitto e Quagliarello (sulla falsariga di quelli che la Polverini ha fatto in solitaria per due lunghissimi giorni) ed il primo commento di Berlusconi che si dice fiducioso delle decisioni che prenderà il Tar. Nel frattempo giunge la notizia che sono state riscontrate irregolarità anche nel listino della Polverini per la mancata firma di un rappresentante di lista e dal Pdl si comincia a parlare di “candidatura a rischio”.

Il maggiore rigore che in questa competizione elettorale si sta riservando al controllo dei requisiti e dei tempo necessari per la presentazione delle liste è probabilmente da ricollegare all’insolito ruolo da protagonisti che i Radicali stanno giocando grazie alla candidatura di Emma Bonino alla Presidenza della Regione Lazio sostenuta da tutto il centro-sinistra. Sensibili al tema, convinti che da qui passi lo stato di salute della democrazia italiana, i Radicali hanno sempre denunciato irregolarità e superficialità di entrambi gli schieramenti in merito a questa questione. Ma questa motivazione sembra davvero poca cosa per spiegarci quanto sta accadendo senza porci neanche un interrogativo.

A meno che non vogliamo davvero credere alla favola del panino, di un ufficio elettorale cattivo o al servizio del Pd, o di misteriosi militanti radicali sdraiatisi tra i responsabili del Pdl e l’ingresso dell’ufficio elettorale, è d’obbligo, in virtù dei fatti riassunti, delle parole dette e di quelle non dette, farsi alcune domande.

Tutto casuale? Casuale che ad uno con i precedenti di Milioni sia stata affidata la presentazione della lista? Casuale che Il Giornale denunci il rischio che i finiani prendano il controllo del Pdl ed estromettano Berlusconi il giorno stesso che la lista del Pdl viene respinta? Casuale che questa vicenda offra la sponda per un attacco alla gestione unitaria del Pdl e che quest’attacco si concretizzi subito ed all’unisono? Casuale che questa volta, in una vicenda che rischia seriamente di consegnare la Regione Lazio al centro-sinistra, condizionando pesantemente l’esito delle elezioni regionali nel loro complesso, ci sia stato per più di due giorni il silenzio dello stato maggiore del Pdl e la sua assenza alle manifestazioni indette dalla Polverini? Casuale che tutto ciò sia successo nel Lazio, dove è in campo Renata Polverini, imposta a Berlusconi, vicina al grande oppositore interno Fini, attaccata pesantemente dai giornali di famiglia?

Per rispondere in maniera completa a questi quesiti collochiamo in ultimo la vicenda all’interno della partita delle regionali ed al significato che queste hanno all’interno del momento politico che stiamo vivendo.

Sia che la vicenda si risolva positivamente per il Pdl (con la riammissione delle liste da parte del Tar o con un’improbabile legge straordinaria di cui si faccia promotore la parte del Pdl più vicina a Berlusconi) sia che si risolva negativamente, il capro espiatorio del misfatto è già stato trovato ed il repulisti che si preannuncia nel Pdl finirà col consegnare ancora più potere a Berlusconi ed a zittire il dissenso interno. Con un Pdl sempre più orfano di un progetto di governo e di paese, ed un Berlusconi incapace di accettare la sua parabola discendente e sempre più attaccato al potere ed al consenso a breve termine, la partita in gioco alle regionali è tutta sul fronte del centro-destra, tra chi guadagna più o meno posizioni da far pesare all’indomani sul tavolo del governo nazionale. Le elezioni politiche sono infatti lontane ed un centro-sinistra in crisi che guadagna qualche posizione sarebbe sicuramente per Berlusconi un problema minore rispetto agli alleati che in parlamento possano fare la voce grossa in virtù dei risultati elettorali, costringendolo a trattare con loro, cedere su alcune questioni ed appannare così la sua immagine. Che la prima preoccupazione di Berlusconi sia questa lo sanno tutti: fiducioso nelle sue capacità, sa per esperienza che se avrà le mani libere potrà recuperare nei prossimi tre anni di governo i consensi che oggivanno a finire nel centro-sinistra. Sa invece altrettanto bene di dover temere che gli alleati possano tenergliele legate. Al nord si gioca la partita con la Lega che già si preannuncia una disfatta per il Pdl (in Veneto si parla addirittura di un 15% di vantaggio della Lega sul Pdl); in Lazio e Calabria la sfida è con la componente ex-AN e con l’Udc e fino a ieri anche qui sembrava prevalere la fazione opposta a Berlusconi. La vicenda del Lazio rimescola completamente le carte. E’ un caso?